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mercoledì 24 settembre 2025


Eupilio Ramella, Nuovo vocabolario politico, Antani Edizioni, 2025, € 10,05.

«Come le sanzioni a Israele» è un modo di dire che ha ormai soppiantato l'antica locuzione, ormai desueta, «alle calende greche». Questa è una delle tante novità lessicali che si leggono alla voce «Sanzioni» del libro, appena uscito, Nuovo vocabolario politico di Eupilio Ramella.

Alla stessa voce si legge anche la nuova locuzione «avere l'effetto delle sanzioni europee alla Russia», che ha ormai sostituito l'antico modo di dire in uso nei migliori circoli culturali di Livorno città, efficace ed icastico, ma di scarso utilizzo nei palazzi della diplomazia, «ni fa come 'r cazzo alle vecchie».

sabato 30 novembre 2019

Tommaso Labranca, "Progetto Elvira"

Tommaso Labranca, "Progetto Elvira", ed. 20090, 2013

Questo libro di Tommaso Labranca, scrittore milanese tropo presto scomparso (nel 2016), è un atto d'amore. Un atto d'amore verso un film, il suo film preferito, il film che ha visto più volte nella sua vita. Il film in questione è la commedia Il vedovo (1959) di Dino Risi, con Alberto Sordi e Franca Valeri, al proposito del quale devo dire di non avere mai incontrato nessuno che non lo conoscesse.
Prima di scrivere questo libro, Labranca ha rivisto il film ancora diverse volte, o meglio, lo ha dissezionato, come ammette nel sottotitolo "Dissezionando Il vedovo", visionandolo fotogramma per fotogramma. In questo modo, lo scrittore - che non è un critico cinematografico di professione né aspira ad esserlo - analizza per il lettore il contesto nel quale il film fu realizzato ed in cui fu visto nelle sale cinematografiche. Dalla prima sequenza, ambientata ai piedi della Torre Velasca di Milano fino all'ultima che ha luogo durante il funerale del protagonista, lo scrittore rivela riferimenti culturali e cronachistici dei momenti più ricordati e mette in risalto i particolari meno noti. Tutti, per esempio, ci ricordiamo dell'appellativo con il quale l'Elvira si rivolge al marito («cretinetti!»), ma non tutti ricordano o sanno che la figura di questo spiantato industriale romano trasferitosi a Milano era ispirata a Giovanni Fenaroli, protagonista all'epoca di un celebre caso di cronaca nera.
A me, del Vedovo, erano sempre rimasti in mente la sequenza della veglia funebre nel casale di campagna, con la vecchietta seduta che ad ogni passaggio di Alberto Sordi mormora «era tanto bbuona!» e la frase finale della moglie rediviva «cosa fai, cretinetti, parli da solo?», nonché lo schiaffo di rabbia e frustrazione affibbiato dal protagonista all'allampanato giovanotto accompagnato dalla madre alla festa per il ritorno dell'Elvira.
Tommaso Labranca (1962-2016)
Labranca ci fa notare altri mille particolari significativi per inquadrare un'epoca, un modo di pensare, un momento e un luogo (il boom economico là dove inizia e dove più prospera) della storia italiana. Lo scrittore, con minuzia ma senza pedanteria, smonta le sequenze, le rimette in ordine cronologico laddove non lo sono, legge i giornali sfogliati dai personaggi e commenta le notizie su di essi riportate, analizza i vestiti indossati, le automobili guidate, le sigarette fumate e i quadri appesi alle pareti, per ricavarne elementi del carattere delle varie figure che si muovono nel film. Film che potrà anche essere squilibrato nella sua struttura, come diversi critici non hanno mancato di far notare, ma che conserva intatto tutto il proprio fascino satirico (nel vero senso della parola), anche quando, nel finale, prova a diventare meccanismo ad orologeria. Ed è interessante notare che, al pari di un altro film della stessa epoca (I soliti ignoti di Monicelli), il perfetto meccanismo escogitato dal protagonista fallisce perché è lasciato alla realizzazione di quattro incapaci, il Nardi stesso e i tre pasticcioni di cui si è circondato il medesimo megalomane protagonista: lo zio, il marchese Stucchi e il tecnico tedesco Fritzmayer. Questo di Labranca è un libro intelligente (che si apprezza anche nei punti in cui non si è d'accordo con l'autore), perché fornisce una miriade di spunti di riflessione e di motivi per rivedere ancora una volta ed apprezzare di nuovo il film di Risi con le disavventure del cretinetti per antonomasia.

Una scena del film "Il vedovo"

venerdì 2 agosto 2019

Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016


Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016.

Quando ci si appassiona alla Storia e si comincia a leggere libri che ne parlano, è difficile smettere, perché in ogni libro che espone un singolo argomento spuntano una miriade di altre storie che valgono la pena di essere approfondite. È un fenomeno per così dire di assuefazione, che capita molto spesso ad ogni vero appassionato di Storia. Negli ultimi tempi, mi è successo leggendo i libri della professoressa Elena Bonora, una studiosa che sa rendere interessantissima la materia del proprio approfondimento, al pari di altri grandi storici che si sono assunti l'onere di divulgare attraverso i libri le proprie conoscenze, primo fra tutti per comunicativa e simpatia il professor Alessandro Barbero. Di Elena Bonora ho recentemente letto due libri - che consiglio caldamente -: il primo, intitolato Aspettando l'imperatore, riguarda eminenti personaggi ecclesiastici che, poco prima della metà del Cinquecento, nella contesa tra l'imperatore Carlo V e il papa Paolo III Farnese, parteggiavano nettamente per il primo, più aperto (come loro) ad istanze di innovazione della Chiesa che, in quel di Trento, stava dibattendo su come reagire alla Riforma Protestante. Questo libro si incentrava in particolare sulle figure di due cardinali italiani che avevano incarnato queste loro speranze in Carlo V, il "Cardinale di Ravenna" Benedetto Accolti e il cardinale mantovano Ercole Gonzaga. Il secondo libro della Bonora che ho letto negli ultimi tempi si intitola Roma 1564. La congiura contro il papa e parla di un piano, sventato appena in tempo, per uccidere il papa Pio IV. Al centro di questa congiura c'era un cugino del Cardinale di Ravenna (che era morto a Firenze nel 1549), anch'egli di nome Benedetto Accolti, il quale, riconosciuto colpevole dell'attentato al papa (ed anche eretico), fu giustiziato a Roma all'inizio del 1565. Questo secondo Benedetto Accolti, del quale la Bonora ripercorre l'intera interessantissima vita, aveva in gioventù studiato all'Università di Pisa, dove era stato compagno di studi del brillantissimo giovane sardo Sigismondo Arquer, laureatosi in utroque iure presso l'ateneo pisano e subito dopo in teologia all'Università di Siena. Nel saggio di Elena Bonora si accenna a questo personaggio, dicendo che fu condannato al rogo dall'Inquisizione spagnola, per ipotizzare che ai tempi della comune frequentazione pisana anche Benedetto Accolti fosse entrato in contatto, in concomitanza con l'Arquer, con idee ereticali, in particolare attraverso il testo che è un po' la matrice del pensiero riformato in Italia, ovvero Il Beneficio di Cristo.
Su Sigismondo Arquer esiste una buona bibliografia, al culmine della quale arriva questo volume dello storico sardo Sergio Arangino, inevitabilmente colpito dalla figura del suo conterraneo, arso sul rogo a Toledo nel 1571, all'età di 41 anni, dopo ben otto anni di prigionia nelle carceri dell'Inquisizione spagnola. Discendente da una famiglia di alti funzionari della corona spagnola che all'epoca dominava la Sardegna, l'Arquer, laureatosi giovanissimo in discipline giuridiche, aveva ottenuto ben presto dalla monarchia spagnola importanti incarichi pubblici. Dopo che già suo padre si era trovato invischiato nelle lotte di potere che si svolgevano senza sosta sull'isola, anche lo stesso Sigismondo rimase coinvolto in queste beghe, pur senza perdere mai il favore del Re di Spagna Filippo II, che il giovane giurista sardo aveva conosciuto di persona durante un soggiorno del monarca a Bruxelles, quando era ancora principe ereditario. Proprio durante il viaggio per raggiungere la corte di Bruxelles, l'Arquer soggiornò per qualche tempo nella città riformata di Basilea, dove collaborò con l'umanista protestante Sebastian Münster, contribuendo con una sua storia della Sardegna all'opera cosmografica dell'intellettuale tedesco. In quest'opera, peraltro, Sigismondo esprimeva un giudizio molto duro sul clero sardo, descrivendolo come maggiormente intento a fare figli con le concubine che non ad istruirsi in materia dottrinaria. Oltre tutto l'Arquer aveva conosciuto in Sardegna il nobile spagnolo Gaspar de Centelles, che in Spagna sarà al centro di una conventicola di eretici e con il quale Sigismondo intratterrà una fitta corrispondenza ad oggetto teologico. Questi elementi biografici sono quelli che porteranno l'Arquer fino al rogo di Toledo, in quanto saranno i suoi nemici sardi a denunciarlo e saranno otto delle lettere che aveva scritto al Centelles a perderlo. Anche quest'ultimo, infatti, era stato arrestato dall'Inquisizione spagnola e giustiziato per eresia. Dunque, le lettere di un sospetto di eresia scritte ad un eretico condannato risultano ampiamente compromettenti per l'Arquer, considerando, soprattutto, che durante il suo processo, durato otto anni, muore l'avvocato difensore, mentre il teologo di fiducia, nominato dallo stesso Sigismondo, nel segreto delle sedute processuali, inizia a remare contro l'imputato, qualificando come eretiche molte delle proposizioni contenute nelle lettere dell'imputato. Tanto che se l'Arquer fu l'uomo che sfidò l'Inquisizione spagnola, non soltanto perse la sua battaglia, ma non fu nemmeno in grado di poter competere alla pari.

Elena Bonora, Aspettando l'imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V, Einaudi, 2014
Elena Bonora, Roma 1564. La congiura contro il papa, Laterza, 2011

sabato 27 aprile 2019

Non ero Paolo Rossi - Enzo Scaini, la morte misteriosa di un calciatore dimenticato

Giampiero De Andreis - Emanuele Gatto, Non ero Paolo Rossi - Enzo Scaini, la morte misteriosa di un calciatore dimenticato, (Ed. Eraclea), 2018.

Chi era Enzo Scaini? Questo nome mi riporta ai tempi in cui collezionavo le figurine Panini dei calciatori: mi torna in mente un calciatore baffuto con la maglia biancorossa, probabilmente quella del Monza o quella del Perugia, società nelle quali Scaini ha militato durante la sua carriera. Queste figurine sono peraltro riportate nell'apparato iconografico del libro in questione. Enzo Scaini era una figurina piccola, di quelle dedicate alle squadre di Serie B, perché lui, purtroppo, a giocare in Serie A non è mai arrivato. Io non sapevo neanche che fosse morto, in circostanze mai del tutto chiarite, ad appena 27 anni, nel gennaio del 1983.

Scaini, nato in un paesino del Friuli nel 1955, già da bambino aveva mostrato le proprie doti da calciatore, fino ad essere inserito, ben presto, nel settore giovanile del Torino, società che lo aveva mandato a farsi le ossa in alcune squadre della provincia. Dopo le prima esperienze a Canelli, Scaini diventa un idolo della tifoseria del Sant'Angelo Lodigiano, dove viene notato dall'ambizioso Monza di fine anni Settanta e va a giocare in Brianza, sfiorando più volte, senza mai ottenerla, la promozione in Serie A. Le tappe successive della carriera di Scaini sono Campobasso in Serie C1, poi Verona e Perugia in B, dove vengono nuovamente frustrate le speranze di arrivare nella massima serie, fino all'approdo finale, ancora in C1, a Vicenza. Problemi al ginocchio, prima a Perugia e poi a Vicenza, spingono il calciatore a farsi operare, per due volte, dal professor Lamberto Perugia, uno dei migliori ortopedici sportivi degli anni Ottanta.
Il luminare dell'ortopedia del ginocchio opera Scaini la mattina del 21 gennaio 1983 e pochi minuti dopo la fine dell'operazione, intorno alle 10, il calciatore muore nella sua stanza della clinica Villa Bianca di Roma.
Senza raccontare i dettagli esposti nel libro, dico solo che il processo penale, che avrebbe dovuto fare luce sulla morte di un atleta di 27 anni, sposato, padre di due bambini, si conclude con l'assoluzione, arrivata dopo più di cinque anni dal fatto, di tutti gli imputati.
E quando la vedova di Scaini domanda all'avvocato Campana, presidente dell'Associazione Italiana Calciatori che tutelava in giudizio la famiglia del giovane, il perché di tanti ritardi nel processo e dei silenzi dei giornali (sportivi), si sente rispondere che suo marito «non era Paolo Rossi». La moglie del calciatore racconta peraltro questo episodio senza alcuna punta di rancore nei confronti del presidente dell'AIC, il quale si comportò bene nei confronti dei familiari, aiutandoli finanziariamente.
Bel libro, meritorio, che fa luce - o almeno ci prova, per quanto sia possibile, a 35 anni di distanza - su un caso, abbastanza lampante, di mancata giustizia. (7 aprile 2019)

sabato 8 dicembre 2018

Franco Cardini, Breve storia di Firenze


Franco Cardini, Breve storia di Firenze, 2018, Pacini Editore, pp. 152

Intendiamoci: per esaurire la storia della città di Firenze servirebbero altro che le 130 paginette di questo smilzo volume edito da Pacini. Perfino il minuscolo comune dal quale scrive il sottoscritto ha preteso diversi volumi per la narrazione della sua storia, che peraltro è quasi millenaria. Figuriamoci una città conosciuta nel mondo per la sua cultura e che per un certo periodo ha costituito una delle maggiori potenze economiche a livello europeo.

Lo storico fiorentino Franco Cardini, comunque, riesce a compendiare in un numero ragionevole di pagine una storia che conta circa duemila anni. Lo storico ripercorre le ascese e le cadute di Firenze, annoverandone le figure gloriose, ma senza risparmiare critiche, anche acute, ma sempre ponderate, ai propri concittadini di ogni tempo. Cardini si toglie lo sfizio di rivisitare qualche personaggio secondo schemi che possono sorprendere (secondo quanto si legge in questo libello, per esempio, Lorenzo de' Medici sarebbe stato assai poco "magnifico"), ma senza trascurare alcuno degli episodi notevoli e delle figure storiche - sebbene, per ovvie ragioni di spazio e di tempo, in via di compendio - che hanno reso il capoluogo toscano, obiettivamente, una delle città più importanti nella storia d'Europa.

domenica 4 novembre 2018

Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Non c'è quasi mai niente di più serio delle cose comiche, soprattutto se si tratta di un poema eroicomico, genere letterario di cui il modenese Alessandro Tassoni (1565-1635) rivendicava di essere l'inventore. Sono infatti quattro secoli che la critica letteraria disquisisce con gran copia di libri della Secchia rapita, che evidentemente non è affatto ritenuta un'opera minore. Benché i testi critici sulla Secchia del Tassoni non siano numerosi come sull'Orlando furioso o sulla Gerusalemme liberata, si dibatte fin dai tempi della pubblicazione di questo poema eroicomico sulle incongruenze cronologiche alla sua base e sull'identificazione reale dei suoi personaggi, a cominciare dal celeberrimo antieroe il Conte di Culagna.
Uscito intorno alla quindicina del XVII secolo, La secchia rapita è un poema che ha la fondamentale caratteristica di essere molto divertente. Certo, non è fantasioso come l'Orlando furioso (e nemmeno come l'Orlando innamorato del Boiardo) né profondo come La Gerusalemme liberata, che sono i suoi due modelli più diretti, ma si deve riconoscere al suo autore una notevole maestria nel verseggiare ed anche nel prendere - e volgere a suo interesse - molti materiali diversi, dai tempi antichi di Omero a quelli più recenti. Con tutti questi modelli, tra i quali è da includere L'Eneide (e invece non il Morgante del Pulci, per niente apprezzato dal Nostro), il Tassoni costruisce un qualcosa di originale, affiancando ai personaggi di fantasia persone della sua epoca e gli antichi dei dell'Olimpo, come avveniva nell'Iliade.
E così la contesa tra modenesi e bolognesi per il furto di un comunissimo secchio da pozzo, sotto le spoglie di una contesa epica come quella di achei e troiani, diventa il pretesto per evidenziare "i difetti del secolo", ma anche per mettere alla berlina numerosi contemporanei dell'Autore, le cui identità restano mascherate sotto il nome di personaggi di per sé molto buffi, come il già citato Conte di Culagna o il Potta (crasi del termine potestà), gran condottiero dei modenesi.
Il conflitto si svolge in un'epoca imprecisata del medioevo, mischiando anche eventi reali accaduti in secoli differenti, con scontri avvenuti nel Trecento nei quali resta coinvolto anche Re Enzo - figlio di Federico II di Svevia - caduto in realtà prigioniero dei bolognesi alla metà del Duecento (battaglia di Fossalta, 1249).
Naturalmente il lettore di oggi non è capace di riconoscere i personaggi che nel Seicento dovevano risultare abbastanza noti, ma questo non diminuisce il divertimento né la comicità di certi episodi, come quello in cui il Conte di Culagna tenta di uccidere la moglie con quello che crede essere un veleno ed è invece una potente purga, con la donna che riesce a far ingurgitare la pozione proprio al marito, che poi ne subisce tutte le ridicole conseguenze.
La secchia rapita fa parte del favoloso patrimonio della Letteratura italiana, al pari di altre opere, da riscoprire ed apprezzare.

Lettura della «Secchia rapita», a cura di Davide Conrieri e Pasquale Guaragnella, Argo (2016)

venerdì 12 ottobre 2018

Garret Mattingly, L'invincibile Armada


Garrett Mattingly, L'invincibile Armada, Res Gestae, € 20,00

Per parlare di questo libro, a suo tempo consigliato da Alessandro Barbero in TV, bisogna ricordare innanzitutto che l'autore, Garrett Mattingly, è americano. Simpatizza per gli inglesi ma riesce a non ridicolizzare gli spagnoli. Casomai evidenzia un'empatia perfino eccessiva per le grandi personalità dell'epoca descritta, immedesimandosi nei rovelli politici di Filippo II di Spagna e nei dubbi morali (soprattutto in relazione alla condanna a morte della cugina Maria di Scozia) di Elisabetta d'Inghilterra, ma assolve anche il Duca di Medina Sidonia, capo dell'Armada, ed esalta il ruolo dell'ammiraglio inglese Howard e della sua punta di diamante Sir Francis Drake, il celebre corsaro.
Mattingly inserisce l'evento narrato - la catastrofica spedizione della invencible armada del 1588 - negli eventi europei della sua epoca, con frequenti puntate nella Francia del periodo della "guerra dei tre Enrichi" e, nel tracciare un bilancio finale della disfatta spagnola, ritiene di minimizzarne l'influenza sugli sviluppi successivi della Storia europea: quel che doveva succedere sarebbe comunque successo. È una conclusione sostanzialmente in linea con molta storiografia contemporanea relativa a famosi eventi storici, quelli che (non) hanno cambiato il mondo. (5 marzo 2018)

sabato 22 settembre 2018

Alberto Crespi, Storia d'Italia in 15 film


Alberto Crespi, Storia d'Italia in 15 film, Laterza (2016)

Quella di Alberto Crespi di raccontare la storia dell'Italia unita attraverso 15 film è un'idea indubbiamente vincente e interessante. Naturalmente la scelta dei film è, come sempre, discutibile, ma ha un senso logico, debitamente spiegato dall'autore capitolo per capitolo.
Ovviamente, i film di cui si parla non sono soltanto i 15 eponimi per il periodo o l'evento preso in considerazione. Solo per fare un esempio, il 1948 è raccontato attraverso Don Camillo (l'unico film diretto da uno straniero, il francese Duvivier), ma la saga del parroco di Brescello e del suo rivale comunista Peppone è analizzata nella sua interezza.
Il passare ed il cambiare del tempo sono segnalati dalla presenza di due di quelle che oggi chiameremmo serie televisive, il Sandokan del 1976 e Gomorra, datato quarant'anni dopo. Curiosamente, queste due serie sono dirette da un padre e un figlio, Sergio e Stefano Sollima, peraltro non due tra i maggiori autori del nostro cinema.
Questo di Crespi è un libro che vale la pena di leggere, anche per avere un approccio meno accademico alla storia del nostro paese, senza lasciarsi sfuggire i suoi momenti salienti, che purtroppo sono stati spesso tragici (guerre, dittature, attentati, repressioni poliziesche).
Di seguito i capitoli del libro.

1.      Risorgimento - 1860 (A. Blasetti)
2.      Guerra di Libia - Cabiria (G. Pastrone)
3.      Prima guerra mondiale - La grande guerra (M. Monicelli)
4.      Fascismo - Amarcord (F. Fellini)
5.      8 settembre - Tutti a casa (L. Comencini)
6.      Resistenza - Se sei vivo spara (G. Questi)
7.      Dopoguerra - C'eravamo tanto amati (E. Scola)
8.      '48 - Don Camillo (J. Duvivier)
9.      Boom - Il sorpasso (D. Risi)
10.  '68 - Sandokan (Se. Sollima)
11.  Da Piazza Fontana agli anni Settanta - Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (E. Petri)
12.  Il 1974 - Salò o le 120 giornate di Sodoma (P. P. Pasolini)
13.  Dal magico '89 al berlusconismo - Il caimano (N. Moretti)
14.  Il Duemila - Diaz (D. Vicari)
15.  2016 e oltre - Gomorra - La serie (St. Sollima)
(20 ottobre 2017)

martedì 17 luglio 2018

Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (2010)


Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (2010)

Per chi come me non lo sapeva, costituisce una sorpresa venire a conoscenza che il protagonista di questo romanzo, Roger Casement, è stato una figura storica, una persona realmente esistita, uno dei patrioti celebrati dalla Repubblica d'Irlanda. Il primo interrogativo che ci si pone è perché lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la Letteratura 2010, abbia voluto scrivere un romanzo incentrato su questa figura di fautore dell'indipendenza irlandese. Lo si capisce durante la lettura: uno dei suoi viaggi culminati in rapporti di denuncia dello sfruttamento degli ultimi del mondo da parte di potenze o compagnie multinazionali straniere lo aveva portato nel Putumayo, una delle regioni amazzoniche del Perù (paese d'origine dello scrittore), incastonata tra i confini con l'Ecuador, la Colombia ed il Brasile, poverissima e tuttavia oggetto di spietato sfruttamento da parte di compagnie straniere per la preziosissima presenza del caucciù.
Il romanzo inizia quando il protagonista si trova già nel carcere inglese di Pentonville Prison, in attesa della condanna a morte per alto tradimento nei confronti della Gran Bretagna. Era successo che le esperienze nel Congo (proprietà della corona belga) e nel Putumayo peruviano, sfociate in clamorose quanto infruttuose denunce delle gravissime condizioni di sfruttamento, condito da violenza, nei confronti delle popolazioni locali, avevano instillato in Roger Casement il germe del nazionalismo irlandese, spingendolo ad equiparare le condizioni dell'Irlanda, soggetta al dominio inglese, a quelle dei paesi dei quali aveva denunciato lo sfruttamento.
Casement era nato in Irlanda da genitori anglicani, ma la madre lo aveva fatto battezzare all'età di tre anni secondo il rito della chiesa cattolica. L'avvicinamento all'ideologia nazionalista irlandese accosta l'uomo al cattolicesimo, al quale aderisce il giorno dell'esecuzione della condanna, nella prigione nella quale è recluso. Perché Casement viene condannato per alto tradimento nei confronti della corona britannica? Divenuto un diplomatico di alto rango nell'ambito dell'amministrazione di sua maestà, nel suo impegno rivoluzionario teso al riconoscimento dell'indipendenza dell'Irlanda dal governo di Londra, Roger Casement aveva commesso il grave errore di fare affidamento sulla Germania per raggiungere il proprio obiettivo. Siamo infatti nel 1916, in piena Prima Guerra Mondiale ed il mettersi sotto l'ombrello tedesco costituisce, per l'appunto, alto tradimento nei confronti del paese d'appartenenza (sebbene non più sentito come tale). Per la cronaca, il 1916 è lo stesso anno in cui viene condannato a morte e giustiziato dal governo austriaco Cesare Battisti, formalmente suddito della monarchia asburgica, ma italiano a tutti gli effetti, arruolatosi nell'esercito italiano e catturato dagli austroungarici con le armi alla mano. In questo suo impegno con i tedeschi, dalla cui vittoria bellica sperava di ottenere una rapida indipendenza dell'Irlanda, Casement si trova contro anche tutti gli amici irlandesi, nazionalisti come lui, che tuttavia combattono la guerra dalla parte degli inglesi, trovandosi alla fine alleato di una ristretta cerchia di fanatici nazionalisti gaelici.
Il protagonista del romanzo, in conclusione, vede respinto ogni appello alla clemenza e per la commutazione della condanna a morte, anche perché, al momento dell'esame della richiesta di grazia, vengono resi pubblici i suoi Black Diaries, nei quali sono rivelate con dovizia di particolari le sue tendenze omosessuali, all'epoca costituenti ancora un reato in Gran Bretagna e viste comunque con ostilità anche da parte della comunità cattolica irlandese.
Allo scrittore sembra interessare soprattutto il percorso umano del protagonista, che prende coscienza dello sfruttamento che pervade il mondo di cui fa parte, fautore di un colonialismo ipocrita che non ha come scopo l'uomo ma il profitto e come filosofia una volontà di potenza ammantata da intenti falsamente civilizzatori. Casement si sobbarca un ruolo da redentore e lo fa commettendo una miriade di errori, assumendo su di sé contemporaneamente i ruoli di Gesù Cristo e di Giuda Iscariota, dell'intellettuale e del martire, di un essere umano che viene condannato dalla giustizia civile ma perdonato dal tribunale religioso. La spinta etica raccontata nel libro, unita alle contraddizioni di una vita non in linea con gli standard del tempo (per qualche aspetto Casement ricorda la figura di Pasolini), rende il personaggio particolarmente vicino al lettore, che lo vede come una (forse) fastidiosa ma necessaria coscienza critica di sé stesso e della società in cui vive.
Il sogno del celta, cioè l'indipendenza dell'Irlanda, si realizzerà soltanto dopo la morte di Casement, nel 1922. Ma il romanzo di Vargas Llosa ci informa, alla conclusione, che il diplomatico anglo irlandese è oramai assurto nel pantheon degli eroi della Repubblica. Tocca a chi legge, in questo caso, stabilire se il romanzo abbia un lieto fine oppure no.

giovedì 30 novembre 2017

Pier Maria Bocchi, Invasion U.S.A.

Pier Maria Bocchi, Invasion U.S.A., Bietti, 2017


Il critico Pier Maria Bocchi "invade" un terreno che non sapevo fosse così inesplorato, come quello del cinema americano degli anni Ottanta. È possibile che la critica del nostro paese si sia disinteressata di un cinema che viene generalmente ricordato per i successi planetari di alcuni blockbuster (L'impero copisce ancora, I predatori dell'arca perduta, E.T., Il ritorno dello Jedi) e per i trionfi al botteghino di campioni del reaganismo cinematografico come Rambo II e Rocky IV). Va comunque ricordato che in quegli anni sono stati prodotti lavori di indubbio valore ed anche fuori dagli schemi, come Toro scatenato e Re per una notte di Scorsese e Crimini e misfatti di Woody Allen, con quest'ultimo film che idealmente chiude il decennio su una nota di profondo pessimismo.
Gli anni Ottanta al cinema sono stati il periodo in cui alcuni autori dei decenni precedenti sono rimasti pressoché fuori dai giochi o sono stati comunque fortemente ridimensionati, come Arthur Penn, ma hanno anche visto autori già affermati riuscire a traghettarsi nel nuovo decennio magari mutando pelle e mantenendo un alto standard artistico e un buon successo di pubblico: è il caso dei già citati Scorsese (che con Il colore dei soldi porterà Paul Newman al suo primo premio Oscar) e Woody Allen, ma anche di Brian De Palma, autore, con Scarface, di uno dei film più iconici del periodo.
L'excursus di Bocchi, inevitabilmente incentrato sulla figura del presidente Ronald Reagan, in carica dal 1981 al 1989 (il suo ex presidente Bush senior gli succedette il 20 gennaio di quell'anno) e della sua politica interna (le reaganomics) ed estera, individua le linee fondamentali del cinema americano di quegli anni, dal fiero anticomunismo delle saghe con Stallone protagonista all'esplosione fumettistica dei primi lavori con al centro Schwarzenegger, dalle commedie più o meno sentimentali (Ritorno al futuro e Harry ti presento Sally) ai filmoni lacrimosi tipo Voglia di tenerezza e La mia Africa. Ma l'analisi del critico non trascura la politica industriale che si muove intorno e dentro al cinema, dai grandi fallimenti di alcune storiche major ad acquisti, incorporazioni ed altri movimenti delle compagnie cinematografiche, fino all'arrivo e all'uscita di scena di produttori aggressivi e voraci come i capi della Cannon Golan e Globus.

In questo contesto, Bocchi sfata dei miti (quello del cinema cosiddetto "patinato"), traccia percorsi umani e artistici, mostra da quali genitori nascono gli Ottanta e quali figli genereranno negli anni Novanta (il capitolo intitolato come un vecchio film, America, America, dove vai?) e comunque esplora un decennio che effettivamente non ha lasciato finora moltissimi nostalgici ed è stato davvero poco studiato, almeno dalle nostre parti.

sabato 21 ottobre 2017

L'abbazia dei cento inganni

Marcello Simoni, L'abbazia dei cento inganni, Newton Compton Editori, 2016.


Premesso che il libro mi è stato regalato e che quindi è di per sé un enorme piacere l'averlo ricevuto, entrando nel merito, devo dire che il romanzo non mi è affatto piaciuto. È probabile che questo genere letterario abbia un suo seguito di fan appassionati e che qualcuno di costoro possa pensare che io non lo abbia capito, a maggior ragione perché si tratta del terzo e finale capitolo di una trilogia (denominata Codice Millenarius Saga). Io penso di averlo capito, anche perché non è che ci sia moltissimo da capire. Nella sua inverosimiglianza (che nella narrativa non è necessariamente un difetto), L'abbazia dei cento inganni sembra un Bignami del Nome della rosa e va da sé che Marcello Simoni come intellettuale non vale un centesimo di Umberto Eco.

Non posso dire di essere rimasto deluso, perché culturalmente da questa lettura non mi aspettavo molto. È un romanzo che potrà piacere agli appassionati di cappa e spada, di misteri e di agnizioni. Insomma, è un romanzo d'appendice dei nostri giorni, ambientato in epoca medioevale. l'importante è che non ci si aspetti di impararvi granché.

domenica 19 giugno 2016

Enrico Deaglio, Il raccolto rosso 1982 - 2010

Enrico Deaglio, Il raccolto rosso 1982 - 2010, Il Saggiatore

Quasi trent'anni di mafia - il che significa stragi, delitti, estorsioni - raccontati da Enrico Deaglio, un giornalista torinese che per meglio comprendere il fenomeno mafioso ha vissuto a lungo in Sicilia. Il libro è suddiviso in due sezioni, perché la prima era già uscita come libro autonomo relativamente al periodo 1982 - 1993, in sostanza dall'omicidio del generale Dalla Chiesa all'arresto di Totò Riina, dopo il biennio rosso di sangue 1992 - 1993.

Ma Deaglio racconta anche la genesi della scalata al potere dentro Cosa Nostra da parte dei corleonesi, guidati prima da Luciano Liggio e poi da Riina e Provenzano, con le stragi del 1981 che fanno piazza pulita della vecchia generazione dei boss mafiosi, tra i quali sopravvive soltanto «il papa» Michele Greco.

Deaglio stigmatizza qualche vecchio modo di dire che ha avuto successo per un periodo troppo lungo, con effetti indubbiamente deleteri. Un esempio: il dire che la mafia è un modo di pensare e di comportarsi, mentre è essenzialmente un'organizzazione criminale dedita all'ottenimento di un ingiusto profitto (oltre alla perpetuazione di sé stessa) attraverso sistemi illeciti.

Nell'appendice, curata dal giovane collaboratore di Deaglio, Andrea Gentile, è riportato anche il famoso monologo pronunciato dallo zio del protagonista (Paolo Bonacelli) nel film Johnny Stecchino (1991) di Roberto Benigni, dove vengono elencate le tre piaghe che affliggono la Sicilia: l'Etna, la siccità e il traffico. Magari fosse possibile che una risata seppellisse anche la mafia.



venerdì 3 giugno 2016

Giovanni Papini, Un uomo finito

Giovanni Papini, Un uomo finito, 1913

Solo per curiosità, mi piacerebbe sapere quanti ancora leggono Un uomo finito di Papini. Si tratta di un libro come, credo, oggi non si scrivono più. L'opera è una sorta di autobiografia/bilancio letterario di un uomo di appena trent'anni che si ritiene - ma è artificio retorico - un uomo finito.

Non è frequente che un letterato, anche con un'altissima opinione di sé stesso, come Papini scriva un libro di così grande sincerità. Egli confessa di considerarsi un uomo fallito, per non avere realizzato le proprie ambizioni giovanili. Le pagine migliori sono quelle dedicate all'infanzia e all'adolescenza, quando il ragazzo, di povera famiglia, trovava consolazione esclusivamente nella lettura dei libri, peraltro di difficile reperibilità per il loro costo. Dalle aspirazioni enciclopediche ed universali, il giovane passa agli studi sempre più circoscritti. E tuttavia legge, scrive, fonda riviste e gruppi filosofici, ma quando legge sente l'esigenza di scrivere e quando diventa scrittore vorrebbe realizzarsi come uomo d'azione. A nemmeno trent'anni, Papini sente di avere fallito la propria missione intellettuale di cui si sentiva investito e scrive questa sorta di autoaccusa che è anche un'autodifesa letteraria, caratterizzata da grandi orgoglio e sincerità.


Papini dichiara di provenire da una famiglia umile di orientamento socialisteggiante e di atteggiamento religiosamente ateo, testimoniato dall'apprezzamento per l'Inno a Satana del Carducci. Ma questo libro ha una struttura quasi cristologica, nel senso che a una prima parte puramente biografica e ad una seconda che sembra un'autocertificazione di morte, segue un epilogo che profuma di resurrezione e di ascensione al cielo, con quel suo «no! Io non sono un uomo finito!» che sembra annunciare una pasqua laica. Ed effettivamente negli anni seguenti Papini avrà una clamorosa conversione al cattolicesimo, preannunciata nel suo libro Storia di Cristo (1921),  purtroppo anche accompagnata dall'adesione al fascismo, da cui ricaverà anche onori e vantaggi di carriera accademica.

lunedì 16 maggio 2016

Enrico Fedrighini, Moby Prince, un caso ancora aperto

Enrico Fedrighini, Moby Prince, un caso ancora aperto, Edizioni Paoline, 2005

Leggere un libro sul disastro (non si sa bene nemmeno come chiamarlo: tragedia? strage?) del traghetto Moby Prince in servizio di linea tra Livorno e Olbia, anche a 25 anni di distanza dal fatto, costituisce l'ennesima mazzolata sulla convinzione di vivere in un paese democratico e, soprattutto, sovrano.
Nell'immediatezza degli avvenimenti, i media concentrarono le spiegazioni del disastro essenzialmente su due fattori: la presenza di una fitta nebbia e la disattenzione umana, con il dire che l'equipaggio era intento a guardare la partita di calcio in TV, trovando in questo modo una concausa nell'evento atmosferico e nella proverbiale cialtroneria di noi italiani. Ma se nel mistero fitto che avvolge i fatti della tragica sera del 10 aprile 1991 c'è una certezza, questa è che nelle ore e nei minuti che precedettero il disastro non c'era nebbia sulla rada del porto di Livorno, teatro dell'incidente. Altra certezza, quanto meno ragionevole, è che al momento dell'impatto tra il Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo l'equipaggio (né nessun altro a bordo del traghetto) stava guardando la partita. Fedrighini fornisce tutte le prove di questi due fatti, prove che peraltro erano già presenti agli atti delle indagini e dei processi.
C'è quasi da vergognarsi a sintetizzare un libro come questo (edito dalle Edizioni Paoline!) in poche righe, anche perché gli scenari ipotizzati dall'autore nella seconda parte dell'inchiesta sono talmente foschi da perderci la testa: se ne possono trarre alcune conclusioni, tra le quali che gli italiani non sono mai tanto efficienti come quando c'è da depistare le indagini della magistratura. Di fatto, il 10 aprile 1991 le cose non andarono come sono state raccontate anche nei processi penali: e se sono stati mantenuti tanti segreti, se sono state operate tante manomissioni sulle prove, se no sono state fatte alcune indagini essenziali (per esempio l'autopsia sul cadavere meglio conservato di tutto il traghetto), se molti testimoni hanno dichiarato il falso, anche contraddicendo spudoratamente sé stessi, deve esserci per forza qualcosa da nascondere. Perché, altrimenti, lasciar morire 140 persone (su 141: si salvò soltanto il giovane mozzo Alessio Bertrand) a bordo di una nave in fiamme, senza neanche tentare di salvarle? E perché le autorità statunitensi, che a pochi chilometri dal porto di Livorno hanno l'importantissima base di Camp Darby, sostengono addirittura di non avere alcun radar che tenga sotto controllo quanto avviene nel porto di Livorno?

Sono tante le ragioni che impongono di leggere il libro di Fedrighini (che è del 2005) e quelli di altri autori che si sono interessati alla tragedia, come recentemente la giornalista del Tirreno di Livorno Elisabetta Arrighi, affinché almeno i parenti delle 140 vittime abbiano una risposta su come e perché quelle persone che dovevano risvegliarsi ad Olbia sono invece bruciate su un traghetto arroventato a due miglia dalla costa toscana.

sabato 23 aprile 2016

Emilio De Marchi, Il cappello del prete




Nelle intenzioni di Emilio De Marchi, il suo doveva essere un romanzo d'appendice, alla maniera dei francesi, rispetto ai quali lo scrittore milanese voleva dimostrare la non inferiorità degli italiani nel genere. De Marchi, comunque, è bravo anche nel descrivere certi meccanismi psicologici, tanto da avvicinare i propri personaggi ad altri archetipi già ben conosciuti e ben più alti, dal Dostoevskij di Delitto e castigo al più icastico Il cuore rivelatore di Poe.

Comunque la si veda, Il cappello del prete è un'ottima lettura, perché allo scheletro del romanzo d'appendice De Marchi sa dare nuova linfa sia dal punto di vista della descrizione psicologica dei personaggi (in particolare del protagonista, barone Carlo Coriolano di Santafusca) sia per la vivace presentazione di Napoli e delle figure che vi si muovono, tanto da inventare rispetto allo schema di partenza, un genere quasi inedito per la letteratura italiana, assai affine alla letteratura noir. La riuscita di questo romanzo appassionante è, vista la sua ambientazione, tanto più sorprendente in quanto è scritto da un autore che più milanese sarebbe difficile trovare.

martedì 29 marzo 2016

Flying Colours (Greg Russo)

Greg Russo, Flying Colours, Arcana, 2015, p. 493.

Leggere un libro sui Jethro Tull, per me, significa ripercorrere una parte della mia vita. Per quanto interessanti, non è come leggere un romanzo o un libro di storia, che pure hanno un grande valore per chiunque, perché quando si legge un libro è inevitabile prendere a punto di riferimento alcuni elementi della propria vita interiore ed esteriore.
Ho conosciuto i Jethro Tull quando avevo 17/18 anni e questo gruppo da allora ha accompagnato la mia vita in molte delle sue fasi. Qualche giorno fa, parlando con un compagno di pendolarismo, dicevo che ho ascoltato talmente tanto i Jethro Tull da allora che mi sono venuti a noia. E invece devo dire che non è vero, e me ne sono accorto anche sulla scorta della biografia - il manuale, com'è scritto sulla copertina - dei Jethro Tull.
Leggendo un libro come questo di Greg Russo, si percorrono due distinti binari, quello autobiografico e un altro, che dà voce ai Jethro Tull stessi, perché parla delle canzoni e della musica, il mezzo espressivo che meglio di ogni altra cosa esprime il mondo di un gruppo rock.
Dal primo punto di vista, per chi è nato nel 1967, è forte la tentazione di ripercorrere in parallelo la propria vita con la carriera di una band formatasi nel 1968, anche perché l'autore di Flying Colours si premura di iniziare il racconto ben prima dell'adozione ufficiale del nome ispirato ad un agronomo inglese del XVII - XVIII secolo. Quindi si seguono i primi incerti passi, i primi album e le tournée, i cambi di formazione, i successi, le critiche, le gioie e i dolori che inevitabilmente più di quaranta anni di storia portano con sé (il libro in questione era stato originariamente scritto nel 1999 ed è stato aggiornato da ultimo nel 2009).
Per quanto mi riguarda, ho iniziato a seguire la band di Ian Anderson nel periodo immediatamente successivo all'uscita di Under Wraps (1984), che per me resta senza dubbio l'album più brutto del gruppo britannico. Ma, ovviamente, il primo colpo di fulmine fu quello per Aqualung (1971), poi per Thick as a Brick (1972) e poi per tutti gli altri album, tra i quali ognuno ha i propri preferiti.
Poi c'è l'altro aspetto, quello delle canzoni, della loro origine e del loro significato, da Serenade to a Cuckoo ad Aqualung, da Cat's Squirrell a Dun Ringill. Perché, come dicevo, la voce di un gruppo rock non può che essere data dalle loro canzoni. E questo vale soprattutto per una band la cui biografia non prevede eventi eclatanti: Ian Anderson e i compagni non hanno fatto uso sistematico di droghe (anzi, in generale, sono piuttosto salutisti) e solo moderate quantità di alcol e sigarette hanno accompagnato alcuni dei musicisti della band. Gli unici eventi che segnano in negativo la storia dei Jethro Tull sono la morte del terzo bassista John Glascock, condannato da un'infezione dentale che andò ad incidere su una malformazione cardiaca e il cambio di sesso del pianista e arrangiatore David Palmer che, dopo il decesso della moglie, acquisì una nuova identità con il nome di Dee Palmer.
A questo punto, dato che la narrazione del libro si arresta al 2009 e quindi non ci può aiutare, resta solo da capire se i Jethro Tull esistano ancora oppure no. Il sito Wikipedia dà la band defunta nel 2014, come si poteva arguire, a suo tempo, dalla pubblicazione dell'album Thick as a Brick 2, intitolato a «Jethro Tull's Ian Anderson». Neppure il sito web ufficiale dei Jethro Tull dissipa tutti i dubbi, lasciando aperto uno spiraglio alla sussistenza della band, anche se i membri attuali sembrano oramai dei prestatori d'opera al servizio dell'inossidabile Ian Anderson che, per la cronaca, è nato esattamente venti anni prima di me. Ecco perché mi è sempre rimasto simpatico.

domenica 14 febbraio 2016

L'oro di Napoli

Giuseppe Marotta, L'oro di Napoli, 1947


Giuseppe Marotta, che non è il Direttore Generale della Juventus, era un napoletano trapiantato a Milano, un intellettuale comunque legato alla sua città natale, dove tornò anche a morire. L'oro di Napoli, titolo della sua opera letteraria più famosa, è la pazienza dei napoletani, la dote che consente loro di passare indenni, spesso anche allegri e sorridenti (almeno all'apparenza), attraverso le avversità della vita. In questa composizione per racconti, Marotta descrive una miriade di personaggi a volte rassegnati e dolenti, ma inesorabilmente vivi, che, pur sfiorando a più riprese il bozzetto, somiglia piuttosto a un mosaico, le cui tessere hanno un senso soltanto se viste nell'insieme che vanno a comporre.
La tecnica utilizzata dallo scrittore non è quella di mettersi al di sopra dei propri personaggi, ma di porsi al loro pari, pur conoscendone vita, morte e miracoli. Marotta sembra stazionare nei vicoli di Napoli, quasi scostandosi al passaggio di qualcuno dei personaggi descritti nel libro. Allora, l'autore si rivolge al lettore, come per dirgli «lo vedi questo che passa? Adesso ti dico chi è...».

L'oro di Napoli (1947) è titolo assai più conosciuto per il film omonimo che ne trasse nel 1954 Vittorio De Sica (ispirandosi, con licenze, ad alcuni degli episodi narrati da Marotta, il quale, per parte sua, collaborò alla stesura del copione), che in quanto libro, ma costituisce una lettura divertente, che dice molto del carattere eterno dei napoletani e delle mille vite di Napoli, al pari di alcune opere di Eduardo De Filippo.

domenica 10 gennaio 2016

Enrico Brizzi, La nostra guerra (2009)

Enrico Brizzi, La nostra guerra, Dalai Editore, 2009, p. 640, € 10,00.

Trattandosi di un antefatto, o prequel, di L'inattesa piega degli eventi (2008), precedente romanzo di Enrico Brizzi, la trama di La nostra guerra è in qualche modo obbligata ad incanalarsi affinché siano possibili e plausibili le vicende narrate nel romanzo uscito prima, benché relativo a una materia cronologicamente successiva. Tuttavia, mi sembra che tra i punti salienti della narrazione pseudo storica di Brizzi si possa rinvenire la convinzione, legittima in uno scrittore di finzione, che, per ragioni storiche, politiche, o puramente geografiche, il coinvolgimento dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale fosse comunque inevitabile. Quindi, anche se nel 1940 Mussolini non avesse dichiarato guerra alla Francia e all'Inghilterra, gettandosi nel conflitto al fianco della Germania nazista, sarebbe stato ugualmente impossibile tenere indenne la penisola dal coinvolgimento bellico. Tanto è vero che, in questa fantastoria - o ucronia - l'Italia fascista, dichiarata la propria neutralità, riceve nel 1942 l'ultimatum tedesco ad aprirsi alle armate della Wehrmacht quale cuneo verso il Mar Mediterraneo. Spalleggiata dagli alleati anglo americani (ossia da Cercillone e Rusveltaccio, come li chiama dispregiativamente Mussolini), l'Italia oppone un rifiuto a Hitler e viene prontamente invasa dalle truppe germaniche.
Rivelatasi militarmente impreparato anche nella finzione romanzesca (ma qui non serviva grandissima fantasia), l'esercito italiano riesce ad organizzare una difesa - la cosiddetta "Linea Scipio" - soltanto sulla dorsale dell'Appennino Tosco-Emiliano, di modo che l'Italia Settentrionale cade interamente sotto l'occupazione tedesca, inclusa la città di Bologna, che è quella del giovanissimo protagonista, costretto con la propria famiglia a sfollare in Toscana.
La seconda linea portante di La nostra guerra è infatti quella del romanzo di formazione, che vede come protagonista Lorenzo Pellegrini, dodicenne, figlio di un avvocato bolognese fascistissimo, il quale consuma la prima parte della propria adolescenza durante la guerra e i suoi disastri. Scoprirà ben presto l'infedeltà coniugale del padre, ma anche che i genitori non sono sposati e perfino che la mamma non è sua madre, la quale è invece deceduta nel metterlo al mondo. Il ragazzino scoprirà anche l'amore, il sesso e l'amaro sapore della morte e della perdita. Peccato che questo versante sia quello meno riuscito del romanzo, condotto da Brizzi secondo schemi logori da film per l'infanzia, senza un briciolo di inventiva, per rivitalizzare i luoghi comuni del genere.
Altro elemento che sembra stare a cuore allo scrittore è mostrare l'eterno ed immutabile carattere degli italiani, campanilisti, approfittatori, cortigiani e ruffiani. Rispetto ai luoghi comuni della descrizione italica, manca soltanto la vigliaccheria, qui vinta dallo slancio vitalistico imposto da vent'anni di regime fascista e di relativo indottrinamento. E poi, se nella realtà del dopoguerra molti italiani furono assai bravi a cambiare le loro vecchie camicie nere in camicie bianche o addirittura rosse, in questa finzione in cui i fascisti vincono la guerra, è ancora più semplice per molti rimanere sulla cresta dell'onda, senza bisogno di capriole. Così, nel temporaneo esilio della famiglia Pellegrini in provincia d'Arezzo, emergono le figure di Amintore Fanfani e di Licio Gelli, entrambi bene inseriti nei ranghi del PNF. Non so nei seguiti temporali del romanzo di Brizzi, ma nella realtà si sarebbe ancora sentito, e tanto, parlare di loro.
In conclusione, direi che La nostra guerra parte da un'idea interessante - già utilizzata, per esempio, da Philip K. Dick in La svastica sul sole - e per larghi tratti è persino piacevole da leggere, anche perché un po' di mestiere Brizzi ce l'ha. Tuttavia, il romanzo sconta alcuni difetti tipici dei prodotti non migliori di questo genere, tra cui il destare interesse per gli sviluppi della vicenda nata da una sliding door della storia (dopo la guerra l'Italia diventa una potenza coloniale in danno della Francia, punita per la collaborazione del governo di Vichy con Hitler), ma perde mordente nel racconto delle vicende personali e private del protagonista, la cui figura, a causa di qualche stereotipo di troppo, resta tutto sommato scialba e poco incisiva.

sabato 12 dicembre 2015

Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage


Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage, BUR, 2007, pp. 259, € 10,20
In 35 anni di storia, sono stati scritti tanti libri sulla strage alla stazione di Bologna e forse questo di Riccardo Bocca presuppone la lettura di qualcuno di essi, cui si fa esplicito rimando. Tutta un'altra strage, quanto meno al momento della sua uscita (2007), si poneva come punto della situazione e come momento di verifica delle verità giudiziarie uscite da tanti anni di indagini (talvolta deviate a bella posta) e processi. Bocca parla di molti dei personaggi assurti ai ruoli di protagonisti e/o comprimari riguardo alla strage del 2 agosto 1980, focalizzandosi sulle tre persone condannate in via definitiva per la bomba, cioè Valerio Fioravanti, Francesca Mambro (entrambi condannati all'ergastolo) e Luigi Ciavardini (che ha avuto trent'anni, in quanto minorenne all'epoca dei fatti). Ma ce ne sono altri, magari usciti assolti da indagini e processi, come quel Sergio Picciafuoco che di sicuro si trovava alla stazione ferroviaria di Bologna quella mattina del 2 agosto 1980. Altri personaggi di quella stagione dell'eversione nera (e della storia italiana) sono morti o scomparsi. Nessuno ha mai confessato le proprie responsabilità per uno degli atti più barbari della storia stragista italiana (che pure non è povera di atti orribili), per il quale qualcuno (sc. Licio Gelli) continua a sostenere che si sia trattato dell'esplosione di una caldaia (in agosto, si badi bene). In questo senso, uno degli obiettivi di Bocca è di valutare la personalità criminale di Fioravanti e della Mambro (da trent'anni coppia anche per la legge italiana, essendosi sposati in carcere), in relazione alla capacità morale di commettere un atto del quale si sono sempre dichiarati innocenti. Dalla lettura del libro non si può che propendere per una tesi che contrasta con quest'ultima affermazione dei condannati, in forza di molteplici elementi, non ultimo il continuo variare degli alibi per il giorno della strage e le versioni su questo punto assai poco credibili per degli innocenti. Che poi i tre giovani condannati abbiano potuto fare tutto da soli è cosa che si può mettere in dubbio, anche alla luce dei numerosi depistaggi successivi al 2 agosto 1980. Ma questa, come dice Bocca, è tutta un'altra strage.