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mercoledì 24 settembre 2025


Eupilio Ramella, Nuovo vocabolario politico, Antani Edizioni, 2025, € 10,05.

«Come le sanzioni a Israele» è un modo di dire che ha ormai soppiantato l'antica locuzione, ormai desueta, «alle calende greche». Questa è una delle tante novità lessicali che si leggono alla voce «Sanzioni» del libro, appena uscito, Nuovo vocabolario politico di Eupilio Ramella.

Alla stessa voce si legge anche la nuova locuzione «avere l'effetto delle sanzioni europee alla Russia», che ha ormai sostituito l'antico modo di dire in uso nei migliori circoli culturali di Livorno città, efficace ed icastico, ma di scarso utilizzo nei palazzi della diplomazia, «ni fa come 'r cazzo alle vecchie».

sabato 28 gennaio 2012

Dottor Niù

Stefano Benni, Dottor Niù, Feltrinelli, 2007, pp. 155, € 6,00.

Uscito in prima edizione nel 2001con il sottotitolo Corsivi diabolici per tragedie evitabiliDottor Niù raccoglie i pezzi di Benni usciti su Repubblica nel periodo del primo governo ulivista, e in particolare tra la fine del 1998 (governo D'Alema) e i primi mesi del 2001 (governo Amato), quando la vittoria di Berlusconi alle successive elezioni politiche (una delle tragedie evitabili di cui al sottotitolo) appariva ormai scontata. La maggior parte dei pezzi sono piuttosto datati, se si pensa che sono stati tutti scritti prima dell'11 settembre 2001, e alcuni riferimenti - a ClintonEltsinMilosevic - sembrano arrivare da un'altra era geologica. Alcuni articoli, però, mantengono intatta la loro validità, e, nonostante che gli avvenimenti degli ultimi anni si susseguano a ritmi vertiginosi, anche grazie al moltiplicarsi delle televisioni satellitari, e quindi qualsiasi riferimento all'attualità rischi di essere inutilizzabile a distanza di pochi giorni, grazie alla maestria di Benni, sono ancora divertenti. Per brevità cito soltanto tre pezzi che secondo me sono tra le cose migliori: Natale a Monte Candido (20/12/2000), Confessione di un povero compagno (22/10/1998) e La Storia (31/12/2000). Benni, che è notoriamente di sinistra, in questo libro è bipartisan negli attacchi satirici a Berlusconi come a D'Alema, e ciò fa di Dottor Niù una lettura ancora godibilissima.



La Storia
Da "Storia d'Italia" di Gasparri, Previti e Storace. Testo per le scuole medie e superiori dell'anno 2010
Ai primi del Novecento un giovane pittore di nome Adolf Hitler, si accorse che la dittatura comunista stava cingendo d'assedio la Germania e il mondo. Dopo essere stato perseguitato dalla magistratura e incarcerato, scrisse un veemente saggio sulla superiorità della razza nordica, che lo rese assai popolare. Egli si recò con una piccola scorta militare in Polonia, per promuovere le sue idee. Subito l'Europa filocomunista e parcondicionista gridò all'invasione e lo attaccò. Hitler si difese eroicamente. Per evitare danni ai civili, evacuò alcune città e sistemò gli abitanti in centri di accoglienza quali Auschwitz e Buchenwald. Purtroppo il grande numero di persone causò disagi e carenze nell'accoglienza. La storiografia marxista, con la consueta enfasi settaria, bollò l'accaduto col termine "Olocausto". In realtà, anche se ci fu qualche eccesso da parte dei militari tedeschi, la vicenda è ancora così oscura che, per la sua delicatezza e la violenza di alcune immagini, il ministro dell'istruzione Rovagnati l'ha vietata ai minori di anni 18. Potrete eventualmente studiarla all'università se passerete l'esame delle "quattro i": (Internet, Impresa, Inglese e "ll papà mi dà trenta milioni per iscrivermi"). Dopo il presunto Olocausto, tutti si accanirono contro il povero Adolf. Egli affrontò con coraggio le armate staliniane, la lobby giudaica, i depravati inglesi e i sanguinari francesi. Ma alla fine fu travolto da un massiccio sbarco di extracomunitari in Normandia, favorito dalla politica lassista delle sinistre italiane. Intanto in Italia Benito Mussolini e altri carbonari, che avevano appoggiato il generoso sforzo liberista hitleriano, furono rovesciati da una congiura di partigiani sostenuti dalla magistratura. La dittatura comunista regnò per molti anni, con la collaborazione dei cattolici rossi, dei massoni e della lobby omosessuale. Uomini come Fanfani, Rumor, Scelba, e Taviani, tutti di stretta osservanza marxista, detennero a lungo il potere, e nelle scuole la propaganda stalinista cancellò ogni traccia di verità storica. Lo scoppio di una caldaia alla stazione di Bologna, sostenuto a lungo dal solo perseguitato Bruno Vespa, fu contrabbandato per strage, e così pure venne deviata la verità su Ustica (l'aereo scontratosi contro un sottomarino russo impazzito) e sul guasto meccanico dell' Italicus. Si giunse persino a dire che Hitler era dotato di un membro sotto la media, mentre invece… (vedi illustrazione pagina 145 in alto). Ma ecco irrompere sulla scena mondiale un giovane eroico lombardo, Silvio Berlusconi (vedi illustrazione pagina 145 in basso). Egli cantava in un piano-bar e non pensava alla politica, quando un giorno vide apparire, su un prato alla periferia di Milano, un angelo con la spada fiammeggiante che gli disse: "O unto da Dio, tu sei il prescelto: libererai l'Italia dai comunisti e diventerai ricco e famoso. Eccoti i fondi per fare tre televisioni". E di colpo Berlusconi si ritrovò pieno di monete d'oro. I magistrati persecutori gli chiesero a lungo come avesse fatto quei soldi così in fretta, ma dovettero arrendersi di fronte al miracolo. Nella cantina della sua modesta abitazione di Arcore, Silvio preparò la riscossa insieme a patrioti come Dell'Utri, Previti, Confalonieri e Pilo. Con pochi mezzi e coi i media tutti in mano al nemico bolscevico, riuscì a vincere le elezioni, ma il tradimento di un altro lombardo, Bossi, lo privò del giusto diritto a governare. La dittatura rossa tornò a opprimere l'Italia. I comunisti tolsero a Berlusconi ogni avere, tutte le televisioni e lo incarcerarono per lunghi anni. Silvio Berlusconi fu rinchiuso insieme a Silvio Pellico allo Spielberg, un castello appartenuto al produttore americano. Ma un giorno l'angelo fiammeggiante riapparve e liberò Berlusconi, che rivinse le elezioni a capo di un triumvirato. Questa volta non commise gli errori precedenti. Liquidò con un congruo assegno gli altri triumviri Bossi e Fini e divenne imperatore d'Italia col nome di Silviodoro primo. Sotto di lui la Fininvest e il paese godettero di un periodo di prosperità senza pari. Fu iniziato il ponte di Messina, per congiungere Messina a Reggio Emilia. Fu genialmente creato un milione di posti di lavoro licenziando un milione di vecchi lavoratori. La battaglia tra magistratura e mafia fu finalmente vinta, sconfiggendo la magistratura. Oggi nel 2010, il nostro paese è invidiato e temuto, anche se è tuttora accerchiato dai centri sociali, dall'Europa bolscevica e dai molli americani del primo presidente ex nero Michael Jackson. Ma l'imperatore Silviodoro si prepara a fare dell'Italia la più grande potenza del mondo libero. Le nostre truppe e le nostre parabole televisive hanno già conquistato la Svizzera, e dall'Austria del nostro alleato Kaiser Haider accerchiano Praga e puntano verso la Polonia. E stavolta, non falliremo.

Beati gli zoppi, perché essi parleranno (San Gimmi)

Federico Maria Sardelli - I MIRACOLI di PADREPIO - Mario Cardinali Editore srl, 2002, pp. 100, € 10,00
"Allora cera un uomme che mette 'na pentola di fagioli a i'ffuoche e poi guardava la tivvù che se ne dimentiche di guardare la pentola co'i faggiuole". A un uomo così sbadato sarebbe potuta capitare una disgrazia, ovviamente senza il provvidenziale intervento di Padrepio, sempre pronto a sventare le sciagure provocate da uomini sbadati e anche poco devoti. La narrazione dei miracoli di Padrepio fatta fatta da Federico Maria "Boria" Sardelli in questo libriccino, che porta come sottotitolo "che avvenettero veramende, potesse stiantare chi non ci crede. Ame.", comincia sempre, più o meno, così. Il Sardelli è un genio, ancora non pienamente riconosciuto. È un musicista di grande valore, direttore di un'orchestra barocca, addirittura nominato due volte ai Grammy Awards per le sue incisioni di musica antica. È anche un pittore affermato, che già a quattordici anni poteva vantare un'esposizione personale. Ed è conosciuto, almeno nella sua città natale - Livorno - come uno degli autori di punta del Vernacoliere di Mario Cardinali. Ma, a parte questo, va detto che il libro del Sardelli, già autore di almeno due opere fondamentali come Il Libro Cuore (forse) - un capolavoro, forse la migliore parodia di romanzo mai scritta - e Proesìe, fa stiantare (dal ridere non per scarsa fede nei miracoli del frate di Pietralcina). Ma la genialità dell'autore si vede anche dal rigore che mette nella postfazione, dove, con la precisione del filologo che dimostra anche nella sua professione di musicsta, ripercorre sinteticamente la storia della "santità" di Padrepio, mai riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa e dagli scienziati che aveva mandato ad esaminare il caso, fino alla frettolosa santificazione voluta da papa Wojtyla negli ultimi anni del suo pontificato. Un libro da leggere per ridere, ma, come succede con i testi dei veramente grandi, anche per pensare.

venerdì 20 gennaio 2012

Il secondo tragico libro di Fantozzi

Paolo Villaggio, Il secondo tragico libro di Fantozzi, BUR, 2003, pp. 150, € 6,50.
«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi, Al ristorante giapponese, p. 28)

Con Il secondo tragico libro di FantozziVillaggio continua la narrazione dell’impiegato ormai più famoso d’Italia, già protagonista di una raccolta precedente, intitolata, appunto, Fantozzi. Che non è il supermnegasfigato che ci ha tramandato la saga cinematografica, ma un servile travet che ha modo di rifarsi delle umiliazioni subite nel contesto impiegatizio (non solo in ufficio, ma anche durante viaggi di lavoro e gite con i colleghi) con la moglie Pina e la figlia Mariangela. In questo libro, Fantozzi non è ancora il perseguitato dalla scalogna cosmica, ma è caso mai avventato nelle scelte, troppo ligio agli obblighi imposti dall’etichetta, troppo attaccato alle usanze ed ai pregiudizi: se deve andare in un posto che si presume freddo si veste con mutandoni di lana, maglia di lana, maglione di lana sotto la camicia, maglione di lana sopra la camicia, per concludere con un bello spigato siberiano e un cappottone modello Amundsen. Alcuni degli episodi raccontati da Villaggio sono ormai entrati nel mito (“La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”), altri sono un po’ così, invecchiati, ed altri francamente divertenti, con quello spirito innovativo che, nella prima metà degli anni Settanta, fecero apprezzare Paolo Villaggio come scrittore (da alcuni è considerato un nostro epigono di Gogol Cecov) prima ancora che come attore.

Saggi di metafisica neorazionalista

Federico Maria Sardelli, Saggi di metafisica neorazionalista, I grandi autori de Il Vernacoliere2009, pp. 256, € 14,00. Il libro (o lybretto) è divertente fin dai risvolti di copertina, dove vengono narrate le vite parallele di Federico Maria Sardelli cardinale (ha studiato al Seminario Vescovile “Da Enzo”) e “Generale e dico poco” dell’esercito. Troviamo poi l’esauriente rubrica sulle sagre ma fiere che infestano i nostri ridenti paesini, tra le quali “la superba Fiera del Moscone” – all’inaugurazione della quale saranno liberati più di 800 sciami dei simpatici animaletti, “per la gioia dei più” – e“la tanto attesa Sagra della Scorreggia Vestita Mentre Trombi”. Un’importante sezione del libro è occupata dall’imprescindibile rubrica “La parola a… l’Esperto”, dove il tuttologo Esperto è sempre pronto a consigliare i lettori nella preparazione di prelibatezze culinarie nonché a risolvere annosi enigmi storici. Naturalmente l’Esperto non nasconde le sue simpatie verso i grandi personaggi della Storia, tra i quali, indubbiamente, il suo prediletto è Itle. Né nasconde che alcune questioni storico-etnografiche restano tutt’oggi insolute, prima tra tutte il mistero dei negri. Chiude questo prezioso volume la rubrica sul Faidate, denominata sapidamente (e labronicamente) “Come levarsi il dito dal culo”.

giovedì 19 gennaio 2012

Il libro cuore (forse)

Federico Maria Sardelli, Il libro cuore (forse), I grandi autori del Vernacoliere, 2010, pp. 158, € 13,90
Per capire di cosa si tratti, basta leggere, sul retro copertina, le "Opere del medesimo autore", tra le quali si trovano Il provetto allevator di tafani, i racconti per fanciulli dal titolo Negri moderniIl giuoco della rava (Teoria & pratica)A spasso con Menelik (Ricordi coloniali)Corpi sciolti (Memorie di guerra), Il pasticcer frustone (Metodo).
Il libro cuore (forse) è il capolavoro del Sardelli scrittore (e pRoeta) e probabilmente un capolavoro di per sé. Qui il Sardelli satirizza il deamicisismo della nostra letteratura e della nostra "cultura" e ci riesce, facendoci letteralemnte sbellicare dalle risate, con racconti emblematici dal titolo (solo per citarne un paio) La mia vecchia maestra gobba e Il piccolo fantaccino zoppo.
Il libro è una riedizione, riveduta e corretta (o corrotta) della prima edizione del medesimo libro, uscito originariamente nel 1998, e contenente i pezzi già usciti sul Vernacoliere.
Dal sito Modo Antiquo (il sito di F.M. Sardelli e del suo mondo culturale):
Abnegazione.
L’anno è appena iniziato, ed ecco subito una cattiva notizia. Stamane, quando si fece sull’uscio cogli occhi gonfi di pianto il nostro buon bidello Mallio — quel poveraccio che perse due gambe e l’unghia lunghissima del mignolo nella battaglia di Lupino — tutti sussultammo. Recava con sé una circolare tutta inzuppa di lagrime e pinot grigio in cui s’annunziava che il nostro buon direttore era molto malato e non sarebbe venuto a scuola pei prossimi tre mesi.
Il nostro amato maestro colitico serrò le mascelle, si terse coll’indice l’angolo dell’occhio di sotto all’occhialetto e poi disse col suo vocione da basso tuba: — Oggi è un giorno di grande mestizia per la scuola intiera. E’ come se vostro padre fosse improvvisamente mancato, escluso naturalmente il Panicchi che tanto gli è già stiantato il babbo tre mesi fa. Quel grand’uomo del vostro direttore, buono e dal cuore nobile, che ogni mattina sollecito e premuroso bada che tutti voi entriate in classe e svolgiate con diligenza il vostro compito, da oggi non potrà più essere qui a vegliar su di voi. — E qui il Soffioni esplose in un pianto dirotto che trascinò tutta la classe in singulti ed ululati. — Egli, pensate — continuò il nostro buon maestro poliomelitico — è stato còlto dal un morbo maligno che ora lo rode; e pur negli spasmi del dolore il suo pensiero è comunque rivolto a voi fanciulli, che con le vostre bizze e intemperanze l’avete condotto a quello stato pietoso; egli s’è finalmente ammalato dopo aver speso tutto sé stesso per il vostro bene, razza di carogne ingrate, ed ora giace sur un lettuccio di dolore a combattere contro un male che non gli dà tregua, ma lo fa comunque pensando a voi, merdoni assassini che l’avete sulla coscienza. —
Dopo questa toccante commemorazione il nostro buon maestro cirrotico ci fece alzare tutti in piedi, compreso quello zoppino dello Zampieri, per recitare a voce alta il rosarione mistico incrociato a squadre per la guarigione del nostro amato direttore. Noi tutti lo snocciolammo colla voce rotta dal pianto e con il pensiero rivolto a quel cuore nobile. Ah, quanti cari ricordi mi s’affollavano ora nella mente! Quella volta, per esempio, che il Butini giunse a scuola in ritardo e, varcando affanato il tetro portone, andò a sbattere contro quella montagna d’uomo che ringhiava e schiumava da sotto al suo barbone nero: — Dove credi d’andare, brutto sacco di merda, lo sai che io ti distruggo, io ti rovino?! — Ma si sa ch’egli è solito dire ogni sorta di cose spaventevoli a’ fanciulli per ammonirli, ma poi non ha cuore di metterle in pratica; tant’è vero che al Butini gli appioppò solamente quattro manrovesci anellati sulla nuca paonazza, gli fece bere l’inchiostro e lo tenne per un’oretta in ginocchoni sulle ghiande con la matita da ornato nel culo. Oh, caro e zelante direttore, che sapevi tener la disciplina con l’umanità d’un padre!
Tra una lagrima e l’altra, mi sovveniva poi di quella volta che fu chiamata a scuola la madre del Rapetti perché il nostro amato maestro trombotico non ne poteva più delle intemperanze di quel discolo e stava per iscacciarlo affatto da scuola; ma quel grand’uomo del nostro direttore s’interessò al caso, e volle far venire quella povera donna nel suo ufficio in forma privata per vedere di cavar comunque del bene da un frangente sì tristo. Serrato dunque bene l’uscio, egli tirò fuori subito l’argomento e, senza tanti preamboli, glielo fece toccare con mano in tutta la sua durezza; a quel punto — giacché egli è sempre pronto ad ascoltare con pazienza il prossimo — volle che anch’ella ci mettesse bocca. E pur non pareva darsi pace, perché gli sembrava che il problema non fosse stato introdotto abbastanza approfonditamente. E poiché la disgraziata pareva lì per lì non darsene intesa, fu chiamato il solerte bidello Mallio che col suo bastone in mano, fuor dell’uscio, si era già appassionato alla vicenda. La tapinaccia fu infine condotta a ragione, ed il nostro buon direttore poté finalmente dirsi pienamente soddisfatto d’esser venuto a fondo della cosa; accertò la sciagurata che non aveva da star più in apprensione, poiché a quel punto il problema s’era completamente sgonfiato. La buona donna se ne uscì confusa e col viso coperto di rossore, certo per la vergogna d’avere un figliuolo sì discolo, ma con la consolazione che almeno per quella volta non sarebbe stato bandito da scuola. Ah, santo e paziente direttore che sapevi riportare la pace e la concordia!
Mi sovvenne infine di quella volta che un povero ciechino della seconda rimase appeso colla giubbina all’asta della bandiera che spenzola fuori dalla facciata, al terzo piano; sicuramente qualche compagno l’aveva attaccato lì per burla o per qualche giuoco innocente, ma tanto quell’egoista dava in istrepiti, sospeso a venti metri dal selciato, che tutto quel trambusto finì per richiamare il nostro buon direttore. Egli si precipitò in classe e, fattosi sulla finestra, s’accorse che quell’infelice stava ormai appeso all’asta della bandiera cor uno sdrucito lembo della misera giubbina. Allora col suo vocione da bombarda zittì tutti e disse: — Quel che voi avete fatto oggi non è una burla, ma un atto gravissimo che getta disonore e disdoro su tutti voi e sulla scuola intiera. Voi — e qui coll’indice puntò a ruota i visi impauriti di tutta la classe — avete compiuto un gesto oltraggioso ed infame contro ciò dovreste avere di più caro: l’onore della nostra amata bandiera — Tutti ristettero come di pietra col capo chino per la vergogna. Visto allora che la sua rampogna era andata a effetto, quel sant’uomo del direttore concluse: — Per questa volta non voglio sapere chi è stato il resposabile di questo gesto odioso; mi basterà che ciascuno di voi domani porti un fiore sulla tomba di Vittorio Emanuele in segno di riparazione. E poi tirate giù di là quel menomato, che continua ad oltraggiare il nostro sacro tricolore! — E subito il fido bidello Mallio scrollò giù, ajutandosi coll’asta della lavagna, quel disgraziato che non ne voleva sapere di togliersi di lì.
Caro, amato e venerato direttore, che col tuo esempio ci hai instillato le massime del retto agire! E ora soffri per cagion nostra!
Col cuore gonfio d’angoscia e cogli occhi rossi di pianto uscimmo tutti al sonare del finis. Solo il Batacchi rimase ancora un po’ in classe, perché col suo braccino morto è sempre l’ultimo a finire la cartella; allora il bravo bidello Mallio lo ajutò ad affrettarsi slegandogli dietro il cane Gorgo, il botolo ringhioso che il nostro amato direttore gli ha lasciato in custodia finché egli non sarà guarito. Alla vista di quell’animale vivace e scattante che correva dietro al Batacchi verso il portone d’ingresso, mi cangiò l’angoscia in isperanza e pensai: — Sì, amato direttore, tu tornerai presto tra noi! — E mi strinsi tra le braccia di mia madre.