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martedì 17 luglio 2018

Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (2010)


Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (2010)

Per chi come me non lo sapeva, costituisce una sorpresa venire a conoscenza che il protagonista di questo romanzo, Roger Casement, è stato una figura storica, una persona realmente esistita, uno dei patrioti celebrati dalla Repubblica d'Irlanda. Il primo interrogativo che ci si pone è perché lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la Letteratura 2010, abbia voluto scrivere un romanzo incentrato su questa figura di fautore dell'indipendenza irlandese. Lo si capisce durante la lettura: uno dei suoi viaggi culminati in rapporti di denuncia dello sfruttamento degli ultimi del mondo da parte di potenze o compagnie multinazionali straniere lo aveva portato nel Putumayo, una delle regioni amazzoniche del Perù (paese d'origine dello scrittore), incastonata tra i confini con l'Ecuador, la Colombia ed il Brasile, poverissima e tuttavia oggetto di spietato sfruttamento da parte di compagnie straniere per la preziosissima presenza del caucciù.
Il romanzo inizia quando il protagonista si trova già nel carcere inglese di Pentonville Prison, in attesa della condanna a morte per alto tradimento nei confronti della Gran Bretagna. Era successo che le esperienze nel Congo (proprietà della corona belga) e nel Putumayo peruviano, sfociate in clamorose quanto infruttuose denunce delle gravissime condizioni di sfruttamento, condito da violenza, nei confronti delle popolazioni locali, avevano instillato in Roger Casement il germe del nazionalismo irlandese, spingendolo ad equiparare le condizioni dell'Irlanda, soggetta al dominio inglese, a quelle dei paesi dei quali aveva denunciato lo sfruttamento.
Casement era nato in Irlanda da genitori anglicani, ma la madre lo aveva fatto battezzare all'età di tre anni secondo il rito della chiesa cattolica. L'avvicinamento all'ideologia nazionalista irlandese accosta l'uomo al cattolicesimo, al quale aderisce il giorno dell'esecuzione della condanna, nella prigione nella quale è recluso. Perché Casement viene condannato per alto tradimento nei confronti della corona britannica? Divenuto un diplomatico di alto rango nell'ambito dell'amministrazione di sua maestà, nel suo impegno rivoluzionario teso al riconoscimento dell'indipendenza dell'Irlanda dal governo di Londra, Roger Casement aveva commesso il grave errore di fare affidamento sulla Germania per raggiungere il proprio obiettivo. Siamo infatti nel 1916, in piena Prima Guerra Mondiale ed il mettersi sotto l'ombrello tedesco costituisce, per l'appunto, alto tradimento nei confronti del paese d'appartenenza (sebbene non più sentito come tale). Per la cronaca, il 1916 è lo stesso anno in cui viene condannato a morte e giustiziato dal governo austriaco Cesare Battisti, formalmente suddito della monarchia asburgica, ma italiano a tutti gli effetti, arruolatosi nell'esercito italiano e catturato dagli austroungarici con le armi alla mano. In questo suo impegno con i tedeschi, dalla cui vittoria bellica sperava di ottenere una rapida indipendenza dell'Irlanda, Casement si trova contro anche tutti gli amici irlandesi, nazionalisti come lui, che tuttavia combattono la guerra dalla parte degli inglesi, trovandosi alla fine alleato di una ristretta cerchia di fanatici nazionalisti gaelici.
Il protagonista del romanzo, in conclusione, vede respinto ogni appello alla clemenza e per la commutazione della condanna a morte, anche perché, al momento dell'esame della richiesta di grazia, vengono resi pubblici i suoi Black Diaries, nei quali sono rivelate con dovizia di particolari le sue tendenze omosessuali, all'epoca costituenti ancora un reato in Gran Bretagna e viste comunque con ostilità anche da parte della comunità cattolica irlandese.
Allo scrittore sembra interessare soprattutto il percorso umano del protagonista, che prende coscienza dello sfruttamento che pervade il mondo di cui fa parte, fautore di un colonialismo ipocrita che non ha come scopo l'uomo ma il profitto e come filosofia una volontà di potenza ammantata da intenti falsamente civilizzatori. Casement si sobbarca un ruolo da redentore e lo fa commettendo una miriade di errori, assumendo su di sé contemporaneamente i ruoli di Gesù Cristo e di Giuda Iscariota, dell'intellettuale e del martire, di un essere umano che viene condannato dalla giustizia civile ma perdonato dal tribunale religioso. La spinta etica raccontata nel libro, unita alle contraddizioni di una vita non in linea con gli standard del tempo (per qualche aspetto Casement ricorda la figura di Pasolini), rende il personaggio particolarmente vicino al lettore, che lo vede come una (forse) fastidiosa ma necessaria coscienza critica di sé stesso e della società in cui vive.
Il sogno del celta, cioè l'indipendenza dell'Irlanda, si realizzerà soltanto dopo la morte di Casement, nel 1922. Ma il romanzo di Vargas Llosa ci informa, alla conclusione, che il diplomatico anglo irlandese è oramai assurto nel pantheon degli eroi della Repubblica. Tocca a chi legge, in questo caso, stabilire se il romanzo abbia un lieto fine oppure no.

sabato 21 ottobre 2017

L'abbazia dei cento inganni

Marcello Simoni, L'abbazia dei cento inganni, Newton Compton Editori, 2016.


Premesso che il libro mi è stato regalato e che quindi è di per sé un enorme piacere l'averlo ricevuto, entrando nel merito, devo dire che il romanzo non mi è affatto piaciuto. È probabile che questo genere letterario abbia un suo seguito di fan appassionati e che qualcuno di costoro possa pensare che io non lo abbia capito, a maggior ragione perché si tratta del terzo e finale capitolo di una trilogia (denominata Codice Millenarius Saga). Io penso di averlo capito, anche perché non è che ci sia moltissimo da capire. Nella sua inverosimiglianza (che nella narrativa non è necessariamente un difetto), L'abbazia dei cento inganni sembra un Bignami del Nome della rosa e va da sé che Marcello Simoni come intellettuale non vale un centesimo di Umberto Eco.

Non posso dire di essere rimasto deluso, perché culturalmente da questa lettura non mi aspettavo molto. È un romanzo che potrà piacere agli appassionati di cappa e spada, di misteri e di agnizioni. Insomma, è un romanzo d'appendice dei nostri giorni, ambientato in epoca medioevale. l'importante è che non ci si aspetti di impararvi granché.

sabato 23 aprile 2016

Emilio De Marchi, Il cappello del prete




Nelle intenzioni di Emilio De Marchi, il suo doveva essere un romanzo d'appendice, alla maniera dei francesi, rispetto ai quali lo scrittore milanese voleva dimostrare la non inferiorità degli italiani nel genere. De Marchi, comunque, è bravo anche nel descrivere certi meccanismi psicologici, tanto da avvicinare i propri personaggi ad altri archetipi già ben conosciuti e ben più alti, dal Dostoevskij di Delitto e castigo al più icastico Il cuore rivelatore di Poe.

Comunque la si veda, Il cappello del prete è un'ottima lettura, perché allo scheletro del romanzo d'appendice De Marchi sa dare nuova linfa sia dal punto di vista della descrizione psicologica dei personaggi (in particolare del protagonista, barone Carlo Coriolano di Santafusca) sia per la vivace presentazione di Napoli e delle figure che vi si muovono, tanto da inventare rispetto allo schema di partenza, un genere quasi inedito per la letteratura italiana, assai affine alla letteratura noir. La riuscita di questo romanzo appassionante è, vista la sua ambientazione, tanto più sorprendente in quanto è scritto da un autore che più milanese sarebbe difficile trovare.

domenica 10 gennaio 2016

Enrico Brizzi, La nostra guerra (2009)

Enrico Brizzi, La nostra guerra, Dalai Editore, 2009, p. 640, € 10,00.

Trattandosi di un antefatto, o prequel, di L'inattesa piega degli eventi (2008), precedente romanzo di Enrico Brizzi, la trama di La nostra guerra è in qualche modo obbligata ad incanalarsi affinché siano possibili e plausibili le vicende narrate nel romanzo uscito prima, benché relativo a una materia cronologicamente successiva. Tuttavia, mi sembra che tra i punti salienti della narrazione pseudo storica di Brizzi si possa rinvenire la convinzione, legittima in uno scrittore di finzione, che, per ragioni storiche, politiche, o puramente geografiche, il coinvolgimento dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale fosse comunque inevitabile. Quindi, anche se nel 1940 Mussolini non avesse dichiarato guerra alla Francia e all'Inghilterra, gettandosi nel conflitto al fianco della Germania nazista, sarebbe stato ugualmente impossibile tenere indenne la penisola dal coinvolgimento bellico. Tanto è vero che, in questa fantastoria - o ucronia - l'Italia fascista, dichiarata la propria neutralità, riceve nel 1942 l'ultimatum tedesco ad aprirsi alle armate della Wehrmacht quale cuneo verso il Mar Mediterraneo. Spalleggiata dagli alleati anglo americani (ossia da Cercillone e Rusveltaccio, come li chiama dispregiativamente Mussolini), l'Italia oppone un rifiuto a Hitler e viene prontamente invasa dalle truppe germaniche.
Rivelatasi militarmente impreparato anche nella finzione romanzesca (ma qui non serviva grandissima fantasia), l'esercito italiano riesce ad organizzare una difesa - la cosiddetta "Linea Scipio" - soltanto sulla dorsale dell'Appennino Tosco-Emiliano, di modo che l'Italia Settentrionale cade interamente sotto l'occupazione tedesca, inclusa la città di Bologna, che è quella del giovanissimo protagonista, costretto con la propria famiglia a sfollare in Toscana.
La seconda linea portante di La nostra guerra è infatti quella del romanzo di formazione, che vede come protagonista Lorenzo Pellegrini, dodicenne, figlio di un avvocato bolognese fascistissimo, il quale consuma la prima parte della propria adolescenza durante la guerra e i suoi disastri. Scoprirà ben presto l'infedeltà coniugale del padre, ma anche che i genitori non sono sposati e perfino che la mamma non è sua madre, la quale è invece deceduta nel metterlo al mondo. Il ragazzino scoprirà anche l'amore, il sesso e l'amaro sapore della morte e della perdita. Peccato che questo versante sia quello meno riuscito del romanzo, condotto da Brizzi secondo schemi logori da film per l'infanzia, senza un briciolo di inventiva, per rivitalizzare i luoghi comuni del genere.
Altro elemento che sembra stare a cuore allo scrittore è mostrare l'eterno ed immutabile carattere degli italiani, campanilisti, approfittatori, cortigiani e ruffiani. Rispetto ai luoghi comuni della descrizione italica, manca soltanto la vigliaccheria, qui vinta dallo slancio vitalistico imposto da vent'anni di regime fascista e di relativo indottrinamento. E poi, se nella realtà del dopoguerra molti italiani furono assai bravi a cambiare le loro vecchie camicie nere in camicie bianche o addirittura rosse, in questa finzione in cui i fascisti vincono la guerra, è ancora più semplice per molti rimanere sulla cresta dell'onda, senza bisogno di capriole. Così, nel temporaneo esilio della famiglia Pellegrini in provincia d'Arezzo, emergono le figure di Amintore Fanfani e di Licio Gelli, entrambi bene inseriti nei ranghi del PNF. Non so nei seguiti temporali del romanzo di Brizzi, ma nella realtà si sarebbe ancora sentito, e tanto, parlare di loro.
In conclusione, direi che La nostra guerra parte da un'idea interessante - già utilizzata, per esempio, da Philip K. Dick in La svastica sul sole - e per larghi tratti è persino piacevole da leggere, anche perché un po' di mestiere Brizzi ce l'ha. Tuttavia, il romanzo sconta alcuni difetti tipici dei prodotti non migliori di questo genere, tra cui il destare interesse per gli sviluppi della vicenda nata da una sliding door della storia (dopo la guerra l'Italia diventa una potenza coloniale in danno della Francia, punita per la collaborazione del governo di Vichy con Hitler), ma perde mordente nel racconto delle vicende personali e private del protagonista, la cui figura, a causa di qualche stereotipo di troppo, resta tutto sommato scialba e poco incisiva.

domenica 9 agosto 2015

Federico Maria Sardelli, "L'affare Vivaldi"

Federico Maria Sardelli, L'affare Vivaldi, Sellerio, 2015, pp. 304, € 14,00

Se oggi diamo per scontato un grande musicista come Antonio Vivaldi, l'autore delle Quattro stagioni, il merito è di due pubblici funzionari, Alberto Gentili, docente di Storia della musica all'Università di Torino, e Luigi Torri, direttore della Biblioteca Nazionale del capoluogo piemontese, che, nel periodo del fascismo, riportarono alla luce le opere manoscritte del Prete Rosso. Per lungo tempo, infatti, Vivaldi è stato un autore non dico sconosciuto, ma sicuramente dimenticato, considerato minore, rispetto ai contemporanei. All'epoca della morte, avvenuta nel 1741 a Vienna (dove sperava di rientrare nelle grazie della corte imperiale), Vivaldi era un musicista dimenticato da tutti, nonché ricoperto di debiti.
I suoi manoscritti, rimasti a Venezia, seguirono un itinerario tortuoso, prima di tornare alla luce e di potere essere acquisiti al patrimonio dello Stato italiano e quindi divenire fruibili da parte di tutti.

Federico Maria Sardelli, livornese, musicista (questa è la sua vera professione), oltre che scrittore, pittore ed umorista - e qualcos'altro che sicuramente mi sfugge - racconta questa storia con piglio da giallista e con la verve che gli conoscono coloro che hanno letto i suoi pezzi e le sue rubriche sul Vernacoliere e i suoi libri, tra i quali resta imprescindibile Il Libro Cuore (forse). Del resto, la vicenda dei manoscritti vivaldiani è di per sé un giallo ed anche piuttosto interessante. Sardelli controlla il proprio stile, attenendosi ai documenti d'epoca, ma non perde il sarcasmo che ne contraddistingue la scrittura. Ma qui l'autore satirico si fa di lato e cede il passo ai veri protagonisti del romanzo - che è anche un valido romanzo storico - cioè gli uomini che hanno riscoperto Vivaldi e la sua musica. E tra le righe ci viene ricordato di andare ad ascoltarla.

venerdì 24 luglio 2015

Giovanni Testori, Il ponte della Ghisolfa

Giovanni Testori, Il ponte della Ghisolfa, (ed. varie)

Qualche anno fa, rivendicando in televisione la propria felice omosessualità, Aldo Busi si contrappose a Giovanni Testori, il quale da cattolico credente e praticante, viveva la propria condizione macerandosi interiormente per i sensi di colpa. Devo dire che questa condizione descritta da Busi si ritrova, almeno in parte, nei racconti che compongono Il ponte della Ghisolfa.
Ogni tanto mi capita, leggendo un libro, di cercar di sintetizzare il genere in poche parole: riguardo a questo di Testori, la definizione che mi si è formata in mente è quella di "romanzo d'azione interiore". In questo senso, Il ponte della Ghisolfa ricorda, fatte le opportune differenze, qualcuno degli scritti di James Joyce. E in questo senso si può anche affermare che andrebbe incontro a una delusione chi pensasse di trovare in questi racconti di Testori i personaggi di Rocco e i suoi fratelli. La derivazione del film di Visconti dai racconti dello scrittore milanese riguarda soprattutto l'ambientazione e le suggestioni. Sulla pagina come sullo schermo si muovono, sullo sfondo delle periferie di Milano, anime sofferenti e coscienze in tumulto, più che persone.

L'ultimo racconto (Lo scopo della vita), uno dei più belli, fa addirittura venire in mente il primo Moravia, quello degli Indifferenti (anche qui con tutta una serie di distinguo, soprattutto dovuti all'espressionismo linguistico testoriano), a testimonianza che l'inettitudine morale, in Testori, non è più patrimonio esclusivo della borghesia, ma oramai ne sono affette anche le classi popolari che affollano le periferie dell'Italia del boom economico.

domenica 14 giugno 2015

Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo

Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo

Trattandosi di un romanzo italiano del 1927, a chi lo legga oggi, a quasi novant'anni di distanza, Il diavolo a Pontelungo non può non far venire in mente la canzone La locomotiva di Guccini. Il tema è l'anarchia ed i gesti estremi compiuti in nome di questo ideale. Ovviamente, l'ottica dalla quale si guarda al tema è, nelle due opere, praticamente opposta. Guccini, che compone la propria canzone all'inizio degli anni Settanta, ripercorre lo svolgersi - anche psicologico -  del gesto di un anarchico, dettato dalla disperazione e dalla rabbia, inevitabilmente destinato al fallimento. Il cantautore guarda al suo protagonista con un misto di nostalgia e malcelato compiacimento, ripensando alla sua azione potenzialmente catastrofica, con una punta di affettuosa ammirazione, per la coerenza verso un'idea in nome della quale si era disposti a sacrificare la vita. Bacchelli considera l'ideologia anarchica da tutt'altro punto di vista (pur considerando altrettanto impossibile ogni realizzazione dell'utopia anarchica) e non ci si dimentichi che scrive il proprio romanzo durante i primi anni del periodo fascista. Gli anarchici del Diavolo al Pontelungo sono descritti come un'accozzaglia di pericolosi cialtroni e non somigliano per niente ai fascinosi avventurieri cantati da Leo Ferré in un celebre pezzo da lui firmato.
Nella prima parte del romanzo, gli anarchici che si radunano presso la fattoria denominata La Baronata, nel Canton Ticino, sono presentati come ottusi idealisti (in particolare Michail Bakunin e Carlo Cafiero), assolutamente incapaci di confrontarsi con le esigenze pratiche poste dalla vita, quando non come profittatori per niente propensi a qualsivoglia attività lavorativa. In particolare, il capo politico e spirituale dell'anarchismo europeo in questo scorcio di XIX secolo - cioè Bakunin - è descritto come un mestatore infantile, infatuato dei piani rivoluzionari messi a punto a suon di parole d'ordine e codici segreti, un uomo, insomma, con in bocca sempre l'idea della bella morte, magari in cima ad una barricata, , ma sostanzialmente votato al fallimento di ogni e qualsiasi attività posta in essere.
E un fallimento, peraltro tragicomico, è anche l'impresa finale di una sollevazione anarchica a Bologna, città dotta e tranquilla, già secondo centro, fino a pochi anni prima, dello Stato Pontificio.

Suddivisa tra la prima parte ambientata nella campagna della Svizzera italiana e la seconda che si svolge nel capoluogo emiliano, la struttura del romanzo tende alla simmetria, con le due imprese - quella della Baronata e quella della sollevazione bolognese - alla cui testa viene posto Bakunin dai due alfieri dell'anarchismo italiano (Carlo Cafiero e Andrea Costa), destinate ad altrettanti sonori fallimenti, al centro delle rispettive due sezioni. Cafiero e Costa sono i simboli di un modo di essere italiani, pronti a tirarsi indietro per paura od opportunismo, un minuto prima dell'esplosione, dopo avere dato fuoco alla miccia. Ma Bakunin, vittima di un senile infantilismo e dei propri sogni di gioventù, ingenuo e vanitoso al tempo stesso, ci fa probabilmente la figura peggiore. Tanto che, all'epoca dell'uscita del romanzo, Bacchelli si dovette difendere dagli attacchi di un nipote dell'anarchico russo.

sabato 2 maggio 2015

Aldo Palazzeschi, Sorelle Materassi

Aldo Palazzeschi, Sorelle Materassi, 1934

Romanzo della maturità del fiorentino Aldo Giurlani, in arte Palazzeschi, abbandonati i codici futuristi e smessi i panni da incendiario dei versi giovanili.
La crosta di Le sorelle Materassi è umoristica - leggendo il libro si ride spesso e spessissimo si sorride - ma la sostanza è amara, perché qui si narra la storia della parabola rovinosamente discendente di due sorelle attempate della borghesia campagnola del contado fiorentino nel primo scorcio di Novecento. Rovinate economicamente da un nipote furbissimo e parassitario cui non riescono a non perdonare ogni imbroglio, le Materassi vivono davvero soltanto nell'ombra del nipote, il quale, dopo avere succhiato ogni loro sostanza, le abbandona miseramente. E nonostante ciò, per le due sorelle (e anche per la loro fantesca Niobe), il ricordo struggente del nipote resterà l'unica consolazione del tramonto della loro vita.

Lo stile di Palazzeschi è realistico, quasi si trattasse di una proiezione toscana del verismo di stampo verghiano. Lo scrittore sfiora a più riprese il bozzettismo, nella descrizione di certe figurine tipiche del paesaggio fiorentino di campagna, ma schiva questo rischio grazie alla capacità di dare ai propri personaggi finezze e sfumature psicologiche. Che poi forse costituiscono l'altra faccia della bonomia dello scrittore, quasi incapace di andare a fondo quando si tratta di creare un personaggio integralmente negativo (quale sarebbe potuto risultare il nipote Remo, il quale resta invece soltanto un bellimbusto, cinico, ma sentimentale).

domenica 22 febbraio 2015

Michel Houellebecq, Sottomissione

Michel Houellebecq, Sottomissione, Bompiani, 2015, pp. 252, € 17,50

«L'ambizione possente di Michel Houellebecq è di leggere il mondo attraverso l'economia e l'umanità attraverso il sesso, ossia di decodificare l'universo tramite le relazioni di scambio, confinando al fanatismo e all'amore le uniche possibilità di errore, i soli scostamenti non prevedibili dal risultato atteso».
Questo non è un mio commento originale a Sottomissione (2015) di Houellebecq, ma un estratto della recensione di un critico, Simone P. Barillari, scritta nel 2001 a proposito di un altro libro dello scrittore francese, Piattaforma nel centro del mondo. Molte delle parole poste dal critico a commento di questo precedente romanzo di Houellebecq possono fungere da (parziale) chiave di lettura anche per Sottomissione. E perfino quanto fu scritto riguardo a Piattaforma nel centro del mondo ed oggi non si può ripetere per Sottomissione - perché i fatti e gli anni non passano invano né gli scrittori possono sempre scrivere lo stesso libro (sebbene taluni lo facciano per un'intera vita) - può essere utile a capire meglio il romanzo del 2015. Scriveva infatti Barillari all'epoca, a proposito di Piattaforma nel centro del mondo, che «diventano marginali e irrilevanti politica e arte, tutta la tecnologia e le fondamenta stessa (forse dovrebbe leggersi stesse, n.d.r.) della storia: miserabili dati non significativi all'equazione di un mondo che ha nel suo destino "di assomigliare sempre di più a un aeroporto"». Da questo punto di vista, Houellebecq ha cambiato totalmente opinione o, in ogni caso, propone in Sottomissione un mondo - la Francia, ma il contesto internazionale descritto è estendibile almeno all'intero occidente - profondamente influenzati dalla politica (dimensione collettiva) e dall'arte (dimensione individuale). Mi sembra altrimenti impossibile, prescindendo dalle dinamiche politiche, anche brutalmente elettorali, capire il nuovo romanzo del romanziere francese e il suo personaggio principale senza considerare la stella polare rappresentata dallo scrittore Joris Karl Huysmans, il rappresentante maggiore, nell'ambito della narrativa, del Decadentismo letterario francese.
C'è un'altra frase, scritta dal critico Barillari a commento di Piattaforma nel centro del mondo, che può addirittura vedersi come filo conduttore per Sottomissione: «Irruzione del fanatismo religioso nell'ambito della prima rigorosa applicazione dell'economia di mercato alla sessualità». Il protagonista è infatti un professore universitario parigino di Letteratura moderna alla Sorbona, specializzato in Huysmans, che passa da una relazione all'altra con le studentesse del suo corso di studi, vivendo nel contesto privilegiato e un po' ovattato di una prestigiosa università della capitale di un grande paese occidentale. Questa situazione dura finché non si verifica un fatto - forse nei precedenti romanzi di Houellebecq si sarebbe trattato di un puro accidente? - tutto sommato imponderabile: la vittoria alle elezioni presidenziali del partito musulmano, grazie alle abili manovre e prese di posizione del suo leader Mohammed Ben Abbes. Siamo nel 2022 e quella di Houellebecq è tecnicamente una distopia letteraria. Bisogna peraltro riconoscere che raramente uno scrittore ha pubblicato un romanzo in un momento storico più appropriato, seppure in senso tragico. Sottomissione è infatti stato pubblicato il 7 gennaio di quest'anno (in Italia è uscito il 15), lo stesso giorno dell'orribile attentato di Parigi al settimanale satirico Charlie Hebdo.
Com'è ovvio, il romanzo non dà - né vuole dare - un'ipotesi di soluzione, a meno che non s'intenda per tale la sottomissione del titolo, sulla scia della svolta mistica dell'ultimo Huysmans, piuttosto solleva anche dal punto di vista ideologico e letterario una questione attuale già oggi e che non potrà non avere conseguenze sociali e politiche nell'immediato futuro di tutti noi europei. Houellebecq è uno scrittore abile, intelligente e intellettualmente stimolante. La sua è indubitabilmente Letteratura, merce sempre più rara nel panorama dell'attuale narrativa europea. Sottomissione non è, secondo me, un romanzo privo di difetti, che risiedono soprattutto in una troppo repentina accettazione da parte di tutta la società francese delle nuove regole imposte dal regime musulmano/socialista del Presidente Ben Abbes: molti professori universitari si adeguano subito e per opportunismo alla conversione all'Islam e abbracciano la poligamia. Un paese fucina di elaborazione ed espressione politica (anche in termini di manifestazioni di piazza) come la Francia, per di più descritto qui con una grande fetta dell'elettorato orientata a destra, non potrebbe piegare la testa a mutamenti politici e istituzionali, nonché di costume, di tale portata. Del resto,  questo è stato testimoniato anche dalle recenti dimostrazioni seguite alla strage del Charlie Hebdo. Ciò non toglie, tuttavia, che Sottomissione sia uno dei non moltissimi romanzi di recente uscita da leggere assolutamente. Anche perché non deve essere abbandonata quella specie in via d'estinzione che si chiama Letteratura, ciò che ancora può farci riflettere se la scelta finale del protagonista di Sottomissione sia la logica conseguenza dell'adozione del percorso seguito dal maestro Huysmans, o se, come scrive ancora Barillari al termine della sua recensione di Piattaforma nel centro del mondo, non costituisca una dichiarazione «di nauseata resa al nulla».

mercoledì 12 febbraio 2014

James Leo Herlihy, Un uomo da marciapiede

James Leo Herlihy, Un uomo da marciapiede, BEAT, 2013, p. 211, € 12,90
Capita spesso che da romanzi belli siano tratti film mediocri e viceversa. Quello di Un uomo da marciapiede è uno di quei casi, abbastanza rari, in cui libro e film sono sullo stesso livello, che per entrambi è molto alto. Non saprei dire quale delle due opere sia migliore, pur nel rispettivo, diverso, ambito.
Nel libro ci sono "più cose", più fatti, più antefatti, più retroscena. Il film è, per sua natura, più sintetico e diretto: spesso, anzi, l'abilità del regista consiste proprio nel suggerire determinate vicende in maniera ellittica.
Herlihy (1927 - 1993), autore poco conosciuto dalle nostre parti, autore di un numero limitato di opere (tre romanzi, qualche dramma e un paio di raccolte di racconti), dimostra con questo romanzo di essere uno scrittore vero. Un uomo da marciapiede è infatti un vero romanzo di formazione, che stempera la sofferenza di una vita dura nel valore dell'amicizia, di un'amicizia vera, non fatta di convenienza, che è occasione di tirare fuori la generosità e una sorta di sentimento materno per l'amico più debole: quello stesso sentimento materno che al protagonista Joe Buck, un giovanottone buono e prestante ma non molto intelligente, era sempre mancata, fin da quando la mamma l'aveva lasciato in custodia ad una nonna buona e svampita. Dell'infanzia, Joe Buck si porta dietro soltanto il rimpianto per la nonna morta mentre lui è militare e l'immagine del cowboy, quella dell'unico "fidanzato" della nonna che gli aveva dimostrato un po' di affetto. E per questo, vestito da cowboy, attraversa l'America per proporsi come gigolò ad attempate signore cittadine. Salvo accorgersi che questo suo progetto di vita è frustrante e destinato al fallimento. Con ogni probabilità, Joe riuscirà a crescere soltanto riversando tutto l'affetto e tutta la tenerezza che, pure, si porta ancora dentro, sull'amico "Zozzo" Rizzo, più sfortunato di lui.
Un grande romanzo, che vive delle sagaci, sentite, ironiche, patetiche osservazioni dell'autore su personaggi che ama talmente da essere in grado di prenderne le distanze.

domenica 3 novembre 2013

Mattia Signorini, Ora

Mattia Signorini, Ora, Marsilio, 2013, pp. 221, € 17,00

La prima riflessione che sorge dopo avere letto Ora è che la narrativa italiana deve essere proprio messa male, se un editore importante come Marsilio pubblica un romanzo come questo.
Non avevo mai letto niente di Mattia Signorini e comprai Ora dopo avere visto e sentito lo stesso autore che parlava del proprio libro in una trasmissione televisiva. Ed evidentemente il giovane scrittore veneto è molto più bravo e convincente nel parlare che nello scrivere.
Non che Signorini non sappia scrivere, ma questo romanzo manca degli elementi che un buon romanzo deve avere, a cominciare dall'ispirazione, come se Signorini, al pari del suo protagonista, l'avesse scritto per tenere fede alle promesse fatte al proprio agente e per riscuotere i sostanziosi anticipi dell'editore. Manca poi la necessità, nel senso che si avverte un procedere forzato e difficoltoso, che si divincola ad ogni passo dall'impantanamento, grazie all'inserimento di personaggi inutili e di maniera.
Per essere un romanzo di formazione, insomma, manca quasi tutto, ed infastidiscono particolarmente le falle che si aprono nel contesto realistico, che in un romanzo non è elemento essenziale, a meno che l'autore, com'è il caso di Signorini, non voglia per l'appunto scrivere un romanzo realistico.
Si potrebbe pensare, a voler essere benevoli, che Ettore sia una figura cristologica, tali sono gli effetti benefici che il suo arrivo provoca per i personaggi che incontra al suo paesino d'origine, tutti buonissimi e sempre pronti ad aiutarlo. Ma sarebbe una raffigurazione messianica che, anziché divenire protagonista di una vicenda come quella evangelica (che, quella sì, era carne e sangue, oltre che spirito santo), sembra calata nell'immobilismo ingessato di un presepio.
Il buonismo che - contro la volontà dell'autore, c'è da giurarci, perché vorrebbe trattare d'altro - costituisce il nerbo di Ora è veramente stucchevole e fa venire alla mente un'ideologia ruralista di stampo paratelevisivo. La storia del ritorno di Ettore al paese natale contempla una serie di personaggi che da un lato sembrano non aspettare altro che lui arrivi oppure, sebbene sia stato via dieci anni (la metà di Odisseo, ma questo Ettore non è stato né in guerra né a peregrinare per il Mediterraneo), non lo riconoscono nemmeno. Quindi c'è la vecchia solitaria, che tutti considerano una mezza strega, la quale si affeziona quasi subito al Nostro. C'è la ex, inspiegabilmente mollata dal protagonista, ora rimasta ragazza madre, con un frugoletto di sei anni, ovviamente simpaticissima canaglia, che si affeziona anche lui immediatamente a Ettore. E poi gli amici, quello che gli sistema il Ciao, un ciclomotore dato praticamente per estinto a metà anni Novanta e che qui, invece, sfreccia come una saetta; l'altro che gli fa riallacciare la corrente elettrica, la signora un po' burbera che si occupa di vendergli la casa, un altro che fa il ristoratore e gli offre il pranzo, il pazzo del villaggio che si rivela una specie di Jimi Hendrix e così via.
Tutto questo, unito ad un finale da romanzo d'appendice, se non da fotoromanzo (genere cui rimandano alcuni dialoghi, davvero che non si possono leggere senza farsi cogliere dalla nausea), che fa cascare le braccia per mancanza di credibilità, mette in secondo piano il rabbioso tentativo di conquista della maturità e di un rapporto con il padre, seppure postumo, da parte del protagonista.

sabato 29 giugno 2013

Ti volevo dire (Rizzoli)

Daniele Bresciani, Ti volevo dire, Rizzoli, 2013, pp. 369, € 17,00

Nella narrativa italiana degli ultimi anni si trovano tanti autori che sanno scrivere e che hanno qualcosa da raccontare, tanto che, sia per una questione di tempo sia per ragioni puramente economiche (i libri costano!) anche il "mestiere" di lettore implica numerose, talvolta dolorose, scelte. A fronte di un alto numero di scrittori professionali o provenienti da altre attività (come nel caso di Bresciani, giornalista presso importanti testate), è latitante la letteratura, intesa come quantità di riferimenti culturali che trasudano da un testo. I grandi romanzi raccontano sempre una storia, ma nel farlo parlano anche di altro: parlano di un periodo storico, di una filosofia di vita, di un'interpretazione del senso dell'esistenza, di una visione del mondo e dei fini ultimi dell'uomo. Oppure, ci parlano di sensazioni universali, descrivendo stati d'animo comuni a ciascuno di noi, ma che non tutti sono in grado di esprimere a parole.
In questo senso, Ti volevo dire non è un grande romanzo. Ma questo breve preambolo non voleva certo fungere da denigrazione nei confronti del romanzo di Bresciani, verso il quale mi hanno attratto diversi fattori e che in definitiva mi è piaciuto. Il primo fattore (assai esteriore, lo riconosco) che mi ha colpito, invitandomi ad andare in libreria e tirare fuori i soldi dell'acquisto è stato il nome di battesimo del protagonista, che, abbastanza inusualmente, è mio omonimo. Ma le analogie tra il protagonista e il sottoscritto (e quindi i fattori di attrazione) non si limitano a questa. Giacomo (che già all'inizio del romanzo muore) è stato una persona che non ha saputo o voluto assumersi molte responsabilità, uno di quegli individui (cui, come s'è capito, guardo con affetto) che si lasciano scivolare addosso la vita. È vero che si era creato una famiglia, ma non ha saputo farsela durare e poco prima di morire, viveva da solo con la amatissima figlia adolescente Viola, l'altro polo magnetico del libro. Giacomo, figlio unico, è vissuto dapprima nel cono d'ombra di un padre iperprotettivo, uno di quegli uomini che hanno contribuito attivamente al miracolo economico italiano del dopoguerra, un padre che si sentiva in diritto di pretendere per il figlio un destino lavorativo similare e conseguente al proprio (per questo manda giù obtorto collo che si iscriva alla facoltà di Lettere dell'università). Dopo di che, Giacomo s'è consegnato ad una moglie attivissima, che deve avere apprezzato ben poco la dolce remissività di un uomo rimasto legato alla musica degli anni Sessanta e Settanta e ad un potentissimo primo amore di gioventù. E questo è un ulteriore elemento che mi rende umanamente vicino quest'altro Giacomo. Il quale, da studente, per una di quelle vacanze-studio che poi si svilupperanno nei vari programmi Erasmus (qui siamo nel 1980), durante un'estate passata a Brighton, conosce Claire, una ragazza inglese con la quale intreccia un'intensa relazione sentimentale.

Ho detto che Giacomo è un individuo dolcemente indeciso ed è, effettivamente, per come lo descrive Bresciani, una persona mite. Non si deve però pensare che questa sua indecisione - un tratto del carattere che di per sé potrebbe non avere implicazioni negative - sia anche innocua. La vita impone sempre ed inevitabilmente delle scelte e fuggire davanti ad esse può significare fare del male al prossimo, un male che può crescere dentro per anni, fino a fermarti il cuore in una notte qualsiasi. Un male che è tanto più grave e persistente per quanto è stato perpetrato nei confronti della persona amata, del grande amore di una vita, quello che non sarà mai dimenticato. Ed è un male (una di quelle entità di cui non si può misurare l'estensione, se non per via empirica, come con la Scala Mercalli per i terremoti) che produce i propri effetti a distanza di anni, su soggetti del tutto incolpevoli dei fatti accaduti tanto tempo prima. E così succede che Viola, scoperto del tutto inaspettatamente il cadavere del padre, diventi vittima di un blocco psicologico che le impedisce di parlare. E allora il romanzo racconterà, in parallelo, il percorso di questa adolescente per riappropriarsi della parola, della propria voce, grazie all'aiuto di una serie di personaggi, tra i quali una compagna di collegio e all'insperata collaborazione di una sorta di fratellastro (il figlio del nuovo compagno della madre), l'inizialmente antipatico, o peggio, indifferente, Tancredino.

I difetti, nel romanzo, ci sono: oltre a quanto scrivevo all'inizio, c'è, talvolta, un'eccessiva descrizione di particolari che confina con il lezioso e il minuzioso, oppure l'esagerata volontà dell'autore di dimostrare che lui a Londra c'è stato, che ha visto quello e fatto quell'altro, prima di noi.
Ma il racconto è sentito, la storia profuma di vissuto, la trama non è scontata, così come non è corrivo il riferimento ad una lontana gioventù, vissuta come un momento di autenticità di una vita che ti regala insieme i primi palpiti e le prime difficilissime scelte da prendere. E si sente, in Bresciani, l'amore per i suoi personaggi (quasi tutti fin troppo positivi) e per la cultura inglese, riassunta nella musica dei grandi gruppi e dei grandi musicisti rock degli anni Settanta, dai Deep Purple ai Pink Floyd (il concerto della tournée seguita alla pubblicazione dell'album The Wall è uno dei momenti indimenticabili della storia d'amore tra Claire e Giacomo), dai Led Zeppelin al poco conosciuto ma assai meritevole John Martyn.

sabato 18 maggio 2013

La via del tabacco

Erskine Caldwell, La via del tabacco, Fazi, 2011, pp. 217, € 18,50.

L'America profonda della Grande Depressione, dove una miseria atavica, aggravata dalle conseguenze del crac del '29, sembra essersi insinuata nel patrimonio genetico di alcune persone, come i disgraziati membri superstiti della famiglia Lester (o almeno di quelli che continuano a stazionare nei pressi della catapecchia che fu di loro proprietà).
L'estremo realismo di Caldwell sfocia spesso nel grottesco (con un atteggiamento di compassione critica che ricorda quello che sarà adottato dal Pasolini dei suoi romanzi migliori, come Ragazzi di vita e Una vita violenta), come se l'autore stesso volesse soprattutto parodiare la letteratura di derivazione ottocentesca, laddove essa tendeva a idealizzare gli stati del Sud - come la Georgia di La via del tabacco - con la loro presunta tradizione di cavalleria e di eleganza, contrapposte al rozzo pragmatismo degli stati del Nord e del West.
In questo modo, Caldwell raggiunge spesso, oltre allo scandalo per l'audacia delle descrizioni e per la ferocia della critica sociale (con uno Stato del tutto assente, che lascia i propri cittadini nella miseria e nell'ignoranza più totale), vette che non molti altri scrittori americani di quel periodo hanno saputo toccare e che fanno di La via del tabacco un capolavoro.

lunedì 4 marzo 2013

Alexandre Dumas, I fratelli corsi, Donzelli, 2009, p. 149, € 19,50

Dumas padre era un narratore puro, uno che badava alla trama da raccontare, più che ai risvolti psicologici dei suoi personaggi. O almeno è così in questo racconto lungo, ambientato per una buona metà in Corsica, un luogo che, contrariamente a quanto appare dal testo in esame, lo scrittore francese non visitò mai. In appendice a I fratelli corsi, si legge in questo volumetto edito da Donzelli anche un secondo racconto, ambientato in Italia, I due studenti di Bologna, accomunato al primo dall'elemento spiritico e soprannaturale. Il primo racconto parla infatti di due fratelli, accomunati, oltre che per essere gemelli, anche dal fatto che entrambi condividono lo stesso destino di vedere i fantasmi degli antenati ogniqualvolta si trovano ad affrontare un momento fondamentale della loro vita, ma anche dalla facoltà di percepire ciascuno i dolori e le preoccupazioni dell'altro. In I due studenti di Bologna il motore dell'azione è un patto che i due amici del titolo (il cui sentimento sembra, seppur velatamente, travalicare i confini di una "normale" amicizia) stipulano, come si narra che fece San Giovanni Bosco con un collega del seminario: il primo di loro che fosse morto sarebbe apparso all'altro. E così fanno, per sventare un piano criminale ed assicurare alla giustizia i sequestratori che avevano ucciso uno dei due. E, alla fine, molto ottocentescamente, vissero felici e contenti. O meglio, visse solo uno dei due studenti, ma sposando la sorella dell'amico defunto. Una lettura decisamente divertente, sebbene a posteriori non rimanga una grande impressione di spessore letterario. O forse è soltanto una mia sensazione.

venerdì 15 febbraio 2013

Il servo (e/o)

Robin Maugham, Il servo, e/o, 2000, p. 128, € 11,36
Il romanzo Il servo (1948) di Robin Maugham e il film Il servo (1963) di Joseph Losey, tratto dall'opera di Maugham, sono, nel rispettivo ambito, due capolavori. Pur nella sostanziale linearità della trama, tra romanzo e film cvi sono significative differenze. Per prima cosa l'autore, o meglio gli autori - Robin Maugham era uno scrittore/drammaturgo di estrazione sociale nobiliare e di tradizione intellettuale (essendo nipote del narratore William Somerset Maugham), dichiaratamente omosessuale, Losey era un regista americano convintamente comunista, costretto all'esilio dagli USA a causa del maccartismo e Harold Pinter, lo sceneggiatore, era un intellettuale ebreo di origini esteuropee, laureato in vecchiaia con il Premio Nobel per la Letteratura (2005), politicamente di sinistra - avevano impostazioni culturali diverse. Quindi, come conseguenza, nel film è accentuato l'aspetto di lotta di classe della scalata del "servo" Barrett che, pur già presente nell'opera letteraria, cedeva il passo alla preponderanza della tematica sessuale evidenziata da Maugham. Ulteriore differenza è la scomparsa, dal libro al film, del personaggio narrante, in favore di un'oggettivizzazione che lascia sulla scena quasi esclusivamente il servo e il padrone, in una sorta di aggiornata versione dell'eterna lotta tra due figure storiche, oltre che funzioni letterarie. Cambia, infine, lo stile: il romanzo dello scrittore inglese è di una chiarezza e di una linearità quasi crudeli, laddove il film di Losey assume un andamento sinuoso e quasi insidioso. Permane, in entrambe le opere, la struttura di una discesa agli inferi, rispetto alla quale il lettore, lo spettatore, ma nel libro anche il narratore, non può che rimanere attonito e impotente, conscio di avere assistito a un fenomeno quasi incomprensibile, ma che forse fa parte dell'evoluzione (o dell'involuzione) della società.
Si tratta di due opere che non si elidono a vicenda e tra le quali è difficoltoso fare paragoni e confronti, ma, per il piacere dell'intelletto, conviene leggere il romanzo e vedere il film.

domenica 3 febbraio 2013

Billy Budd

Herman Melville, Billy Budd, Feltrinelli, 2011, p. 148, € 7,00
Capolavoro della maturità, l'ultimo purtroppo, di Melville, che morì mentre stava appunto scrivendo questo romanzo. Nonostante la formale incompiutezza, quindi, Billy Budd è un testo contenutisticamente colto, storicamente documentato e stilisticamente maturo. La narrazione è spesso interrotta da digressioni (in misura minore rispetto agli altri romanzi dell'Autore, informa chi li ha letti) che inquadrano la vicenda dell'Avvenente Marinaio nel loro contesto storico, cioè quello della guerra navale tra l'Inghilterra e la Francia del Direttorio (1797), costellato da una serie di ammutinamenti, ma si concentra fin da subito sul protagonista. Che risulta ben presto come il perfetto capro espiatorio di situazioni che nemmeno conosce, il puro di cuore destinato a soccombere, l'idiota dostoevskiano, ma anche una figura di Cristo, un Cristo incolpevole sebbene non innocente, chiamato a penzolare da un pennone della nave, come il figlio di dio dalla croce.
Ma quello che conta, in ogni romanzo che si rispetti, più della vicenda narrata, è lo stile dello scrittore e Melville dimostra di essere uno scrittore grandissimo, con una propria personalità, che non ha molti pari nella narrativa americana dell'Ottocento, che pure non difetta di buoni autori. Qui la lingua di Melville si giova dell'ottima traduzione del poeta fiorentino Alessandro Ceni: valore aggiunto ad un'opera potentissima già di per sé.

mercoledì 26 dicembre 2012

Joseph Conrad, La linea d'ombra, Garzanti, 2007, pp. XXXVIII - 126, € 8,00

Romanzo che prende spunto da un episodio autobiografico e che, nella sostanza, non si discosta di molto da quanto già narrato dall'autore diversi anni prima in Tifone. L'esperienza diretta è qui testimoniata anche dall'uso della prima persona nella narrazione, dell'esperienza del primo comando di una nave da parte del protagonista, che si trova a dover fronteggiare prima una interminabile bonaccia, poi la malattia dell'equipaggio e alla fine una tempesta marina. Anche qui, come in Tifone, sono la calma e la forza d'animo, e in più l'aiuto di un collaboratore solido come una roccia (nonostante una malattia al cuore), a tirare fuori dagli impicci il protagonista e a fargli superare quella linea d'ombra che separa la giovinezza dalla maturità. Ma il tono del racconto, in questo La linea d'ombra, è assai più cupo, forse perché il romanzo prende forma ed esce nel 1917, mentre milioni di giovani di tutta Europa si stanno massacrando a vicenda nelle trincee in Francia, Belgio, Italia, Germania, Russia eccetera, e tra loro c'è anche Boris, figlio dello scrittore, al quale il romanzo è dedicato.

domenica 25 novembre 2012

Sabato sera, domenica mattina

Alan Sillitoe, Sabato sera, domenica mattina, minimum fax, 2010, p. 307, € 12,50

Il sabato sera si può folleggiare, nei limiti che ti consentono i soldi della paga settimanale appena intascata, detratte le tre sterline passate alla mamma per le spese della casa. Ed anche nei limiti dei divertimenti offerti da una città d'infinito squallore: le bevute di birra al pub, le freccette, le scazzottate, le vomitate. Il sabato del villaggio, con i suoi riti e le sue aspettative, in versione proletariato inglese. La domenica mattina è il momento dello hungover, dei postumi della sbornia, il tempo di ripensare all'accaduto (magari ricordarselo), farsi passare il mal di testa e prepararsi alla settimana di lavoro.
Arthur Seaton è un operaio in una fabbrica meccanica di Nottingham, è bravo, ma lavora di nervi e di rabbia. È giovane e bello, si proclama comunista, ha una relazione con una donna sposata (a un proprio collega) e rifiuta pervicacemente il matrimonio. Come viene detto nella prefazione, il romanzo di Sillitoe resta un grande romanzo perché rende l'atmosfera di un'epoca e di un paese, con i suoi riti e i suoi miti, i suoi problemi e i suoi linguaggi. Ma soprattutto perché è scritto bene, con una lingua che rende ragione dei moti interiori dei personaggi, messi a confronto con la realtà della vita. Perfino Arthur, che considera sé stesso quasi onnipotente, dovrà scontrarsi con chi gli farà capire - lo strumento sono le rudi mani di due soldati dell'esercito britannico - che non si può giocare impunemente con i sentimenti altrui. E troverà anche chi, volente o nolente, gli farà mettere la testa a partito e, forse, cambiare idea sul matrimonio.

mercoledì 3 ottobre 2012

Il potere e la gloria

Graham Greene, Il potere e la gloria, Mondadori, 2002 (1940), pp. 265, € 9,00.

«Semel abbas, semper abbas» dicevano gli antichi. Abate per una volta, abate per sempre. Così sono anche i preti del Messico rivoluzionario degli anni Trenta, dove per decreto governativo è stato abolito il clero, costretto ad abiurare la propria professione di fede e di vita consacrata, avendo come uniche alternative la fuga o la fucilazione. Cattivo prete, il padre Juan, protagonista del Potere e la gloria, decide di resistere e di fuggire di fronte alla determinazione di un tenente della milizia di catturarlo per metterlo al muro. Braccato dalle autorità e perseguitato da un rimorso inamovibile per i gravi peccati commessi, Juan fugge attraverso un paese ostile, che nasconde insidie ad ogni passo, poiché sulla sua testa pende una taglia che fa gola ai campesinos miserabili che incontra sulla sua strada. Considerato un traditore da parte delle autorità messicane, il prete sa di esserlo nei confronti della propria missione sacerdotale e quindi è consapevole di meritare la pena capitale che è stata decretata per lui. Attraverso la figura di questo prete, Greene, inglese convertito al cattolicesimo intorno ai ventidue anni, descrive l'eterna lotta tra bene e male e riscopre la fondamentale tematica religiosa, che attraversa la storia del Cristianesimo in tutta la sua lunghezza - partendo da Sant'Agostino e Pelagio e passando per Lutero ed Erasmo da Rotterdam - della predestinazione e del libero arbitrio.
Il potere e la gloria sono due termini che dovrebbero contraddistinguere rispettivamente lo Stato e la Chiesa, oppure sono due caratteristiche che denotano in negativo il protagonista, miserabile nell'aspetto e nell'animo. Ma questa miseria umana che lo accompagna convive con l'orgoglio, che lui stesso considera un ulteriore peccato, di sentirsi, pur nel pericolo, ancora e sempre un prete: semper abbas, dunque.
Accanto alle tematiche forti, che si appoggiano ad un personaggio particolare (che abbina ai difetti consueti del clero secolare la degradante assuefazione all'alcol), inserito in un contesto storico del tutto eccezionale, si spande la maestria artistica dello scrittore, che si insinua come un pungolo dentro la psiche e dentro l'anima del protagonista, e culmina in pagine d'inusitata potenza, come quelle in cui è descritta la notte trascorsa dal protagonista in carcere, fra tentazioni di cedere alla paura e pulsioni al martirio, o quelle nelle quali si vede il prete costretto dalla fame a massacrare di bastonate una povera cagnetta scheletrica e malata per sottrarle l'osso che stava sgranocchiando.

lunedì 27 agosto 2012

Il sorriso dell'ignoto marinaio

Vincenzo Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio, Mondadori, 2004 (1976), p. XVII + 175, € 9,00.
«Metaromanzo o antiromanzo storico», come lo definì lo stesso Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio si snoda con due elementi a fare da perni. Uno è il celebre dipinto di Antonello da Messina che dà il titolo al romanzo e l'altro è l'impresa siciliana dei garibaldini del 1860,  con le conseguenti aspettative di rivalsa e di libertà (nel senso dell'omonimo, bellissimo, racconto del Verga, ispirato ai fatti di Bronte), suscitate dalla spedizione dei Mille nell'animo della povera gente.
La struttura è quella del superamento del romanzo tradizionale, perché Consolo rifiuta una struttura lineare, divaga ed inserisce nella narrazione documenti d'epoca, opportunamente manipolati. E, se il risultato non è di quelli che esaltano il lettore sotto l'ombrellone, fondamentale è il contributo del Sorriso al rinnovamento del romanzo italiano.