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domenica 4 novembre 2018

Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Non c'è quasi mai niente di più serio delle cose comiche, soprattutto se si tratta di un poema eroicomico, genere letterario di cui il modenese Alessandro Tassoni (1565-1635) rivendicava di essere l'inventore. Sono infatti quattro secoli che la critica letteraria disquisisce con gran copia di libri della Secchia rapita, che evidentemente non è affatto ritenuta un'opera minore. Benché i testi critici sulla Secchia del Tassoni non siano numerosi come sull'Orlando furioso o sulla Gerusalemme liberata, si dibatte fin dai tempi della pubblicazione di questo poema eroicomico sulle incongruenze cronologiche alla sua base e sull'identificazione reale dei suoi personaggi, a cominciare dal celeberrimo antieroe il Conte di Culagna.
Uscito intorno alla quindicina del XVII secolo, La secchia rapita è un poema che ha la fondamentale caratteristica di essere molto divertente. Certo, non è fantasioso come l'Orlando furioso (e nemmeno come l'Orlando innamorato del Boiardo) né profondo come La Gerusalemme liberata, che sono i suoi due modelli più diretti, ma si deve riconoscere al suo autore una notevole maestria nel verseggiare ed anche nel prendere - e volgere a suo interesse - molti materiali diversi, dai tempi antichi di Omero a quelli più recenti. Con tutti questi modelli, tra i quali è da includere L'Eneide (e invece non il Morgante del Pulci, per niente apprezzato dal Nostro), il Tassoni costruisce un qualcosa di originale, affiancando ai personaggi di fantasia persone della sua epoca e gli antichi dei dell'Olimpo, come avveniva nell'Iliade.
E così la contesa tra modenesi e bolognesi per il furto di un comunissimo secchio da pozzo, sotto le spoglie di una contesa epica come quella di achei e troiani, diventa il pretesto per evidenziare "i difetti del secolo", ma anche per mettere alla berlina numerosi contemporanei dell'Autore, le cui identità restano mascherate sotto il nome di personaggi di per sé molto buffi, come il già citato Conte di Culagna o il Potta (crasi del termine potestà), gran condottiero dei modenesi.
Il conflitto si svolge in un'epoca imprecisata del medioevo, mischiando anche eventi reali accaduti in secoli differenti, con scontri avvenuti nel Trecento nei quali resta coinvolto anche Re Enzo - figlio di Federico II di Svevia - caduto in realtà prigioniero dei bolognesi alla metà del Duecento (battaglia di Fossalta, 1249).
Naturalmente il lettore di oggi non è capace di riconoscere i personaggi che nel Seicento dovevano risultare abbastanza noti, ma questo non diminuisce il divertimento né la comicità di certi episodi, come quello in cui il Conte di Culagna tenta di uccidere la moglie con quello che crede essere un veleno ed è invece una potente purga, con la donna che riesce a far ingurgitare la pozione proprio al marito, che poi ne subisce tutte le ridicole conseguenze.
La secchia rapita fa parte del favoloso patrimonio della Letteratura italiana, al pari di altre opere, da riscoprire ed apprezzare.

Lettura della «Secchia rapita», a cura di Davide Conrieri e Pasquale Guaragnella, Argo (2016)

sabato 23 aprile 2016

Emilio De Marchi, Il cappello del prete




Nelle intenzioni di Emilio De Marchi, il suo doveva essere un romanzo d'appendice, alla maniera dei francesi, rispetto ai quali lo scrittore milanese voleva dimostrare la non inferiorità degli italiani nel genere. De Marchi, comunque, è bravo anche nel descrivere certi meccanismi psicologici, tanto da avvicinare i propri personaggi ad altri archetipi già ben conosciuti e ben più alti, dal Dostoevskij di Delitto e castigo al più icastico Il cuore rivelatore di Poe.

Comunque la si veda, Il cappello del prete è un'ottima lettura, perché allo scheletro del romanzo d'appendice De Marchi sa dare nuova linfa sia dal punto di vista della descrizione psicologica dei personaggi (in particolare del protagonista, barone Carlo Coriolano di Santafusca) sia per la vivace presentazione di Napoli e delle figure che vi si muovono, tanto da inventare rispetto allo schema di partenza, un genere quasi inedito per la letteratura italiana, assai affine alla letteratura noir. La riuscita di questo romanzo appassionante è, vista la sua ambientazione, tanto più sorprendente in quanto è scritto da un autore che più milanese sarebbe difficile trovare.

domenica 14 febbraio 2016

L'oro di Napoli

Giuseppe Marotta, L'oro di Napoli, 1947


Giuseppe Marotta, che non è il Direttore Generale della Juventus, era un napoletano trapiantato a Milano, un intellettuale comunque legato alla sua città natale, dove tornò anche a morire. L'oro di Napoli, titolo della sua opera letteraria più famosa, è la pazienza dei napoletani, la dote che consente loro di passare indenni, spesso anche allegri e sorridenti (almeno all'apparenza), attraverso le avversità della vita. In questa composizione per racconti, Marotta descrive una miriade di personaggi a volte rassegnati e dolenti, ma inesorabilmente vivi, che, pur sfiorando a più riprese il bozzetto, somiglia piuttosto a un mosaico, le cui tessere hanno un senso soltanto se viste nell'insieme che vanno a comporre.
La tecnica utilizzata dallo scrittore non è quella di mettersi al di sopra dei propri personaggi, ma di porsi al loro pari, pur conoscendone vita, morte e miracoli. Marotta sembra stazionare nei vicoli di Napoli, quasi scostandosi al passaggio di qualcuno dei personaggi descritti nel libro. Allora, l'autore si rivolge al lettore, come per dirgli «lo vedi questo che passa? Adesso ti dico chi è...».

L'oro di Napoli (1947) è titolo assai più conosciuto per il film omonimo che ne trasse nel 1954 Vittorio De Sica (ispirandosi, con licenze, ad alcuni degli episodi narrati da Marotta, il quale, per parte sua, collaborò alla stesura del copione), che in quanto libro, ma costituisce una lettura divertente, che dice molto del carattere eterno dei napoletani e delle mille vite di Napoli, al pari di alcune opere di Eduardo De Filippo.

domenica 10 gennaio 2016

Enrico Brizzi, La nostra guerra (2009)

Enrico Brizzi, La nostra guerra, Dalai Editore, 2009, p. 640, € 10,00.

Trattandosi di un antefatto, o prequel, di L'inattesa piega degli eventi (2008), precedente romanzo di Enrico Brizzi, la trama di La nostra guerra è in qualche modo obbligata ad incanalarsi affinché siano possibili e plausibili le vicende narrate nel romanzo uscito prima, benché relativo a una materia cronologicamente successiva. Tuttavia, mi sembra che tra i punti salienti della narrazione pseudo storica di Brizzi si possa rinvenire la convinzione, legittima in uno scrittore di finzione, che, per ragioni storiche, politiche, o puramente geografiche, il coinvolgimento dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale fosse comunque inevitabile. Quindi, anche se nel 1940 Mussolini non avesse dichiarato guerra alla Francia e all'Inghilterra, gettandosi nel conflitto al fianco della Germania nazista, sarebbe stato ugualmente impossibile tenere indenne la penisola dal coinvolgimento bellico. Tanto è vero che, in questa fantastoria - o ucronia - l'Italia fascista, dichiarata la propria neutralità, riceve nel 1942 l'ultimatum tedesco ad aprirsi alle armate della Wehrmacht quale cuneo verso il Mar Mediterraneo. Spalleggiata dagli alleati anglo americani (ossia da Cercillone e Rusveltaccio, come li chiama dispregiativamente Mussolini), l'Italia oppone un rifiuto a Hitler e viene prontamente invasa dalle truppe germaniche.
Rivelatasi militarmente impreparato anche nella finzione romanzesca (ma qui non serviva grandissima fantasia), l'esercito italiano riesce ad organizzare una difesa - la cosiddetta "Linea Scipio" - soltanto sulla dorsale dell'Appennino Tosco-Emiliano, di modo che l'Italia Settentrionale cade interamente sotto l'occupazione tedesca, inclusa la città di Bologna, che è quella del giovanissimo protagonista, costretto con la propria famiglia a sfollare in Toscana.
La seconda linea portante di La nostra guerra è infatti quella del romanzo di formazione, che vede come protagonista Lorenzo Pellegrini, dodicenne, figlio di un avvocato bolognese fascistissimo, il quale consuma la prima parte della propria adolescenza durante la guerra e i suoi disastri. Scoprirà ben presto l'infedeltà coniugale del padre, ma anche che i genitori non sono sposati e perfino che la mamma non è sua madre, la quale è invece deceduta nel metterlo al mondo. Il ragazzino scoprirà anche l'amore, il sesso e l'amaro sapore della morte e della perdita. Peccato che questo versante sia quello meno riuscito del romanzo, condotto da Brizzi secondo schemi logori da film per l'infanzia, senza un briciolo di inventiva, per rivitalizzare i luoghi comuni del genere.
Altro elemento che sembra stare a cuore allo scrittore è mostrare l'eterno ed immutabile carattere degli italiani, campanilisti, approfittatori, cortigiani e ruffiani. Rispetto ai luoghi comuni della descrizione italica, manca soltanto la vigliaccheria, qui vinta dallo slancio vitalistico imposto da vent'anni di regime fascista e di relativo indottrinamento. E poi, se nella realtà del dopoguerra molti italiani furono assai bravi a cambiare le loro vecchie camicie nere in camicie bianche o addirittura rosse, in questa finzione in cui i fascisti vincono la guerra, è ancora più semplice per molti rimanere sulla cresta dell'onda, senza bisogno di capriole. Così, nel temporaneo esilio della famiglia Pellegrini in provincia d'Arezzo, emergono le figure di Amintore Fanfani e di Licio Gelli, entrambi bene inseriti nei ranghi del PNF. Non so nei seguiti temporali del romanzo di Brizzi, ma nella realtà si sarebbe ancora sentito, e tanto, parlare di loro.
In conclusione, direi che La nostra guerra parte da un'idea interessante - già utilizzata, per esempio, da Philip K. Dick in La svastica sul sole - e per larghi tratti è persino piacevole da leggere, anche perché un po' di mestiere Brizzi ce l'ha. Tuttavia, il romanzo sconta alcuni difetti tipici dei prodotti non migliori di questo genere, tra cui il destare interesse per gli sviluppi della vicenda nata da una sliding door della storia (dopo la guerra l'Italia diventa una potenza coloniale in danno della Francia, punita per la collaborazione del governo di Vichy con Hitler), ma perde mordente nel racconto delle vicende personali e private del protagonista, la cui figura, a causa di qualche stereotipo di troppo, resta tutto sommato scialba e poco incisiva.

domenica 14 giugno 2015

Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo

Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo

Trattandosi di un romanzo italiano del 1927, a chi lo legga oggi, a quasi novant'anni di distanza, Il diavolo a Pontelungo non può non far venire in mente la canzone La locomotiva di Guccini. Il tema è l'anarchia ed i gesti estremi compiuti in nome di questo ideale. Ovviamente, l'ottica dalla quale si guarda al tema è, nelle due opere, praticamente opposta. Guccini, che compone la propria canzone all'inizio degli anni Settanta, ripercorre lo svolgersi - anche psicologico -  del gesto di un anarchico, dettato dalla disperazione e dalla rabbia, inevitabilmente destinato al fallimento. Il cantautore guarda al suo protagonista con un misto di nostalgia e malcelato compiacimento, ripensando alla sua azione potenzialmente catastrofica, con una punta di affettuosa ammirazione, per la coerenza verso un'idea in nome della quale si era disposti a sacrificare la vita. Bacchelli considera l'ideologia anarchica da tutt'altro punto di vista (pur considerando altrettanto impossibile ogni realizzazione dell'utopia anarchica) e non ci si dimentichi che scrive il proprio romanzo durante i primi anni del periodo fascista. Gli anarchici del Diavolo al Pontelungo sono descritti come un'accozzaglia di pericolosi cialtroni e non somigliano per niente ai fascinosi avventurieri cantati da Leo Ferré in un celebre pezzo da lui firmato.
Nella prima parte del romanzo, gli anarchici che si radunano presso la fattoria denominata La Baronata, nel Canton Ticino, sono presentati come ottusi idealisti (in particolare Michail Bakunin e Carlo Cafiero), assolutamente incapaci di confrontarsi con le esigenze pratiche poste dalla vita, quando non come profittatori per niente propensi a qualsivoglia attività lavorativa. In particolare, il capo politico e spirituale dell'anarchismo europeo in questo scorcio di XIX secolo - cioè Bakunin - è descritto come un mestatore infantile, infatuato dei piani rivoluzionari messi a punto a suon di parole d'ordine e codici segreti, un uomo, insomma, con in bocca sempre l'idea della bella morte, magari in cima ad una barricata, , ma sostanzialmente votato al fallimento di ogni e qualsiasi attività posta in essere.
E un fallimento, peraltro tragicomico, è anche l'impresa finale di una sollevazione anarchica a Bologna, città dotta e tranquilla, già secondo centro, fino a pochi anni prima, dello Stato Pontificio.

Suddivisa tra la prima parte ambientata nella campagna della Svizzera italiana e la seconda che si svolge nel capoluogo emiliano, la struttura del romanzo tende alla simmetria, con le due imprese - quella della Baronata e quella della sollevazione bolognese - alla cui testa viene posto Bakunin dai due alfieri dell'anarchismo italiano (Carlo Cafiero e Andrea Costa), destinate ad altrettanti sonori fallimenti, al centro delle rispettive due sezioni. Cafiero e Costa sono i simboli di un modo di essere italiani, pronti a tirarsi indietro per paura od opportunismo, un minuto prima dell'esplosione, dopo avere dato fuoco alla miccia. Ma Bakunin, vittima di un senile infantilismo e dei propri sogni di gioventù, ingenuo e vanitoso al tempo stesso, ci fa probabilmente la figura peggiore. Tanto che, all'epoca dell'uscita del romanzo, Bacchelli si dovette difendere dagli attacchi di un nipote dell'anarchico russo.

sabato 2 maggio 2015

Aldo Palazzeschi, Sorelle Materassi

Aldo Palazzeschi, Sorelle Materassi, 1934

Romanzo della maturità del fiorentino Aldo Giurlani, in arte Palazzeschi, abbandonati i codici futuristi e smessi i panni da incendiario dei versi giovanili.
La crosta di Le sorelle Materassi è umoristica - leggendo il libro si ride spesso e spessissimo si sorride - ma la sostanza è amara, perché qui si narra la storia della parabola rovinosamente discendente di due sorelle attempate della borghesia campagnola del contado fiorentino nel primo scorcio di Novecento. Rovinate economicamente da un nipote furbissimo e parassitario cui non riescono a non perdonare ogni imbroglio, le Materassi vivono davvero soltanto nell'ombra del nipote, il quale, dopo avere succhiato ogni loro sostanza, le abbandona miseramente. E nonostante ciò, per le due sorelle (e anche per la loro fantesca Niobe), il ricordo struggente del nipote resterà l'unica consolazione del tramonto della loro vita.

Lo stile di Palazzeschi è realistico, quasi si trattasse di una proiezione toscana del verismo di stampo verghiano. Lo scrittore sfiora a più riprese il bozzettismo, nella descrizione di certe figurine tipiche del paesaggio fiorentino di campagna, ma schiva questo rischio grazie alla capacità di dare ai propri personaggi finezze e sfumature psicologiche. Che poi forse costituiscono l'altra faccia della bonomia dello scrittore, quasi incapace di andare a fondo quando si tratta di creare un personaggio integralmente negativo (quale sarebbe potuto risultare il nipote Remo, il quale resta invece soltanto un bellimbusto, cinico, ma sentimentale).

mercoledì 12 febbraio 2014

James Leo Herlihy, Un uomo da marciapiede

James Leo Herlihy, Un uomo da marciapiede, BEAT, 2013, p. 211, € 12,90
Capita spesso che da romanzi belli siano tratti film mediocri e viceversa. Quello di Un uomo da marciapiede è uno di quei casi, abbastanza rari, in cui libro e film sono sullo stesso livello, che per entrambi è molto alto. Non saprei dire quale delle due opere sia migliore, pur nel rispettivo, diverso, ambito.
Nel libro ci sono "più cose", più fatti, più antefatti, più retroscena. Il film è, per sua natura, più sintetico e diretto: spesso, anzi, l'abilità del regista consiste proprio nel suggerire determinate vicende in maniera ellittica.
Herlihy (1927 - 1993), autore poco conosciuto dalle nostre parti, autore di un numero limitato di opere (tre romanzi, qualche dramma e un paio di raccolte di racconti), dimostra con questo romanzo di essere uno scrittore vero. Un uomo da marciapiede è infatti un vero romanzo di formazione, che stempera la sofferenza di una vita dura nel valore dell'amicizia, di un'amicizia vera, non fatta di convenienza, che è occasione di tirare fuori la generosità e una sorta di sentimento materno per l'amico più debole: quello stesso sentimento materno che al protagonista Joe Buck, un giovanottone buono e prestante ma non molto intelligente, era sempre mancata, fin da quando la mamma l'aveva lasciato in custodia ad una nonna buona e svampita. Dell'infanzia, Joe Buck si porta dietro soltanto il rimpianto per la nonna morta mentre lui è militare e l'immagine del cowboy, quella dell'unico "fidanzato" della nonna che gli aveva dimostrato un po' di affetto. E per questo, vestito da cowboy, attraversa l'America per proporsi come gigolò ad attempate signore cittadine. Salvo accorgersi che questo suo progetto di vita è frustrante e destinato al fallimento. Con ogni probabilità, Joe riuscirà a crescere soltanto riversando tutto l'affetto e tutta la tenerezza che, pure, si porta ancora dentro, sull'amico "Zozzo" Rizzo, più sfortunato di lui.
Un grande romanzo, che vive delle sagaci, sentite, ironiche, patetiche osservazioni dell'autore su personaggi che ama talmente da essere in grado di prenderne le distanze.

domenica 3 novembre 2013

Mattia Signorini, Ora

Mattia Signorini, Ora, Marsilio, 2013, pp. 221, € 17,00

La prima riflessione che sorge dopo avere letto Ora è che la narrativa italiana deve essere proprio messa male, se un editore importante come Marsilio pubblica un romanzo come questo.
Non avevo mai letto niente di Mattia Signorini e comprai Ora dopo avere visto e sentito lo stesso autore che parlava del proprio libro in una trasmissione televisiva. Ed evidentemente il giovane scrittore veneto è molto più bravo e convincente nel parlare che nello scrivere.
Non che Signorini non sappia scrivere, ma questo romanzo manca degli elementi che un buon romanzo deve avere, a cominciare dall'ispirazione, come se Signorini, al pari del suo protagonista, l'avesse scritto per tenere fede alle promesse fatte al proprio agente e per riscuotere i sostanziosi anticipi dell'editore. Manca poi la necessità, nel senso che si avverte un procedere forzato e difficoltoso, che si divincola ad ogni passo dall'impantanamento, grazie all'inserimento di personaggi inutili e di maniera.
Per essere un romanzo di formazione, insomma, manca quasi tutto, ed infastidiscono particolarmente le falle che si aprono nel contesto realistico, che in un romanzo non è elemento essenziale, a meno che l'autore, com'è il caso di Signorini, non voglia per l'appunto scrivere un romanzo realistico.
Si potrebbe pensare, a voler essere benevoli, che Ettore sia una figura cristologica, tali sono gli effetti benefici che il suo arrivo provoca per i personaggi che incontra al suo paesino d'origine, tutti buonissimi e sempre pronti ad aiutarlo. Ma sarebbe una raffigurazione messianica che, anziché divenire protagonista di una vicenda come quella evangelica (che, quella sì, era carne e sangue, oltre che spirito santo), sembra calata nell'immobilismo ingessato di un presepio.
Il buonismo che - contro la volontà dell'autore, c'è da giurarci, perché vorrebbe trattare d'altro - costituisce il nerbo di Ora è veramente stucchevole e fa venire alla mente un'ideologia ruralista di stampo paratelevisivo. La storia del ritorno di Ettore al paese natale contempla una serie di personaggi che da un lato sembrano non aspettare altro che lui arrivi oppure, sebbene sia stato via dieci anni (la metà di Odisseo, ma questo Ettore non è stato né in guerra né a peregrinare per il Mediterraneo), non lo riconoscono nemmeno. Quindi c'è la vecchia solitaria, che tutti considerano una mezza strega, la quale si affeziona quasi subito al Nostro. C'è la ex, inspiegabilmente mollata dal protagonista, ora rimasta ragazza madre, con un frugoletto di sei anni, ovviamente simpaticissima canaglia, che si affeziona anche lui immediatamente a Ettore. E poi gli amici, quello che gli sistema il Ciao, un ciclomotore dato praticamente per estinto a metà anni Novanta e che qui, invece, sfreccia come una saetta; l'altro che gli fa riallacciare la corrente elettrica, la signora un po' burbera che si occupa di vendergli la casa, un altro che fa il ristoratore e gli offre il pranzo, il pazzo del villaggio che si rivela una specie di Jimi Hendrix e così via.
Tutto questo, unito ad un finale da romanzo d'appendice, se non da fotoromanzo (genere cui rimandano alcuni dialoghi, davvero che non si possono leggere senza farsi cogliere dalla nausea), che fa cascare le braccia per mancanza di credibilità, mette in secondo piano il rabbioso tentativo di conquista della maturità e di un rapporto con il padre, seppure postumo, da parte del protagonista.

venerdì 24 maggio 2013

Bartleby lo scrivano

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, BCD, 2012, pp. 68, € 5,90

Fulminante e geniale racconto lungo (una cinquantina/sessanta pagine), uscito nel 1853, di Herman Melville, che sembra la narrazione di un caso di scuola, ma è probabilmente la metafora di una condizione personale dello scrittore stesso. Quella, cioè, di un autore, già affermato ma di difficoltoso successo, che, a chi lo spingeva a pubblicare testi che potessero trovare maggiore successo da parte dei lettori, se non a lanciarsi nel mondo più redditizio degli affari, rispondeva semplicemente, senza ulteriori spiegazioni, come Bartleby, «preferirei di no».
Questa semplicissima chiave di lettura (fornita, tra gli altri, da Lewis Mumford) rende ancora più geniale un racconto peraltro scritto benissimo.



sabato 18 maggio 2013

La via del tabacco

Erskine Caldwell, La via del tabacco, Fazi, 2011, pp. 217, € 18,50.

L'America profonda della Grande Depressione, dove una miseria atavica, aggravata dalle conseguenze del crac del '29, sembra essersi insinuata nel patrimonio genetico di alcune persone, come i disgraziati membri superstiti della famiglia Lester (o almeno di quelli che continuano a stazionare nei pressi della catapecchia che fu di loro proprietà).
L'estremo realismo di Caldwell sfocia spesso nel grottesco (con un atteggiamento di compassione critica che ricorda quello che sarà adottato dal Pasolini dei suoi romanzi migliori, come Ragazzi di vita e Una vita violenta), come se l'autore stesso volesse soprattutto parodiare la letteratura di derivazione ottocentesca, laddove essa tendeva a idealizzare gli stati del Sud - come la Georgia di La via del tabacco - con la loro presunta tradizione di cavalleria e di eleganza, contrapposte al rozzo pragmatismo degli stati del Nord e del West.
In questo modo, Caldwell raggiunge spesso, oltre allo scandalo per l'audacia delle descrizioni e per la ferocia della critica sociale (con uno Stato del tutto assente, che lascia i propri cittadini nella miseria e nell'ignoranza più totale), vette che non molti altri scrittori americani di quel periodo hanno saputo toccare e che fanno di La via del tabacco un capolavoro.

mercoledì 9 gennaio 2013

Friedrich Dürrenmatt, Romolo il Grande, Marcos y Marcos, 2006, pp. 145, € 11,00.
Nel 476 d. C., Odoacre, re degli Eruli, depose Romolo Augustolo, ultimo debole imperatore d'Occidente. Termina quasi sempre così il capitolo dei libri di storia, dedicato alla caduta dell'Impero romano d'Occidente.
Sul capovolgimento di questo assunto - cioè che Romolo Augustolo fosse un sovrano debole - si basa questo dramma storico senza storia di Dürrenmatt. Dove il protagonista del dramma diventa anche protagonista della Storia. Presentato come un sovrano ignavo, perfetto esempio della decadenza dell'impero e causa finale della sua caduta, via via che si susseguono gli atti della pièce, l'ultimo imperatore fa capire come ci sia del metodo nella sua (presunta) follia. Avendo compreso la natura perversa e violenta dell'Impero Romano (e del potere in generale, nonché della sua retorica, dice l'Autore fuor di metafora: «proprio della patria bisogna sempre diffidare. A nessuno riesce così facile uccidere come alla patria.»), Romolo decide di sabotare deliberatamente dall'interno le fondamenta e le istituzioni, in modo che coloro che arriveranno - i popoli germanici, contraddistinti dall'uso dei pantaloni - non avranno che da far crollare un castello di carte. E il supremo sacrificio sarà quello dell'imperatore stesso. che accetterà la morte per mano del re dei nuovi barbari. Ma non andrà così: mentre Romolo attende la glorificazione, tramite l'offerta della propria vita (o meglio: accetta di morire, come evento inevitabile), da parte di questi guerrieri di stirpe germanica, Odoacre si aspetta la legittimazione da parte dell'ultimo imperatore d'Occidente. Prima di mettere fine al suo potere, ma senza spargimento di sangue. Infatti il re degli Eruli offre a Romolo salva la vita e un vitalizio, che questi accetta, dimostrando con tale gesto - sono parole dello stesso Dürrenmatt - la propria grandezza.
Forzando in più punti il dato storico (Romolo Augustolo, nel 476, non era che un imberbe quattordicenne e non aveva figlie in età da marito, né la deposizione dell'imperatore avvenne nella data, pur simbolica, delle idi di marzo, ecc.), Dürrenmatt propone un racconto verosimile, che brilla come un'acuta riflessione sul potere e in particolare su come sia talvolta doveroso sottrarsi agli assurdi e ottusi obblighi che esso impone.

lunedì 27 agosto 2012

Il sorriso dell'ignoto marinaio

Vincenzo Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio, Mondadori, 2004 (1976), p. XVII + 175, € 9,00.
«Metaromanzo o antiromanzo storico», come lo definì lo stesso Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio si snoda con due elementi a fare da perni. Uno è il celebre dipinto di Antonello da Messina che dà il titolo al romanzo e l'altro è l'impresa siciliana dei garibaldini del 1860,  con le conseguenti aspettative di rivalsa e di libertà (nel senso dell'omonimo, bellissimo, racconto del Verga, ispirato ai fatti di Bronte), suscitate dalla spedizione dei Mille nell'animo della povera gente.
La struttura è quella del superamento del romanzo tradizionale, perché Consolo rifiuta una struttura lineare, divaga ed inserisce nella narrazione documenti d'epoca, opportunamente manipolati. E, se il risultato non è di quelli che esaltano il lettore sotto l'ombrellone, fondamentale è il contributo del Sorriso al rinnovamento del romanzo italiano.

sabato 14 luglio 2012

Joseph Conrad, Tifone

Joseph Conrad, Tifone, Einaudi, 2007, pp. 103, € 7,80.

Romanzo breve, almeno parzialmente autobiografico, come la maggior parte delle opere d'ambiente marinaresco dello scrittore d'origine polacca. Si tratta di un racconto che celebra la solidità di carattere di un comandante di una nave colpita da un violento tifone nel Mare Cinese. Mentre gran parte dell'equipaggio è messo fuori combattimento dalla forza degli elementi o perde la testa, il capitano MacWhirr, coadiuvato dai due collaboratori Jukes e Rout, riesce a tenere insieme l'imbarcazione sotto i ripetuti attacchi del tifone e a condurla, ormai ridotta ad un catorcio, in porto.

Con un linguaggio piano e calmo, che contrasta con la potenza dell'evento atmosferico descritto, Tifone si configura come un elogio delle virtù del buon comandante - che sa ascoltare prima di impartire ordini - e del buon funzionario dell'Impero Britannico.

sabato 7 luglio 2012

Vincenzo Consolo - Retablo

Vincenzo Consolo, Retablo, Mondadori, 1987 (2009), pp. 158, € 8,00.


Fuga e ricerca s'intrecciano in questo romanzo - viaggio di un pittore lombardo nella Sicilia settecentesca degli altari barocchi del Serpotta (che compare anche come personaggio), tra aggressioni dei briganti e strabilianti scoperte archeologiche, destinate a finire sui fondali marini.
Retablo è un romanzo di non formazione (il protagonista, alla fine, ammetterà di essere rimasto uguale a prima dell'avventura siciliana), raccontato da Consolo con linguaggio colto e popolare spesso, barocco sempre, con grande quantità di elencazioni (basta aprire una pagina a caso: «Lungo quella strada ancora s'aprivano botteghe, caffè, bottiglierie, ove servivano infusi, rombo, cioccolata, sorbetti, neve con gli sciroppi, miele di Xitta.», p. 135), come se la Sicilia, più che un luogo, un'isola, una nazione, fosse una somma di oggetti, una matassa, un retablo.

venerdì 1 giugno 2012

Gesualdo Bufalino, Le menzogne della notte

Gesualdo Bufalino, Le menzogne della notte, Bompiani, 2001, p. 192, € 7,90

Nel penitenziario situato su un'isoletta del Mediterraneo, alla metà di un Ottocento più verosimile che reale, quattro congiurati di alto livello stanno aspettando l'alba, quando verrà eseguita la loro condanna a morte, per avere cospirato contro la monarchia borbonica. Per passare la nottata, i quattro, che nel frattempo sono trasferiti nella cella dove già si trovava un altro prigioniero, un criminale comune anch'egli condannato alla pena capitale, decidono di raccontare ciascuno la propria storia. Ma sui morituri incombe un'altra promessa/minaccia, fatta dal direttore del carcere, nonché governatore dell'isola, Consalvo De Ritis soprannominato Sparafucile: se anche uno solo dei quattro, in segreto, scriverà su un pezzo di carta la vera identità del potente e misterioso capo della congiura antimonarchica, conosciuto con il nome in codice di Padreterno, sarà data salva la vita a tutti loro.
Le menzogne della notte possono rivelarsi ingannevoli per i protagonisti, ma anche per gli aguzzini, in questo romanzo, breve ma denso, del 1988 che, nella tecnica, ricorda la novellistica classica italiana che ha come maggiore esempio il Decameron, ma anche un capolavoro del cinema come Rashomon di Kurosawa, sorto dall'adattamento di due racconti dello scrittore Akutagawa (per i più giovani, si potrebbe rimandare all'esempio del più recente I soliti sospetti, successivo rispetto a Le menzogne della notte), in una struttura narrativa che, più che a cornice, è stata definita dallo stesso Bufalino come un fiume con i suoi affluenti, in quanto i singoli racconti dei vari personaggi confluiscono nel troncone della trama principale. Ma il meglio del romanzo, pur avvincente e sorprendente nei suoi sviluppi narrativi, consiste nella massa di riferimenti alla cultura sette-ottocentesca, dalla letteratura alla musica alla pittura.
Bufalino è uno scrittore di alta letteratura (com'è stato definito dal libraio da cui ho acquistato il romanzo), al tempo stesso enciclopedico e profondo. che adopera un linguaggio barocco e dà piena soddisfazione al lettore esigente.

sabato 28 gennaio 2012

Rashômon e altri racconti

Ryunosuke Akutagawa, Rashômon e altri racconti, TEA, 2002, pp. 304, € 9,00
Akutagawa (1892-1927) fu uno scrittore, la cui breve parabola artistica coincise con la sua breve vita: probabilmente rendendosi conto di star perdendo l'ispirazione, si suicidò ad appena trentacinque anni. E questo elemento tragico potrebbe anche suonare contraddittorio, se si considera che Akutagawa era un giapponese che si era convertito al cristianesimo. Non tutti i racconti di questa raccolta raggiungono lo stesso livello e, essendo stati composti in periodi lontanissimi, affrontano le tematiche care all'autore - sinteticamente, l'estrema difficoltà di afferrare il senso della vita (non ci scordiamo che Akutagawa fu un contemporaneo di Kafka) - con stili diversissimi: così, per citare soltanto i racconti che mi sono sembrati i suoi migliori, si passa dall'estremo realismo di Rashômon e Nel bosco (fondendo i quali Akira Kurosawa genialmente compose la sceneggiatura del suo primo grande successo internazionale) alle atmosfere satiriche e fantastiche di Toshishun e Nel paese dei Kappa. Molto significativo, per comprendere l'approccio cristiano alla vita di Akutagawa, anche il bel racconto Il Gesù di Nanchino, dove una giovane prostituta malata di sifilide, grazie al suo proposito di non accoppiarsi più con gli uomini per non essere causa di morte, viene riscattata da un redivivo Gesù, materializzatosi sulla Terra sotto la forma di un giovane puttaniere americano. Per dirla tutta, l'esperienza di lettura di questa raccolta di racconti non è stata esaltante come avrei sperato - ma non è stata l'unica delusione che ho ricevuto in quest'ultimo periodo - però il libro di Akutagawa tutto sommato appaga il lettore curioso di capire di più di una cultura che, nonostante tv e cinema, conosciamo ancora poco.

Piccolo grande uomo

Thomas Berger, Piccolo grande uomo, Fanucci, 2006, pp. 567, € 19,00.
piccolograndeuomoChi può non si perda questo capolavoro della letteratura americana, impreziosito, nell'edizione italiana, dalla stupenda traduzione di Luciano Bianciardi, che sa rendere scorrevole  la scrittura di un romanzo (pubblicato nel 1964) che è grande già di per sé. La storia è quella di Jack Crabb, personaggio inventato da Thomas Berger (Cincinnati, 1924), che si muove lungo la frontiera nel periodo in cui questa viene spostata sempre più a ovest, a danno delle popolazioni indigene, mano a mano emarginate nelle riserve, quando non addirittura scientemente sterminate. Berger ci racconta, attraverso l'ottica privilegiata di Jack Crabb, la nascita di una nazione appena uscita dalla Guerra di Secessione, con la fondazione di città oggi importanti come Denver, Colorado, sorte durante una delle molte corse all'oro. L'ottica del protagonista del romanzo è privilegiata, come dicevo, perché lui, bianco, a dieci anni si aggrega a una tribù di Cheyenne, gli "Esseri umani", come si definivano, che, per un malinteso (gli indiani volevano soltanto del caffè), ha ucciso suo padre. Crabb cresce con gli indiani, poi a sedici anni torna con i bianchi, dove viene adottato da un reverendo e dalla sua giovane e desiderabile moglie; qui Jack conosce l'amore, il tradimento e la disillusione (e conosce anche Lavender, uno schiavo negro liberato, che anela a vivere come i pellerossa). Jack, quindi, fugge di nuovo verso gli indiani, poi torna con i bianchi, sposa una bianca che viene rapita dagli indiani e poi tornato con questi, sposa un'indiana che viene uccisa dai soldati bianchi. Egli, dunque, vede il mondo con gli occhi del bianco e dell'indiano; non giudica né gli uni né gli altri, ma comprende che da questo scontro di civiltà (capita l'attualità del romanzo?) i pellerossa non potranno che soccombere: sono i bianchi che uccidono donne e bambini, non viceversa, e dopo ogni sconfitta, anziché sentirsi umiliati, tornano alla carica con forze sempre maggiori, e tradiscono la parola data agli indiani, infischiandosene dei trattati sottoscritti. Jack Crabb, durante la sua lunga vita (è lui stesso che la racconta a un giornalista, alla bella età di 121 anni), dice di avere incontrato alcune tra le leggende del West dal pistolero Wild Bill Hickock al generale Custer - al fianco del quale si trovò nella fatidica giornata del Little Big Horn - fino alla fuorilegge Calamity Jane: bugiardo o meno che fosse, nei primi 34 anni della sua vita fu guerriero Cheyenne, cercatore d'oro, truffatore, cacciatore di bisonti, giocatore di carte e mulattiere per l'esercito.
Ma oltre che il mito della frontiera, per la verità molto smitizzato dallo scrittore americano, conta questo personaggio Jack Crabb che, se non pensassi di incorrere in un pericoloso ossimoro, definirei un antieroe epico, e la scrittura di Thomas Berger, il quale in alcuni momenti delle quasi 600 pagine del romanzo, tocca vette di vera poesia, come quando narra la leggenda del guerriero Cheyenne Uomo Piccolo, che combatté contro i Serpenti anche privo della testa, o quando ci racconta della morte di Pellevecchia, che sembra quella di San Francesco.

Everyman

Philip Roth, Everyman, Einaudi, 2007, pp. 123, € 13,50.
la copertinaPhilip Roth ci narra, nel suo ultimo romanzo, di un uomo di 71 anni, che si rende conto di approssimarsi alla morte. Pezzo dopo pezzo se ne sta andando, così come, pezzo dopo pezzo, ha perso le persone che nella vita gli sono state più care. Alcune le ha perdute per colpa sua (in particolare le prime due mogli e i due figli maschi), altre per le vicissitudini della vita (gli amici e i colleghi, la figlia). E quest'uomo, l'uomo qualunque del titolo lasciato in originale, l'uomo senza nome, si sta avvicinando alla morte senza la consolazione della religione o della filosofia, e alla fine muore. Anzi, muore all'inizio, perché tutto il libro è raccontato come un lungo flashback post mortem, come nel film Viale del tramonto (1951) di Billy Wilder.
In Everyman Roth ha al suo attivo, come quasi sempre, alcune idee forti da proporre e una scrittura fluida e intelligente, che gli è unanimemente riconosciuta, sebbene non abbia ancora convinto i parrucconi di Stoccolma ad assegnargli un meritatissimo Premio Nobel per la Letteratura. Le idee forti di questo libro sono, a mio parere, il sentimento di tristezza per l'approssimarsi della morte, la necessità per gli anziani di convivere con gli acciacchi («la loro biografia coincideva ormai con le loro cartelle cliniche»), la nostalgia per quanto si poteva fare (il sesso, lo sport) e che con la vecchiaia non è più consentito, la perdita delle persone care, il rapporto di amore e al tempo stesso d'invidia per un fratello irraggiungibile in ogni campo. Purtroppo, però, questa volta Roth non riesce a dare una forma distesa e compiuta a questa materia, stiracchiando 123 pagine come in un riassuntino dei suoi personaggi passati o come nel teminoPhilip Roth di fine anno dello studente primo della classe che aspetta con impazienza le vacanze estive. Con Everyman (la copertina significativamente nera da cima a fondo) Roth non graffia, come aveva invece fatto in quel libro di terribile umanità e di meravigliosa riuscita letteraria che è Il teatro di Sabbath, limitandosi a scrivere un'autobiografia postuma di un uomo qualunque che tanto qualunque non è (ha tre matrimoni alle spalle, una carriera di pubblicitario di successo, donne allo schioccar di dita come Fonzie). Pur dichiarandosi devoto dello scrittore Saul Bellow, qui Roth non sa dare al suo romanzo l'ampio respiro di un libro cui Everyman mi ha rimandato spesso nel corso della lettura, e cioè Herzog (1964).
Il ritratto di quest'artista mancato da vecchio, un uomo solo, si riscatta nelle pagine intensissime e toccanti dedicate al rapporto di odio/amore e invidia/ammirazione per il fratello Howie.

Grande Sertão

João Guimarães Rosa, Grande Sertão, Feltrinelli, 2003, p. 499 € 13,00.

«Ma, in quello stesso giorno, sui nostri cavalli così buoni, percorremmo nove leghe. Nove. E in più altre dieci, fino al lago dell'Amarume. E sette per arrivare a una cascata nel Gorutuba. E dieci, facendo tappa tra Quem-Quem e Solidão; e molte marce: sempre sertão. Il sertão è questo; uno lo spinge indietro, ma di colpo quello torna a circondarti da tutte le parti. Il sertão è quando meno lo si aspetta; dico.» (p. 238)

Questo libro fu consigliato da Claudio Magris, al cospetto della cui autorità umilmente m'inchino, durante la trasmissione di Fabio Fazio, poco prima di Natale dell'anno scorso. Ipse dixitMagris disse che in questo libro c'è tutto: l'amore, l'avventura, la guerra, la morte. Ed è vero, ma che fatica! Considerato un capolavoro della letteratura del Novecento, definito l'Ulisse (nel senso di Joyce, ovviamente) della letteratura brasiliana, a me è sembrato piuttosto una sorta di Cent'anni di solitudine riscritto dal Gadda della Cognizione del dolore. È una lettura molto faticosa (la traduzione è piuttosto difficoltosa) che non sempre ripaga dello sforzo patito. Protagonista assoluto è il sertão, un ambiente petroso ma anche boscoso del nord est brasiliano, comprendente anche una parte dello stato meridionale del Minas Gerais. Narrato da Riobaldo, detto Tatarana, jagunço promesso sposo alla bella Otacilia, ma fortemente attratto dal compagno Diadorim, vissuto nel mito di capi leggendari come Joca Ramiro e Medeiro Vaz, il romanzo di Guimarães Rosa narra le avventure di queste bande di fuorilegge - giustizieri che scorrazzano per gli altipiani incorniciati tra sentieri e canali, come gli antichi paladini, in cerca di avventure. E dappertutto appare e scompare, con la sua fauna (anche umana) e la sua flora, il sertão, invadente e discreto al tempo stesso. Alla fine, come in tutti i buoni romanzi di formazione, il protagonista, passato anche attraverso la stipula di un patto col Diavolo, segnato dal dolore per la perdita di compagni e dell'amore della sua vita, avrà imparato la lezione. Il prezzo che, però, avrà pagato il lettore sarà molto più alto del valore acquistato. Insomma, se questo libro è stato caldamente consigliato dal grande critico, non è consigliato dal piccolo lettore.

Agosto 1914

Aleksandr Isaevič Solženicyn, Agosto 1914, Club degli Editori, 1972, pp. 616.
A. Solzenicyn
Con tanta robaccia che esce nelle nostre librerie, non si capisce perché questo bellissimo libro sia da tanti anni fuori catalogo. Sono riuscito a leggerlo soltanto per caso, grazie a Elena, una mia collega, che possiede una copia di quest'opera, nell'edizione del Club degli Editori. Il romanzo costituisce il "primo nodo" di un ciclo intitolato La ruota rossa, che narra di eventi verificatisi durante quelli che per Solženicyn sono i momenti cruciali della storia russa (ma con conseguenza pesanti sull'intera storia mondiale). Agosto 1914 narra con più di 600 pagine gli eventi avvenuti sul fronte russo - tedesco in circa venti giorni, nei primi giorni seguiti allo scoppio della Grande Guerra. Solženicyn racconta, con la sua bella scrittura, ampia e forte, non priva di qualche venatura ironica (e resa perfettamente dall'eccellente traduzione di Pietro Zveteremich, una delle migliori che mi sia mai capitato di leggere), di personaggi storici, come il generale Samsonov e il Granduca Nicola, zio dello Zar e comandante in capo dell'esercito russo, ma inserisce nella narrazione figure immaginarie, come il colonnello Vorotyntsev, il tenente Charitonov e il caporale Blagodarev. E li descrive tutti nelle loro psicologie, mentre si muovono nello scenario della grande tragedia della guerra, con pagine suggestive ed emozionanti (quali la "passeggiata" di Vorotyntsev nelle trincee russe prese di mira dai bombardamenti dell'artiglieria tedesca, o quelle relative al suicidio del generale Samsonov, sconvolto per la disfatta dei Laghi Masuri), che però non rinunciano ad essere minuziose e documentatissime nella descrizione delle operazioni militari. Se un difetto c'è, in questo romanzo, è un'imperfetta opera d'amalgama tra le pagine belliche e quelle che si svolgono in uno scenario di pace, nelle città e nelle campagne lontane dal teatro di guerra, e che sono in parte dedicate ad una famiglia che si capisce adombrare quella avita dello scrittore. Letterariamente ispirato a Guerra e pace di TolstojAgosto 1914 non è emotivamente coinvolgente come All'ovest niente di nuovo di Remarque, ma costituisce senza dubbio un fondamentale tassello nella migliore letteratura ispirata alla Prima Guerra Mondiale.
Nel 1984 Solženicyn ha pubblicato il "secondo nodo" del ciclo, Novembre 1916, mentre nel 1986 è uscito Marzo 1917, "terzo nodo", e nel 1989 il "quarto nodo", Aprile 1917.