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venerdì 2 agosto 2019

Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016


Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016.

Quando ci si appassiona alla Storia e si comincia a leggere libri che ne parlano, è difficile smettere, perché in ogni libro che espone un singolo argomento spuntano una miriade di altre storie che valgono la pena di essere approfondite. È un fenomeno per così dire di assuefazione, che capita molto spesso ad ogni vero appassionato di Storia. Negli ultimi tempi, mi è successo leggendo i libri della professoressa Elena Bonora, una studiosa che sa rendere interessantissima la materia del proprio approfondimento, al pari di altri grandi storici che si sono assunti l'onere di divulgare attraverso i libri le proprie conoscenze, primo fra tutti per comunicativa e simpatia il professor Alessandro Barbero. Di Elena Bonora ho recentemente letto due libri - che consiglio caldamente -: il primo, intitolato Aspettando l'imperatore, riguarda eminenti personaggi ecclesiastici che, poco prima della metà del Cinquecento, nella contesa tra l'imperatore Carlo V e il papa Paolo III Farnese, parteggiavano nettamente per il primo, più aperto (come loro) ad istanze di innovazione della Chiesa che, in quel di Trento, stava dibattendo su come reagire alla Riforma Protestante. Questo libro si incentrava in particolare sulle figure di due cardinali italiani che avevano incarnato queste loro speranze in Carlo V, il "Cardinale di Ravenna" Benedetto Accolti e il cardinale mantovano Ercole Gonzaga. Il secondo libro della Bonora che ho letto negli ultimi tempi si intitola Roma 1564. La congiura contro il papa e parla di un piano, sventato appena in tempo, per uccidere il papa Pio IV. Al centro di questa congiura c'era un cugino del Cardinale di Ravenna (che era morto a Firenze nel 1549), anch'egli di nome Benedetto Accolti, il quale, riconosciuto colpevole dell'attentato al papa (ed anche eretico), fu giustiziato a Roma all'inizio del 1565. Questo secondo Benedetto Accolti, del quale la Bonora ripercorre l'intera interessantissima vita, aveva in gioventù studiato all'Università di Pisa, dove era stato compagno di studi del brillantissimo giovane sardo Sigismondo Arquer, laureatosi in utroque iure presso l'ateneo pisano e subito dopo in teologia all'Università di Siena. Nel saggio di Elena Bonora si accenna a questo personaggio, dicendo che fu condannato al rogo dall'Inquisizione spagnola, per ipotizzare che ai tempi della comune frequentazione pisana anche Benedetto Accolti fosse entrato in contatto, in concomitanza con l'Arquer, con idee ereticali, in particolare attraverso il testo che è un po' la matrice del pensiero riformato in Italia, ovvero Il Beneficio di Cristo.
Su Sigismondo Arquer esiste una buona bibliografia, al culmine della quale arriva questo volume dello storico sardo Sergio Arangino, inevitabilmente colpito dalla figura del suo conterraneo, arso sul rogo a Toledo nel 1571, all'età di 41 anni, dopo ben otto anni di prigionia nelle carceri dell'Inquisizione spagnola. Discendente da una famiglia di alti funzionari della corona spagnola che all'epoca dominava la Sardegna, l'Arquer, laureatosi giovanissimo in discipline giuridiche, aveva ottenuto ben presto dalla monarchia spagnola importanti incarichi pubblici. Dopo che già suo padre si era trovato invischiato nelle lotte di potere che si svolgevano senza sosta sull'isola, anche lo stesso Sigismondo rimase coinvolto in queste beghe, pur senza perdere mai il favore del Re di Spagna Filippo II, che il giovane giurista sardo aveva conosciuto di persona durante un soggiorno del monarca a Bruxelles, quando era ancora principe ereditario. Proprio durante il viaggio per raggiungere la corte di Bruxelles, l'Arquer soggiornò per qualche tempo nella città riformata di Basilea, dove collaborò con l'umanista protestante Sebastian Münster, contribuendo con una sua storia della Sardegna all'opera cosmografica dell'intellettuale tedesco. In quest'opera, peraltro, Sigismondo esprimeva un giudizio molto duro sul clero sardo, descrivendolo come maggiormente intento a fare figli con le concubine che non ad istruirsi in materia dottrinaria. Oltre tutto l'Arquer aveva conosciuto in Sardegna il nobile spagnolo Gaspar de Centelles, che in Spagna sarà al centro di una conventicola di eretici e con il quale Sigismondo intratterrà una fitta corrispondenza ad oggetto teologico. Questi elementi biografici sono quelli che porteranno l'Arquer fino al rogo di Toledo, in quanto saranno i suoi nemici sardi a denunciarlo e saranno otto delle lettere che aveva scritto al Centelles a perderlo. Anche quest'ultimo, infatti, era stato arrestato dall'Inquisizione spagnola e giustiziato per eresia. Dunque, le lettere di un sospetto di eresia scritte ad un eretico condannato risultano ampiamente compromettenti per l'Arquer, considerando, soprattutto, che durante il suo processo, durato otto anni, muore l'avvocato difensore, mentre il teologo di fiducia, nominato dallo stesso Sigismondo, nel segreto delle sedute processuali, inizia a remare contro l'imputato, qualificando come eretiche molte delle proposizioni contenute nelle lettere dell'imputato. Tanto che se l'Arquer fu l'uomo che sfidò l'Inquisizione spagnola, non soltanto perse la sua battaglia, ma non fu nemmeno in grado di poter competere alla pari.

Elena Bonora, Aspettando l'imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V, Einaudi, 2014
Elena Bonora, Roma 1564. La congiura contro il papa, Laterza, 2011

sabato 8 dicembre 2018

Franco Cardini, Breve storia di Firenze


Franco Cardini, Breve storia di Firenze, 2018, Pacini Editore, pp. 152

Intendiamoci: per esaurire la storia della città di Firenze servirebbero altro che le 130 paginette di questo smilzo volume edito da Pacini. Perfino il minuscolo comune dal quale scrive il sottoscritto ha preteso diversi volumi per la narrazione della sua storia, che peraltro è quasi millenaria. Figuriamoci una città conosciuta nel mondo per la sua cultura e che per un certo periodo ha costituito una delle maggiori potenze economiche a livello europeo.

Lo storico fiorentino Franco Cardini, comunque, riesce a compendiare in un numero ragionevole di pagine una storia che conta circa duemila anni. Lo storico ripercorre le ascese e le cadute di Firenze, annoverandone le figure gloriose, ma senza risparmiare critiche, anche acute, ma sempre ponderate, ai propri concittadini di ogni tempo. Cardini si toglie lo sfizio di rivisitare qualche personaggio secondo schemi che possono sorprendere (secondo quanto si legge in questo libello, per esempio, Lorenzo de' Medici sarebbe stato assai poco "magnifico"), ma senza trascurare alcuno degli episodi notevoli e delle figure storiche - sebbene, per ovvie ragioni di spazio e di tempo, in via di compendio - che hanno reso il capoluogo toscano, obiettivamente, una delle città più importanti nella storia d'Europa.

venerdì 12 ottobre 2018

Garret Mattingly, L'invincibile Armada


Garrett Mattingly, L'invincibile Armada, Res Gestae, € 20,00

Per parlare di questo libro, a suo tempo consigliato da Alessandro Barbero in TV, bisogna ricordare innanzitutto che l'autore, Garrett Mattingly, è americano. Simpatizza per gli inglesi ma riesce a non ridicolizzare gli spagnoli. Casomai evidenzia un'empatia perfino eccessiva per le grandi personalità dell'epoca descritta, immedesimandosi nei rovelli politici di Filippo II di Spagna e nei dubbi morali (soprattutto in relazione alla condanna a morte della cugina Maria di Scozia) di Elisabetta d'Inghilterra, ma assolve anche il Duca di Medina Sidonia, capo dell'Armada, ed esalta il ruolo dell'ammiraglio inglese Howard e della sua punta di diamante Sir Francis Drake, il celebre corsaro.
Mattingly inserisce l'evento narrato - la catastrofica spedizione della invencible armada del 1588 - negli eventi europei della sua epoca, con frequenti puntate nella Francia del periodo della "guerra dei tre Enrichi" e, nel tracciare un bilancio finale della disfatta spagnola, ritiene di minimizzarne l'influenza sugli sviluppi successivi della Storia europea: quel che doveva succedere sarebbe comunque successo. È una conclusione sostanzialmente in linea con molta storiografia contemporanea relativa a famosi eventi storici, quelli che (non) hanno cambiato il mondo. (5 marzo 2018)

domenica 19 giugno 2016

Enrico Deaglio, Il raccolto rosso 1982 - 2010

Enrico Deaglio, Il raccolto rosso 1982 - 2010, Il Saggiatore

Quasi trent'anni di mafia - il che significa stragi, delitti, estorsioni - raccontati da Enrico Deaglio, un giornalista torinese che per meglio comprendere il fenomeno mafioso ha vissuto a lungo in Sicilia. Il libro è suddiviso in due sezioni, perché la prima era già uscita come libro autonomo relativamente al periodo 1982 - 1993, in sostanza dall'omicidio del generale Dalla Chiesa all'arresto di Totò Riina, dopo il biennio rosso di sangue 1992 - 1993.

Ma Deaglio racconta anche la genesi della scalata al potere dentro Cosa Nostra da parte dei corleonesi, guidati prima da Luciano Liggio e poi da Riina e Provenzano, con le stragi del 1981 che fanno piazza pulita della vecchia generazione dei boss mafiosi, tra i quali sopravvive soltanto «il papa» Michele Greco.

Deaglio stigmatizza qualche vecchio modo di dire che ha avuto successo per un periodo troppo lungo, con effetti indubbiamente deleteri. Un esempio: il dire che la mafia è un modo di pensare e di comportarsi, mentre è essenzialmente un'organizzazione criminale dedita all'ottenimento di un ingiusto profitto (oltre alla perpetuazione di sé stessa) attraverso sistemi illeciti.

Nell'appendice, curata dal giovane collaboratore di Deaglio, Andrea Gentile, è riportato anche il famoso monologo pronunciato dallo zio del protagonista (Paolo Bonacelli) nel film Johnny Stecchino (1991) di Roberto Benigni, dove vengono elencate le tre piaghe che affliggono la Sicilia: l'Etna, la siccità e il traffico. Magari fosse possibile che una risata seppellisse anche la mafia.



lunedì 16 maggio 2016

Enrico Fedrighini, Moby Prince, un caso ancora aperto

Enrico Fedrighini, Moby Prince, un caso ancora aperto, Edizioni Paoline, 2005

Leggere un libro sul disastro (non si sa bene nemmeno come chiamarlo: tragedia? strage?) del traghetto Moby Prince in servizio di linea tra Livorno e Olbia, anche a 25 anni di distanza dal fatto, costituisce l'ennesima mazzolata sulla convinzione di vivere in un paese democratico e, soprattutto, sovrano.
Nell'immediatezza degli avvenimenti, i media concentrarono le spiegazioni del disastro essenzialmente su due fattori: la presenza di una fitta nebbia e la disattenzione umana, con il dire che l'equipaggio era intento a guardare la partita di calcio in TV, trovando in questo modo una concausa nell'evento atmosferico e nella proverbiale cialtroneria di noi italiani. Ma se nel mistero fitto che avvolge i fatti della tragica sera del 10 aprile 1991 c'è una certezza, questa è che nelle ore e nei minuti che precedettero il disastro non c'era nebbia sulla rada del porto di Livorno, teatro dell'incidente. Altra certezza, quanto meno ragionevole, è che al momento dell'impatto tra il Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo l'equipaggio (né nessun altro a bordo del traghetto) stava guardando la partita. Fedrighini fornisce tutte le prove di questi due fatti, prove che peraltro erano già presenti agli atti delle indagini e dei processi.
C'è quasi da vergognarsi a sintetizzare un libro come questo (edito dalle Edizioni Paoline!) in poche righe, anche perché gli scenari ipotizzati dall'autore nella seconda parte dell'inchiesta sono talmente foschi da perderci la testa: se ne possono trarre alcune conclusioni, tra le quali che gli italiani non sono mai tanto efficienti come quando c'è da depistare le indagini della magistratura. Di fatto, il 10 aprile 1991 le cose non andarono come sono state raccontate anche nei processi penali: e se sono stati mantenuti tanti segreti, se sono state operate tante manomissioni sulle prove, se no sono state fatte alcune indagini essenziali (per esempio l'autopsia sul cadavere meglio conservato di tutto il traghetto), se molti testimoni hanno dichiarato il falso, anche contraddicendo spudoratamente sé stessi, deve esserci per forza qualcosa da nascondere. Perché, altrimenti, lasciar morire 140 persone (su 141: si salvò soltanto il giovane mozzo Alessio Bertrand) a bordo di una nave in fiamme, senza neanche tentare di salvarle? E perché le autorità statunitensi, che a pochi chilometri dal porto di Livorno hanno l'importantissima base di Camp Darby, sostengono addirittura di non avere alcun radar che tenga sotto controllo quanto avviene nel porto di Livorno?

Sono tante le ragioni che impongono di leggere il libro di Fedrighini (che è del 2005) e quelli di altri autori che si sono interessati alla tragedia, come recentemente la giornalista del Tirreno di Livorno Elisabetta Arrighi, affinché almeno i parenti delle 140 vittime abbiano una risposta su come e perché quelle persone che dovevano risvegliarsi ad Olbia sono invece bruciate su un traghetto arroventato a due miglia dalla costa toscana.

domenica 10 gennaio 2016

Enrico Brizzi, La nostra guerra (2009)

Enrico Brizzi, La nostra guerra, Dalai Editore, 2009, p. 640, € 10,00.

Trattandosi di un antefatto, o prequel, di L'inattesa piega degli eventi (2008), precedente romanzo di Enrico Brizzi, la trama di La nostra guerra è in qualche modo obbligata ad incanalarsi affinché siano possibili e plausibili le vicende narrate nel romanzo uscito prima, benché relativo a una materia cronologicamente successiva. Tuttavia, mi sembra che tra i punti salienti della narrazione pseudo storica di Brizzi si possa rinvenire la convinzione, legittima in uno scrittore di finzione, che, per ragioni storiche, politiche, o puramente geografiche, il coinvolgimento dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale fosse comunque inevitabile. Quindi, anche se nel 1940 Mussolini non avesse dichiarato guerra alla Francia e all'Inghilterra, gettandosi nel conflitto al fianco della Germania nazista, sarebbe stato ugualmente impossibile tenere indenne la penisola dal coinvolgimento bellico. Tanto è vero che, in questa fantastoria - o ucronia - l'Italia fascista, dichiarata la propria neutralità, riceve nel 1942 l'ultimatum tedesco ad aprirsi alle armate della Wehrmacht quale cuneo verso il Mar Mediterraneo. Spalleggiata dagli alleati anglo americani (ossia da Cercillone e Rusveltaccio, come li chiama dispregiativamente Mussolini), l'Italia oppone un rifiuto a Hitler e viene prontamente invasa dalle truppe germaniche.
Rivelatasi militarmente impreparato anche nella finzione romanzesca (ma qui non serviva grandissima fantasia), l'esercito italiano riesce ad organizzare una difesa - la cosiddetta "Linea Scipio" - soltanto sulla dorsale dell'Appennino Tosco-Emiliano, di modo che l'Italia Settentrionale cade interamente sotto l'occupazione tedesca, inclusa la città di Bologna, che è quella del giovanissimo protagonista, costretto con la propria famiglia a sfollare in Toscana.
La seconda linea portante di La nostra guerra è infatti quella del romanzo di formazione, che vede come protagonista Lorenzo Pellegrini, dodicenne, figlio di un avvocato bolognese fascistissimo, il quale consuma la prima parte della propria adolescenza durante la guerra e i suoi disastri. Scoprirà ben presto l'infedeltà coniugale del padre, ma anche che i genitori non sono sposati e perfino che la mamma non è sua madre, la quale è invece deceduta nel metterlo al mondo. Il ragazzino scoprirà anche l'amore, il sesso e l'amaro sapore della morte e della perdita. Peccato che questo versante sia quello meno riuscito del romanzo, condotto da Brizzi secondo schemi logori da film per l'infanzia, senza un briciolo di inventiva, per rivitalizzare i luoghi comuni del genere.
Altro elemento che sembra stare a cuore allo scrittore è mostrare l'eterno ed immutabile carattere degli italiani, campanilisti, approfittatori, cortigiani e ruffiani. Rispetto ai luoghi comuni della descrizione italica, manca soltanto la vigliaccheria, qui vinta dallo slancio vitalistico imposto da vent'anni di regime fascista e di relativo indottrinamento. E poi, se nella realtà del dopoguerra molti italiani furono assai bravi a cambiare le loro vecchie camicie nere in camicie bianche o addirittura rosse, in questa finzione in cui i fascisti vincono la guerra, è ancora più semplice per molti rimanere sulla cresta dell'onda, senza bisogno di capriole. Così, nel temporaneo esilio della famiglia Pellegrini in provincia d'Arezzo, emergono le figure di Amintore Fanfani e di Licio Gelli, entrambi bene inseriti nei ranghi del PNF. Non so nei seguiti temporali del romanzo di Brizzi, ma nella realtà si sarebbe ancora sentito, e tanto, parlare di loro.
In conclusione, direi che La nostra guerra parte da un'idea interessante - già utilizzata, per esempio, da Philip K. Dick in La svastica sul sole - e per larghi tratti è persino piacevole da leggere, anche perché un po' di mestiere Brizzi ce l'ha. Tuttavia, il romanzo sconta alcuni difetti tipici dei prodotti non migliori di questo genere, tra cui il destare interesse per gli sviluppi della vicenda nata da una sliding door della storia (dopo la guerra l'Italia diventa una potenza coloniale in danno della Francia, punita per la collaborazione del governo di Vichy con Hitler), ma perde mordente nel racconto delle vicende personali e private del protagonista, la cui figura, a causa di qualche stereotipo di troppo, resta tutto sommato scialba e poco incisiva.

sabato 12 dicembre 2015

Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage


Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage, BUR, 2007, pp. 259, € 10,20
In 35 anni di storia, sono stati scritti tanti libri sulla strage alla stazione di Bologna e forse questo di Riccardo Bocca presuppone la lettura di qualcuno di essi, cui si fa esplicito rimando. Tutta un'altra strage, quanto meno al momento della sua uscita (2007), si poneva come punto della situazione e come momento di verifica delle verità giudiziarie uscite da tanti anni di indagini (talvolta deviate a bella posta) e processi. Bocca parla di molti dei personaggi assurti ai ruoli di protagonisti e/o comprimari riguardo alla strage del 2 agosto 1980, focalizzandosi sulle tre persone condannate in via definitiva per la bomba, cioè Valerio Fioravanti, Francesca Mambro (entrambi condannati all'ergastolo) e Luigi Ciavardini (che ha avuto trent'anni, in quanto minorenne all'epoca dei fatti). Ma ce ne sono altri, magari usciti assolti da indagini e processi, come quel Sergio Picciafuoco che di sicuro si trovava alla stazione ferroviaria di Bologna quella mattina del 2 agosto 1980. Altri personaggi di quella stagione dell'eversione nera (e della storia italiana) sono morti o scomparsi. Nessuno ha mai confessato le proprie responsabilità per uno degli atti più barbari della storia stragista italiana (che pure non è povera di atti orribili), per il quale qualcuno (sc. Licio Gelli) continua a sostenere che si sia trattato dell'esplosione di una caldaia (in agosto, si badi bene). In questo senso, uno degli obiettivi di Bocca è di valutare la personalità criminale di Fioravanti e della Mambro (da trent'anni coppia anche per la legge italiana, essendosi sposati in carcere), in relazione alla capacità morale di commettere un atto del quale si sono sempre dichiarati innocenti. Dalla lettura del libro non si può che propendere per una tesi che contrasta con quest'ultima affermazione dei condannati, in forza di molteplici elementi, non ultimo il continuo variare degli alibi per il giorno della strage e le versioni su questo punto assai poco credibili per degli innocenti. Che poi i tre giovani condannati abbiano potuto fare tutto da soli è cosa che si può mettere in dubbio, anche alla luce dei numerosi depistaggi successivi al 2 agosto 1980. Ma questa, come dice Bocca, è tutta un'altra strage.



sabato 7 novembre 2015

Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza

Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza, Einaudi, 2007, p. 419, € 17,00.

Eseguendo la sentenza è un bel titolo, tratto dall'ultimo comunicato emesso dalle Brigate Rosse per annunciare l'omicidio di Aldo Moro, ma nei panni di Bianconi avrei intitolato il libro "niente di intentato". Sì, perché era questo il mantra ripetuto dai dirigenti democristiani durante i 55 giorni del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana. Era una formula che avrebbe dovuto coniugare la linea della fermezza e del rifiuto di ogni trattativa con le BR, con la volontà (ammesso che tale volontà ci sia mai stata e sarebbe interessante scoprire eventualmente da parte di chi) di tirare fuori Moro dalla cosiddetta prigione del popolo.
Se la locuzione «eseguendo la sentenza» è passata ad indicare la volontà di un gruppo terroristico di ergersi quale tribunale di giustizia popolare, il «non lasciare niente di intentato» rappresenta bene la condizione di una classe politica, quella democristiana soprattutto,  paralizzata dall'ipocrisia nel barcamenarsi tra gli alleati del Partito Comunista Italiano (i «berlingueriani», come li chiamavano le BR) e la famiglia del rapito, avanguardia di un paese che ne avrebbe voluto, prima di tutto, il ritorno a casa.
Senza voler negare a nessun titolo la piena e totale responsabilità degli autoproclamati esecutori di una sentenza che comportò prima la strage di cinque uomini delle forze dell'ordine (Via Fani, 16 marzo 1978) e poi l'omicidio a freddo di uno dei leader del partito italiano di maggioranza relativa (Via Montalcini, 9 maggio 1978), non si può negare che la formula « niente di intentato» sintetizza bene il coacervo di responsabilità, paragonabili quanto meno ad una omissione di soccorso, che unì la quasi totalità della classe politica italiana nei tentativi di non salvare la vita di Aldo Moro.
Giovanni Bianconi (del quale avevo letto l'ottimo Bravi ragazzi, sull'epopea della banda della Magliana) racconta quasi "la fredda cronaca" di quei 55 giorni, basandosi sui ricordi e sui diari di alcuni protagonisti e comprimari della vicenda: alcuni dirigenti della DC come Beppe Pisanu (all'epoca giovane parlamentare moroteo) e Corrado Belci (direttore del Popolo), i figli di Moro Giovanni e Agnese, la studentessa che proprio il 16 marzo del '78 avrebbe dovuto discutere la tesi di laurea con il presidente democristiano come relatore. In chi ricorda di avere vissuto quel periodo della storia italiana, sulle pagine di Bianconi, quei giorni scorrono via inesorabili, come le ore successive all'ultima cena nella passione di Gesù, tra le normali notizie di cronaca e i resoconti del campionato nazionale di calcio, mentre i responsabili della politica del paese non lasciano niente di intentato per non impedire l'esecuzione della sentenza.

Dalla narrazione di Giovanni Bianconi emerge un quadro politico paralizzato, nel quale il PCI recita la parte dell'elemento intransigente, votato a distinguere nettamente la propria posizione da quella dei terroristi, discesi dalla medesima matrice marxista, ma che non potevano più essere benevolmente liquidati come «compagni che sbagliano». Dall'altro lato, la DC non poteva essere scavalcata da destra dai "berlingueriani", anche al cospetto degli alleati internazionali del nostro paese, in un contesto geopolitico ancora sostanzialmente di guerra fredda. In mezzo, ci furono i tentativi velleitari di smuovere la situazione messi in atto dal PSI di Craxi. E quei giorni passavano veloci attraverso le rughe sempre più profonde del segretario democristiano Benigno Zaccagnini, nell'inefficienza operosa dell'apparato poliziesco diretto da Cossiga, che dopo l'epilogo si dimise da Ministro degli Interni, in uno dei pochi gesti sensati della lunga carriera politica dell'ex presidente.


lunedì 24 agosto 2015

Leonardo Sciascia, "L'affaire Moro"

Leonardo Sciascia, L'affaire Moro, Sellerio, 1978

Opera letteraria o pamphlet a caldo contro un'intera classe politica? Difficile rispondere, anche se ci proverò.

Vorrei premettere che non ho sempre provato simpatia per le prese di posizione politiche di Leonardo Sciascia, troppo ambiguo, in qualche caso, nel decidere da che parte stare, quando è stata in gioco non dico la democrazia ma quanto meno la legalità. E tuttavia non posso - non si può - non riconoscere a L'affaire Moro alcune importanti qualità.
La prima è indubbiamente il coraggio di prendere una posizione netta sul "caso" a caldo, dopo pochi mesi dallo svolgersi dei fatti del marzo/maggio 1978.
La seconda dote del libro è l'onestà intellettuale, testimoniata in primis dalla premessa di non avere avuto alcuna simpatia né politica né umana per Aldo Moro, considerato esempio di trasformismo tipicamente democristiano, in altri tempi si sarebbe detto anche della morale gesuitica, attestato da un conservatorismo di fondo e da un insopprimibile attaccamento al potere, per di più ammantato di fumose velleità progressiste, come documenta il discorso pronunciato da Moro alla Camera dei Deputati in difesa del collega Luigi Gui, accusato di corruzione nell'ambito del famoso Scandalo Lockheed (discorso riportato da Sciascia pressoché integralmente e comunque nelle sue parti essenziali). La requisitoria dello scrittore siciliano nei confronti del presidente della DC si arresta al 16 marzo 1978, giorno della strage e del "prelevamento" (parola usata da Moro stesso) di Via Fani. Perché se il politico democristiano aveva fino a quel momento incarnato i peggiori vizi del suo partito (e Sciascia, pur senza scriverlo esplicitamente, sembra riconoscere alle Brigate Rosse di avere sequestrato la persona, o meglio la personalità, giusta, più di Andreotti o Fanfani, come pure era stato progettato), con la sua detenzione nella cosiddetta «prigione del popolo» di Via Montalcini, acquista una sua grandezza, soprattutto grazie alle verità che la sua inattesa situazione, pur nel suo linguaggio paludato, gli consente di esprimere. E tale sua nuova grandezza rifulge, in particolare, al confronto con gli altri politici italiani, con particolare riferimento a quelli del suo stesso partito, paralizzati dalla paura e comunque assai poco disposti a muovere un dito per liberare Moro dalle grinfie dei brigatisti.
Non ultimo merito dell'Affaire Moro è quello della provocazione polemica, del (si usava dire) sasso nello stagno, dello stimolo alla discussione, nel solco di un altro grande intellettuale, all'epoca scomparso non da molto. Non è un caso che il libro si apra con una citazione/omaggio a Pier Paolo Pasolini. Con quest'opera, piccola per mole, ma tutt'oggi ricordata, Sciascia sembra rivendicare a sé stesso e agli altri che ne abbiano il coraggio, il ruolo dell'intellettuale che interviene autorevolmente sui fatti del paese, anche con prese di posizione scomode e provocatorie, proprio come faceva Pasolini sui giornali e in televisione. È un ruolo che oggi sembra un po' in disuso, coltivato dal solo Roberto Saviano e pochissimi altri: mi vengono in mente, con parecchi distinguo, soltanto Aldo Busi, Pietrangelo Buttafuoco ed Erri De Luca.

Sciascia ha peraltro avuto la possibilità, in grazia della sua carica di deputato (eletto nelle liste radicali), di partecipare ai lavori della Commissione Parlamentare d'indagine sul Caso Moro ed infatti le edizioni successive del libriccino sono integrate con la relazione di minoranza della Commissione stessa, firmata dallo stesso scrittore siciliano.


Nel 1978 e negli anni successivi, L'affaire Moro ebbe l'effetto dirompente di un pamphlet, di una sorta di J'accuse a una intera classe politica, il cui molliccio e paludoso attaccamento al potere comportava come corollario l'inefficienza  degli apparati burocratici, polizieschi e militari (i cui vertici, si scoprirà qualche anno dopo, erano in larga misura iscritti alla loggia massonica P2), i quali, durante la prigionia di Aldo Moro, non vollero o non riuscirono a cavare un ragno dal buco. Ed ecco che nel corso degli anni, durante i quali si è scoperto molto del Caso Moro, ma soprattutto si è scoperto che non si è saputo tutto (e tanto si deve ancora immaginare), il libro di Sciascia, mantenendo inalterata la propria carica polemica, è diventato opera letteraria che smaschera, attraverso la scrittura e l'osservazione attenta della realtà, l'anima opaca non solo di una classe politica ma di un intero paese.

domenica 9 agosto 2015

Federico Maria Sardelli, "L'affare Vivaldi"

Federico Maria Sardelli, L'affare Vivaldi, Sellerio, 2015, pp. 304, € 14,00

Se oggi diamo per scontato un grande musicista come Antonio Vivaldi, l'autore delle Quattro stagioni, il merito è di due pubblici funzionari, Alberto Gentili, docente di Storia della musica all'Università di Torino, e Luigi Torri, direttore della Biblioteca Nazionale del capoluogo piemontese, che, nel periodo del fascismo, riportarono alla luce le opere manoscritte del Prete Rosso. Per lungo tempo, infatti, Vivaldi è stato un autore non dico sconosciuto, ma sicuramente dimenticato, considerato minore, rispetto ai contemporanei. All'epoca della morte, avvenuta nel 1741 a Vienna (dove sperava di rientrare nelle grazie della corte imperiale), Vivaldi era un musicista dimenticato da tutti, nonché ricoperto di debiti.
I suoi manoscritti, rimasti a Venezia, seguirono un itinerario tortuoso, prima di tornare alla luce e di potere essere acquisiti al patrimonio dello Stato italiano e quindi divenire fruibili da parte di tutti.

Federico Maria Sardelli, livornese, musicista (questa è la sua vera professione), oltre che scrittore, pittore ed umorista - e qualcos'altro che sicuramente mi sfugge - racconta questa storia con piglio da giallista e con la verve che gli conoscono coloro che hanno letto i suoi pezzi e le sue rubriche sul Vernacoliere e i suoi libri, tra i quali resta imprescindibile Il Libro Cuore (forse). Del resto, la vicenda dei manoscritti vivaldiani è di per sé un giallo ed anche piuttosto interessante. Sardelli controlla il proprio stile, attenendosi ai documenti d'epoca, ma non perde il sarcasmo che ne contraddistingue la scrittura. Ma qui l'autore satirico si fa di lato e cede il passo ai veri protagonisti del romanzo - che è anche un valido romanzo storico - cioè gli uomini che hanno riscoperto Vivaldi e la sua musica. E tra le righe ci viene ricordato di andare ad ascoltarla.

martedì 14 luglio 2015

Giuseppe Ghigi, Le ceneri del passato

Giuseppe Ghigi, Le ceneri del passato, Rubbettino, 2014, p. 261, € 13,60

La Grande Guerra e il cinema: un mezzo espressivo giovane e dinamico come il cinematografo non poteva non intervenire su quello che fu, all'epoca, l'evento più portentoso della storia umana. Dapprima con i mezzi tecnici tipici del cinema (macchina da presa, attrezzi vari), ma in funzione di cinegiornali, solo successivamente in quanto cinema di finzione vera e propria.
In principio fu la propaganda, pro o contro l'intervento bellico, poi quella per l'arruolamento, poi la propaganda contro il nemico, infine la celebrazione dei vincitori.
Solo dopo diversi anni, si riesce ad avere una riflessione pacata sulla Prima Guerra Mondiale. Solo all'inizio degli anni Trenta si riesce a riflettere sull''immane tragedia, generalmente in senso pacifista (del 1930 sono All'ovest niente di nuovo di Milestone e Westfront 1918 di Pabst). Ma durerà poco, perché alla fine degli anni Trenta si ricomincia il ciclo con riguardo alla Seconda Guerra Mondiale.
Ghigi ci parla delle intenzioni di realismo e delle falsificazioni, spesso non volontarie, che il cinema ha praticato intorno al tema della Grande Guerra, portando ad esempio film dai tempi del muto fino ad opere degli ultimi anni (per esempio Passchendaele di Paul Gross e Capitan Conan di Bertrand Tavernier). Vengono così fuori tutte le tematiche di cui si parla quando l'argomento è la guerra e in particolare quella guerra: i milioni di morti, le trincee, gli assalti inutili, gli atti di eroismo e di vigliaccheria, la demonizzazione del nemico (tra gli alleati, per esempio, era regola identificare i Tedeschi con l'appellativo di Unni), il dramma dei reduci, dei feriti e, in particolare, dei mutilati, quello dei loro parenti e dei familiari dei caduti, il ruolo delle donne nell'economia bellica, i gesti di pietà e il pentimento per le atrocità commesse in combattimento.

Quello di Giuseppe Ghigi è uno studio che fornisce una linea interpretativa e di lettura su quasi cento anni di cinema incentrato sulla Grande Guerra, ma anche, ad altro livello, un possibile repertorio di proposte cinematografiche per avere uno sguardo complessivo su un evento tanto importante e spaventoso.

lunedì 16 febbraio 2015

Giacomo, fratello di Gesù

Claudio Gianotto, Giacomo, fratello di Gesù, Il Mulino, 2013, pp. 144, € 13,00


Quando ho parlato a mia madre di Giacomo, fratello di Gesù, lei ha commentato «è una specie di Il codice Da Vinci, insomma». E invece no, tutt'altro. Claudio Gianotto non è un romanziere d'assalto, interessato all'esoterismo, alle trame segrete dell'alta finanza e a scalare le classifiche di vendita, bensì un serissimo professore universitario di Storia del Cristianesimo. È infatti ormai assodato che Gesù ebbe dei fratelli, il più influente dei quali fu appunto Giacomo, detto il Giusto. Fu quest'ultimo a prendere le redini del movimento alla morte del fondatore, almeno fino a che, tra i seguaci del Cristo, prevalse quella che potremmo definire l'ala petrina e paolina. Se, infatti, il Cristianesimo nacque e si sviluppò all'interno dell'Ebraismo, con il suo diffondersi attraverso l'Impero Romano entrò in contatto con gli aderenti a tutti gli altri culti professati in quello Stato, e in particolare con la parte più numerosa, cioè con i cosiddetti pagani. Era inevitabile che, non fosse altro che per ragioni puramente numeriche, la porzione di Cristiani di origine ebraica diventasse ben presto minoritaria. E quindi i contrasti dottrinari e pastorali tra Giacomo da una parte e Paolo dall'altra videro un'iniziale prevalenza del primo, ma nella storia della Chiesa è stato il secondo a prevalere nettamente e definitivamente. Questo è tanto vero che di Giacomo il Giusto si è perfino persa la memoria, anche tra coloro che praticano i riti cristiani in generale. Molti lo confondono ormai con il discepolo conosciuto come Giacomo il Maggiore e invece era uno dei figli di Maria, o forse di Giuseppe, insomma, fratello vero di Gesù.

sabato 9 agosto 2014

1914: attacco a Occidente (il Mulino)

Gian Enrico Rusconi, 1914: attacco a Occidente, Il Mulino, 2014, pp. 320, € 24,00

Prima ancora di parlare dell'attentato di Sarajevo (28 giugno 1914), qualsiasi storia della Prima Guerra Mondiale dovrebbe partire da Schlieffen. E questo saggio di Rusconi lo fa. Alfred von Schlieffen fu a lungo capo di stato maggiore delle forze armate tedesche, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, e durante il suo incarico ebbe come suo massimo impegno l'elaborazione di un piano d'attacco alla Francia. Si trattava di un piano che prevedeva un fulmineo attacco alla Francia, entrando nel suo territorio attraverso il neutrale Belgio, per aggirare le difese francesi costruite lungo il confine con la Germania. Per ironia della sorte, Schlieffen morì nel 1913 e non vide mai l'attuazione del piano strategico da lui tanto a lungo elaborato. Eppure, l'attuazione del piano Schlieffen - o della sua reinterpretazione fornita dal successore alla carica di capo di stato maggiore Moltke - fu il primo atto militarmente rilevante di quella che fu chiamata la Grande Guerra. E questa fu una delle tante cose strane e curiose che caratterizzarono questa guerra, scoppiata a seguito di un contrasto tra l'Impero Asburgico e la piccola Serbia, successivamente allargatasi alla Russia zarista, paese difensore degli interessi (oltre che propri) slavi in Europa.
Allora perché, dati questi prodromi, la guerra ebbe inizio con l'attacco della Germania guglielmina alla Francia? È, questa, una delle domande cui cerca di dare risposta il libro dello storico Rusconi, che si inserisce nel solco della più avveduta e moderna storiografia sulla Prima Guerra Mondiale. Infatti, il maggiore interesse di questo saggio consiste nella ricostruzione della fasi che precedettero la mobilitazione generale decretata nei vari stati originariamente coinvolti.

Per una ricostruzione puntuale delle vicende militari, ci si rivolga altrove (per esempio alla fondamentale monografia dell'inglese John Keegan, il cui unico difetto è costituito dallo scarso rilievo dato al fronte italiano): Rusconi fornisce risposte - laddove esse siano rintracciabili nelle carte - ad altri interrogativi, del tipo perché questa guerra scoppiò, chi la iniziò, se si sarebbe potuta evitare, quale fu il peso dell'intervento italiano - avvenuto, dopo quasi un anno di grandi contrasti, nel 1915 - al fianco delle potenze "alleate" e se la Seconda Guerra Mondiale fu una conseguenza, forse un'appendice, della Prima.

sabato 24 maggio 2014

L'anno che cambiò il mondo

Michael Meyer, L'anno che cambiò il mondo, il Saggiatore, 2013, pp. 286, € 10,90


Il 1989 è stato veramente un anno che ha cambiato il mondo. Meyer ce lo racconta da un'ottica (forse eccessivamente) americanocentrica. Sembra peraltro che il giornalista statunitense si trovi sempre al posto giusto al momento giusto, in modo che il suo libro mette in evidenza il suo intuito da reporter. Ma non gli si può negare il merito di avere riportato la luce su un periodo storico, su un anno che, venticinque anni fa, cambiò davvero il mondo per come molti di noi l'avevano conosciuto.

mercoledì 23 ottobre 2013

Andrea Del Col, L'Inquisizione in Italia

Andrea Del Col, L'Inquisizione in Italia, Mondadori, 2006 (2012), pp. 963, € 17,00

Non credo che esistesse, prima dell'uscita di quest'opera del professor Andrea Del Col, dell'Università di Trieste, un'opera altrettanto ampia e dettagliata sull'attività dell'Inquisizione (o meglio: delle Inquisizioni) in Italia, dalla sua creazione ai giorni nostri. Forse è meglio parlare di Inquisizioni, poiché in Italia operarono almeno due di queste istituzioni, l'Inquisizione romana, presieduta dal papa ed operativa nell'Italia centrosettentrionale e l'Inquisizione spagnola, che faceva capo alla corona di Madrid ed esercitava le proprie prerogative nell'Italia meridionale, dominata appunto dalla monarchia spagnola.
Quella di Del Col è un'analisi il più possibile "asettica", nel senso che si pone come obiettivo di non accettare né le due ottiche attraverso le quali l'Inquisizione è stata presentata e che hanno dato vita rispettivamente ad una "leggenda nera" e ad una corrispondente, ma altrettanto fuorviante, "leggenda bianca". L'autore analizza numeri (rapportandoli ovviamente alla popolazione italiana dell'epoca) ed atti scritti, laddove essi esistano ancora e siano consultabili. Ci parla degli scopi dell'Inquisizione nelle sue diverse fasi di vita e dei suoi modi di operare in concreto, diversi da stato a stato, da periodo a periodo, da papa a papa, da giudice a giudice e da avversario ad avversario.
Ne esce un affresco assai composito, nel quale risaltano gli obiettivi politici della Chiesa e forse vengono sminuite le crudeltà perpetrate: il numero delle condanne capitali fu inferiore a quello che si ritiene, anche se continua a fare scalpore il fatto che l'istituzione che ritiene di continuare la parola e l'opera del Cristo abbia potuto mettere a morte tanti suoi figli, allo scopo di preservare sé stessa.
Del Col non tralascia di presentare, seppure per sommi capi, i casi più clamorosi di cui si interessò l'Inquisizione in Italia, dei quali si parla ancora oggi (solo per fare qualche nome, Girolamo Savonarola, Giordano Bruno e Galileo Galilei), ma soprattutto illustra i grandi temi di contrasto che assorbirono tante energie umane e finanziarie, dal catarismo alle religioni riformate (e tutti i loro corollari, con una miriade di singoli eretici, molti dei quali oggi assurti, a torto o a ragione, a martiri del libero pensiero), dalla stregoneria al quietismo, dal giansenismo all'illuminismo, fino ad arrivare alle soglie dei tempi nostri, dove alle scomuniche non seguono più, per fortuna, i roghi. Oggi la Chiesa, attraverso la Congregazione per la dottrina della fede (erede storica del fu Santo Ufficio) esamina e condanna le idee ma non le persone, che la stessa istituzione romana ritiene inviolabili al di là di ogni pensiero religioso.
Anche grazie al professor Del Col, si ha così la certezza che in qualche campo, negli ultimi secoli l'umanità (o almeno una sua parte, che ci riguarda da vicino) sia effettivamente progredita. La fine della parabola dell'Inquisizione, bianca o nera che sia stata la sua attività (che l'autore del libro contribuisce a storicizzare), ce lo conferma.

lunedì 27 maggio 2013

Patria 1978 - 2010

Enrico Deaglio (e Andrea Gentile), Patria 1978 - 2010, 2010, Il Saggiatore Tascabili, pp. 1035, € 14,90

La storia di questo libro di Deaglio inizia nel 1978, l'anno del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro e dei Campionati Mondiali di calcio nell'Argentina di Videla (recentemente scomparso, ironicamente ed eufemisticamente ricordato da qualcuno come l'uomo che da solo vinse un mondiale di calcio), ma sarebbe potuto iniziare con il 1969 di Piazza Fontana. Dall'anno di Moro, fino al 2010 in cui scoppiano i primi scandali "sessuali" di Berlusconi (Noemi Letizia, Ruby Rubacuori ecc.), è un rosario di eventi di cui l'Italia e il suo popolo sono spesso sia attoniti spettatori che protagonisti. Deaglio non ha dovuto inventare proprio niente: tutto sommato, si è limitato a fornire un elenco, ragionato e commentato, dei fatti e misfatti italiani dei trentatré anni presi in esame dal libro. L'autore, con la valida collaborazione del giovane Andrea Gentile, ha aggiunto soltanto indicazioni bibliografiche, discografiche (per ogni anno è indicato un cantante con una canzone particolarmente significativa) e filmografiche (Deaglio è autore di validi documentari sulle res gestae berlusconiane come Quando c'era Silvio e Uccidete la democrazia!, entrambi del 2006). Questo libro, genialmente definito da Michele Serra «un breviario terrificante da tenere sul comodino», snocciola davanti agli occhi attoniti del lettore, quasi incapace di rendersi conto che simili cose siano potute accadere, nei nostri tempi, nel nostro paese, eventi di cui gli Italiani - spesso colpevoli o almeno complici delle malefatte narrate - si dovrebbero vergognare davanti al mondo.
Patria è un libro che si legge avidamente pagina dopo pagina, anche se è noto il tragicomico finale, ma soprattutto è un testo necessario a chi voglia rendersi conto che un popolo il quale, dopo quasi mezzo secolo di regime democristiano, si affida a Berlusconi non può certo dirsi innocente o vittima degli strali del Fato.

venerdì 10 maggio 2013

Ancora sul caso di Emanuela Orlandi

Ieri, giovedì 9 maggio 2013, La Repubblica ha dedicato tre paginone centrali al caso, mai risolto, della scomparsa di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana quindicenne, avvenuta ormai trent'anni fa. Si legge il primo articolo dedicato all'argomento, firmato Paolo Rodari, e cascano letteralmente le braccia. Il pezzo, che indica come luogo di provenienza la Città del Vaticano, riporta inopinatamente in auge la pista del terrorismo internazionale. Il giornalista riporta dichiarazioni provenienti da una fonte anonima (e sai che autorevolezza, che novità, in questo caso!), proveniente proprio dall'interno del Vaticano. Scrive Rodari: «A sorpresa è proprio un monsignore del Vaticano che intende restare anonimo a entrare con lucidità entro il mistero. Lo fa trent'anni dopo». Di fronte ad affermazioni e/o informazioni di questo genere, verrebbe da esclamare: quale sorpresa! Quale coraggio! Quanto tempismo! Ma non basta, perché il pezzo pubblicato da Repubblica continuando a citare l'anonimo vaticano del sublime: «Lo fa senza avere scoop da rivelare. Ma mostrando semplicemente una capacità unica di tirare le fila. Dice: "Giovanni Paolo II qualche mese dopo la scomparsa di Emanuela disse agli Orlandi che si trattava di un caso di terrorismo internazionale. Che sia così, ne siamo tutti convinti, ma la domanda resta una: cosa intendeva il papa per terrorismo internazionale? Sono in molti oltre il Tevere a ritenere che la scomparsa sia legata alla Banda della Magliana e insieme ad ambienti malavitosi italiani». Tutto si fa, pur di allontanare i sospetti dall'interno del Vaticano. La pista del terrorismo internazionale fu creata per ingarbugliare le carte, da persone legate alla scomparsa di Emanuela ed anche da altri soggetti esterni (leggasi Stasi), interessati a creare caos nel campo occidentale. L'impressione è che l'anonimo del sublime sia l'ennesima voce poco intenzionata a far emergere la verità.
Presterei maggiore attenzione a quanto emerso, invece, dopo che un signore, attraverso la trasmissione televisiva di Raitre Chi l'ha visto? ha fatto ritrovare un flauto, che potrebbe essere quello appartenuto ad Emanuela Orlandi e che la ragazza aveva con sé proprio al momento della scomparsa. Anche di questi sviluppi parla Rodari, riportando il fatto che questo signore, di nome Marco Accetti, «recentemente si è autoaccusato di essere stato uno dei telefonisti del caso Orlandi». Per di più, questo Accetti era stato protagonista, sempre nel 1983, di un altro oscuro episodio culminato con la morte di un ragazzino di dodici anni, a Roma, episodio di cui si è occupata la puntata di Chi l'ha visto? dell'8 maggio 2013.
Per fortuna, direi, sullo stesso numero di Repubblica, tira le fila del caso il romanziere e magistrato Giancarlo De Cataldo, riducendo le ipotesi possibili per la scomparsa di Emanuela a due sole, scartando definitivamente quella del "terrorismo internazionale": la cosiddetta "pista Nicotri" (dal nome del giornalista Pino Nicotri, che ipotizza una Emanuela rimasta vittima di un gioco erotico all'interno del Vaticano) o quella della banda della Magliana (Emanuela rapita come arma di pressione nei confronti dello spregiudicato finanziere vaticano Paul Marcinkus, per somme mai restituite). A questa seconda ipotesi, che avrebbe avuto come corollario la sepoltura di "Renatino" De Pedis nella Basilica romana di Sant'Apollinare (quale risarcimento postumo per somme di denaro mai restituite dal Vaticano ai malavitosi), personalmente, non credo.
Restano due fatti inoppugnabili: Ali Agca non c'entra niente con la scomparsa di Emanuela Orlandi e gli dovrebbe essere impedito di parlare ancora della vicenda, anche perché finora non ha fatto che inquinare e depistare; secondo, la verità è sepolta e dev'essere ricercata in Vaticano: e la speranza, che è sempre l'ultima a morire, ma è forse anche l'ultima possibile, si chiama oggi Jorge Mario Bergoglio, alias Francesco I.

giovedì 25 aprile 2013

Roland H. Bainton, La Riforma protestante, Einaudi, 2000, pp. 280, € 22,00
Interessante ricostruzione delle origini e degli sviluppi della Riforma protestante, a partire dalla predicazione di Lutero, fino alla sua diffusione in tutta l'Europa settentrionale, compresi i suoi effetti sui modi di vivere e sull'economia (Bainton avversa la famosa teoria di Max Weber sull'etica protestante come motore del capitalismo). Vengono analizzati dall'autore i principali filoni che seguì la Riforma a partire dal 1517: il luteranesimo, il calvinismo, lo zwinglianesimo, l'anabattismo e l'anglicanesimo. Il maggior pregio del testo del Bainton (autore del quale avevo già apprezzato Vita e morte di Michele Serveto, editato nel 2012 da Fazi) è la semplicità con la quale spiega, oltre agli aspetti storici della vicenda - particolarmente importanti nella biografia di Lutero - anche quelli teologici, di cui si riesce a capire ogni sottigliezza ed ogni distinzione dottrinaria.

domenica 31 marzo 2013

Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia, Laterza, 2012, p.369, € 18,00

Ci sono dei libri che danno una soddisfazione maggiore di quella che deriva dal semplice piacere della lettura in sé. I prigionieri dei Savoia è uno di questi, perché conferma un'opinione che mi ero fatto alcuni anni fa, leggendo un altro libro, sullo stesso argomento, anche se di segno opposto, intitolato Indietro Savoia! (2003), di Lorenzo Del Boca. Di questo autore, nel testo del prof. Barbero, viene citato un altro saggio, di orientamento analogo ma precedente a quello che avevo letto io, cioè Maledetti Savoia (1998).
La situazione va un po' inquadrata. Alessandro Barbero afferma espressamente che il suo libro nasce nell'ambito e come risposta al fenomeno che viene normalmente definito "pubblicistica neoborbonica", il quale ha preso piede negli ultimi anni in Italia, in contrapposizione alla storiografia ufficiale sul Risorgimento. Per quanto mi riguarda, penso che nei circa centocinquant'anni che ci separano dalla spedizione dei Mille di Garibaldi e poi dall'Unità d'Italia (data ufficiale, come ormai sappiamo, il 17 marzo 1861) sia stata fatta fin troppa retorica riguardo al Risorgimento, sebbene si debba rispetto ai tanti che dettero la vita per questa causa. E lungi da me sia l'intenzione di prendere le parti di una dinastia regnante francamente indifendibile come quella dei Savoia, i cui membri hanno presentato magagne davvero imperdonabili. Però qualsiasi critica deve basarsi sui fatti e quindi spetta allo storico verificare se la revisione storica su un fenomeno fondamentale per la nostra storia si basi su fatti veridici, perché non si trasformi in deleterio revisionismo. Di quest'ultimo fenomeno fa parte, secondo me, l'opera di Del Boca (quanto meno il libro che mi è capitato di leggere), dove ci si lasciava andare ad affermazioni gratuite, del tipo che «Cavour era un secchione, con la testa sempre immersa tra i libri», oppure che «le SS dell'Ottocento indossavano la divisa dell'esercito del Piemonte», ma anche ad improvvidi paragoni con la politica dei nostri tempi, in particolare per paragonare la politica militare savoiarda con la "Missione Arcobaleno" voluta dal Governo D'Alema (???).
Ecco, insomma, in questo contesto nasce il libro di Alessandro Barbero, che intende controbattere ad affermazioni, fatte da diversi autori, sul tipo di quella che ho riportato sopra, relativa al paragone tra i soldati sabaudi e le SS naziste. In particolare, Barbero ricostruisce la congiura che fu scoperta nel forte di Fenestrelle, sulle Alpi piemontesi: il sottotitolo del libro, infatti, è La vera storia della congiura di Fenestrelle. Per ricostruire la vicenda della congiura, però, Barbero è costretto a partire da un po' più lontano, in particolare dalla spedizione dei soldati sabaudi nel Regno delle Due Sicilie e dal destino dei prigionieri di guerra presi durante quella "guerra non dichiarata". Lo scopo dell'autore (peraltro piemontese come Del Boca), infatti, non è quello di difendere i Savoia, ma di verificare sul campo quanto scritto dagli autori che per comodità chiamerei neoborbonici, in particolare in merito al fatto che, secondo costoro, Fenestrelle sarebbe stato una sorta di campo di sterminio (qualcuno arriva ad affermare che sarebbe servito da modello per Auschwitz!), dove persero la vita migliaia di prigionieri borbonici, poiché si erano rifiutati di giurare fedeltà nell'esercito di Vittorio Emanuele II. Senza entrare nel merito dei dati e delle ricerche fatte da Barbero (che rendono alquanto pesante la prima parte del libro, ma di certo è più suggestivo buttare là delle ipotesi che non mettersi a spulciare documenti d'archivio e renderne conto), si possono riassumere le conclusioni cui l'autore giunge, nel senso che Fenestrelle era una fortezza militare, sede anche di un corpo speciale e punitivo dell'esercito (i Cacciatori Franchi), ma che niente aveva del lager; Barbero dimostra altresì che i soldati meridionali che morirono a Fenestrelle furono pochissimi (peraltro non tutti ex militi borbonici), in numero del tutto fisiologico per una caserma (la maggiore causa di decesso fu il tifo) di quel 1861 e che la congiura smascherata nell'agosto di quell'anno portò a dieci arresti e a condanne tutt'altro che pesanti, contrariamente a quanto viene ultimamente raccontato dai revisionisti neoborbonici.
Alla fine, vorrei soltanto riportare qualche riga dedicata da Barbero a Del Boca (cui contrappone un rigoroso metodo storico - scientifico), già presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e per una decina d'anni dell'Ordine dei giornalisti: «Il suo libro (Maledetti Savoia, n.d.r.) s'inserisce nella moda del rancoroso revisionismo nei confronti del periodo risorgimentale, e riscuote un notevole successo. Eppure, per quanto riguarda le pagine dedicate al nostro argomento il libro di Del Boca è un ammasso di falsità e di errori. [...] Uno storico potrebbe essere interessato, a questo punto, alla ricchissima documentazione prodotta dall'amministrazione piemontese, dove ogni singolo individuo è stato registrato con burocratica precisione, ma il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana preferisce tagliar corto: "Certo le vittime dovettero essere migliaia anche se non vennero registrate da nessuna parte". Sarebbe interessante sapere se questo bel modo di dare le notizie, o meglio di inventarle, sia abituale presso i giornalisti italiani, che si sono riconosciuti unanimemente e così a lungo in Del Boca; è un fatto che il suo libro ha contribuito non poco a far degenerare il linguaggio usato da chi si occupa di questa questione, e a mettere in circolo mistificazioni prive di qualunque fondamento».
In conclusione, direi che I prigionieri dei Savoia è un libro interessantissimo, dal punto di vista storico ed anche in funzione di un'interpretazione più consapevole dell'Italia di oggi, anche se non raggiunge le vette di capolavori di Alessandro Barbero, quali La battaglia (2003, su Waterloo) e Lepanto. La battaglia dei tre imperi (2010).

sabato 9 marzo 2013

Anna Funder, C'era una volta la DDR, Feltrinelli, 2010, pp. 256, € 8,00

Dice la Funder che per comprendere cosa sia stata la DDR è necessario raccontare le storie delle persone comuni, non solo degli attivisti o degli scrittori famosi. E forse è anche più facile, perché consente di non doversi leggere e studiare libri e documenti sull'argomento: basta intervistare qualche sopravvissuto. Operazione anche questa non difficile, poiché stiamo parlando di una storia che è finita meno di un quarto di secolo fa e che anche chi, come il sottoscritto, non è particolarmente vecchio, si ricorda più che bene. Questo è uno dei difetti di C'era una volta la DDR, un libro che fin dal titolo rimanda alle favole per ragazzi, ma che, non so quanto appropriatamente, si trova nel reparto di Storia delle librerie. Gli altri difetti risiedono principalmente nella scrittura della scrittrice australiana, che affronta il libro con un approccio prettamente femminile, sia nello stile che nell'oggetto del racconto: non a caso, dalla parte delle vittime, si trovano quasi tutte donne, mentre dal lato dei "carnefici", gli agenti della Stasi, si trovano tutti rappresentanti del sesso maschile. Eppure, la premessa era che nella DDR un cittadino su sei era un agente del famigerato servizio segreto: che fossero tutti maschi? Poi c'è lo stile della Funder, che indulge fastidiosamente a raccontare particolari inutili ed autoreferenziali, quasi che avesse bisogno di riempire le pagine con notazioni personali, le quali, nell'economia del libro (non lo definirei, come fa la Feltrinelli, "saggio") rivestono un'importanza pressoché nulla. Faccio un solo esempio, ma il libro è pieno zeppo di periodi come questo: «Mi reggo alla maniglia della portiera con una mano e tengo stretto lo zainetto in grembo con l'altra. Mi chiedo se lo zainetto possa avere un qualche effetto come airbag». A merito della scrittrice va la passione con la quale racconta le storie di gente comune, la cui vita è stata condizionata, quando non rovinata, dalla presenza pervasiva di un regime che si manifestava spesso attraverso la sua polizia segreta e che si era fatto conoscere dal resto del mondo grazie alla costruzione di un Muro, vigilato dal filo spinato e da guardie pronte a sparare.
Chi voglia sapere di più sulla Repubblica Democratica Tedesca (1949-1990) deve rivolgersi ad altri testi; ma anche opere cinematografiche, come Le vite degli altri (2006) di Florian Henckel von Donnersmarck, o letterarie, come Tentativi di avvicinamento (1980) di Hans Joachim Schädlich.