Philip Roth, Everyman, Einaudi, 2007, pp. 123, € 13,50.
In Everyman Roth ha al suo attivo, come quasi sempre, alcune idee forti da proporre e una scrittura fluida e intelligente, che gli è unanimemente riconosciuta, sebbene non abbia ancora convinto i parrucconi di Stoccolma ad assegnargli un meritatissimo Premio Nobel per la Letteratura. Le idee forti di questo libro sono, a mio parere, il sentimento di tristezza per l'approssimarsi della morte, la necessità per gli anziani di convivere con gli acciacchi («la loro biografia coincideva ormai con le loro cartelle cliniche»), la nostalgia per quanto si poteva fare (il sesso, lo sport) e che con la vecchiaia non è più consentito, la perdita delle persone care, il rapporto di amore e al tempo stesso d'invidia per un fratello irraggiungibile in ogni campo. Purtroppo, però, questa volta Roth non riesce a dare una forma distesa e compiuta a questa materia, stiracchiando 123 pagine come in un riassuntino dei suoi personaggi passati o come nel temino
di fine anno dello studente primo della classe che aspetta con impazienza le vacanze estive. Con Everyman (la copertina significativamente nera da cima a fondo) Roth non graffia, come aveva invece fatto in quel libro di terribile umanità e di meravigliosa riuscita letteraria che è Il teatro di Sabbath, limitandosi a scrivere un'autobiografia postuma di un uomo qualunque che tanto qualunque non è (ha tre matrimoni alle spalle, una carriera di pubblicitario di successo, donne allo schioccar di dita come Fonzie). Pur dichiarandosi devoto dello scrittore Saul Bellow, qui Roth non sa dare al suo romanzo l'ampio respiro di un libro cui Everyman mi ha rimandato spesso nel corso della lettura, e cioè Herzog (1964).
Il ritratto di quest'artista mancato da vecchio, un uomo solo, si riscatta nelle pagine intensissime e toccanti dedicate al rapporto di odio/amore e invidia/ammirazione per il fratello Howie.
Nessun commento:
Posta un commento