Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, 2001, p. 178, € 8,00.
Con un narratore leibniziano, che già nel Pleistocene è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, io mi trovo in difficoltà. Nel triennio liceale, la mia classe cambiò cinque insegnanti di filosofia (tre solo il secondo anno), solo l’ultimo dei quali era veramente in gamba. Ma a me, oramai, mancavano le basi. L’insegnante del primo anno era una ex suora, che per esemplificare qualsiasi cosa, impugnava l’astuccio dei suoi occhiali, pronunciando invariabilmente la fatidica frase “questa custodia è marrone”. Con quella locuzione intese spiegarci in sequenza l’àpeiron, ilpanta rei di Eraclito, la sofistica, la maieutica, il demiurgo platonico e tutto il razionalismo aristotelico. Passare da questo metodo a quello del supplente romano che, sulla scorta del sacro principio “voi nun rompete er cazzo a me, e io nun rompo er cazzo a voi”, ci fece studiare Leibniz e saltare poi ad un professore con le palle quadrate che ci immerse nella filosofia positiva di Comte e nel razionalismo Hegeliano fu un’esperienza traumatica.
Per tornare al Più grande uomo scimmia del Pleistocene, bisogna dire che l’idea era veramente interessante, perché Roy Lewis è interessato al rapporto tra uomo e scienza, con una certa preoccupazione, probabilmente di derivazione post atomica, per gli utilizzi eventualmente pericolosi che il genere umano può fare di quella. Bisogna anche dire che, come in tutti i romanzi che si rispettano, vi entrano in gioco i sentimenti umani (o subumani) universali a qualunque essere vivente che risulti da un miracoloso intruglio di carne, sangue, mente e di quel soffio vitale che molti definiscono anima, tanto è vero che in alcuni punti il libro di Lewis è perfino emozionante, richiamando alla mente l’album capolavoro del gruppo musicale italiano Banco del Mutuo Soccorso, quel Darwin! che contiene canzoni come 750.000 anni fa… l’amore. E tuttavia non trovo questo romanzo così geniale e divertente come molti hanno ritenuto.
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