domenica 7 marzo 2021

Giorgio Puia

In questi giorni su Facebook circola una di quelle “catene” per cui un utente pubblica un'immagine, chiedendo ad uno dei suoi amici di fare altrettanto, senza accompagnare quell'immagine con un testo, senza dare alcuna spiegazione oltre quella contenuta nella presentazione. Altre volte erano state le copertine di un disco o di un libro, questa volta è l'immagine di un calciatore che ha condizionato il sentimento dell'utente “nominato” verso il mondo del calcio.

Voglio provare a farlo anch'io qui, però fornendo qualche parola di spiegazione.


Giorgio Puia (Gorizia, 8/3/1938). Può sorprendere che uno juventino inizi la lista dei calciatori più influenti della vita con un difensore del Torino, la rivale cittadina. La casualità del tifo, peraltro, è stata ben raccontata da Nick Hornby in Febbre a 90°: se avessi potuto scegliere a 14 anni (o più tardi), difficilmente, penso, avrei scelto la Juve. Probabilmente avrei optato per una squadra toscana o per una qualsiasi outsider (escluderei una milanese, perché non ho mai nutrito simpatia molta per il capoluogo lombardo) e mi sarei forse unito alla moltitudine rancorosa che regolarmente evidenzia i favoritismi veri o presunti per la Juve. Quella di Giorgio Puia, credo, è stata la prima figurina che mi è capitata tra le mani. Non sapevo ancora leggere e per la verità il ricordo di quella figurina mi è stato tramandato negli anni più dalla mia mamma e dalla mia nonna che dalla mia stessa memoria. Gioggiopuia (come lo pronunciavo secondo i racconti familiari), calciatore del Toro – la squadra dal grande cuore – mi ricorda da sempre che, accanto alla grande tecnica dei miei eroi bianconeri, sul campo servono anche il carattere, la grinta, la voglia di vincere.

sabato 30 novembre 2019

Tommaso Labranca, "Progetto Elvira"

Tommaso Labranca, "Progetto Elvira", ed. 20090, 2013

Questo libro di Tommaso Labranca, scrittore milanese tropo presto scomparso (nel 2016), è un atto d'amore. Un atto d'amore verso un film, il suo film preferito, il film che ha visto più volte nella sua vita. Il film in questione è la commedia Il vedovo (1959) di Dino Risi, con Alberto Sordi e Franca Valeri, al proposito del quale devo dire di non avere mai incontrato nessuno che non lo conoscesse.
Prima di scrivere questo libro, Labranca ha rivisto il film ancora diverse volte, o meglio, lo ha dissezionato, come ammette nel sottotitolo "Dissezionando Il vedovo", visionandolo fotogramma per fotogramma. In questo modo, lo scrittore - che non è un critico cinematografico di professione né aspira ad esserlo - analizza per il lettore il contesto nel quale il film fu realizzato ed in cui fu visto nelle sale cinematografiche. Dalla prima sequenza, ambientata ai piedi della Torre Velasca di Milano fino all'ultima che ha luogo durante il funerale del protagonista, lo scrittore rivela riferimenti culturali e cronachistici dei momenti più ricordati e mette in risalto i particolari meno noti. Tutti, per esempio, ci ricordiamo dell'appellativo con il quale l'Elvira si rivolge al marito («cretinetti!»), ma non tutti ricordano o sanno che la figura di questo spiantato industriale romano trasferitosi a Milano era ispirata a Giovanni Fenaroli, protagonista all'epoca di un celebre caso di cronaca nera.
A me, del Vedovo, erano sempre rimasti in mente la sequenza della veglia funebre nel casale di campagna, con la vecchietta seduta che ad ogni passaggio di Alberto Sordi mormora «era tanto bbuona!» e la frase finale della moglie rediviva «cosa fai, cretinetti, parli da solo?», nonché lo schiaffo di rabbia e frustrazione affibbiato dal protagonista all'allampanato giovanotto accompagnato dalla madre alla festa per il ritorno dell'Elvira.
Tommaso Labranca (1962-2016)
Labranca ci fa notare altri mille particolari significativi per inquadrare un'epoca, un modo di pensare, un momento e un luogo (il boom economico là dove inizia e dove più prospera) della storia italiana. Lo scrittore, con minuzia ma senza pedanteria, smonta le sequenze, le rimette in ordine cronologico laddove non lo sono, legge i giornali sfogliati dai personaggi e commenta le notizie su di essi riportate, analizza i vestiti indossati, le automobili guidate, le sigarette fumate e i quadri appesi alle pareti, per ricavarne elementi del carattere delle varie figure che si muovono nel film. Film che potrà anche essere squilibrato nella sua struttura, come diversi critici non hanno mancato di far notare, ma che conserva intatto tutto il proprio fascino satirico (nel vero senso della parola), anche quando, nel finale, prova a diventare meccanismo ad orologeria. Ed è interessante notare che, al pari di un altro film della stessa epoca (I soliti ignoti di Monicelli), il perfetto meccanismo escogitato dal protagonista fallisce perché è lasciato alla realizzazione di quattro incapaci, il Nardi stesso e i tre pasticcioni di cui si è circondato il medesimo megalomane protagonista: lo zio, il marchese Stucchi e il tecnico tedesco Fritzmayer. Questo di Labranca è un libro intelligente (che si apprezza anche nei punti in cui non si è d'accordo con l'autore), perché fornisce una miriade di spunti di riflessione e di motivi per rivedere ancora una volta ed apprezzare di nuovo il film di Risi con le disavventure del cretinetti per antonomasia.

Una scena del film "Il vedovo"

venerdì 2 agosto 2019

Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016


Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016.

Quando ci si appassiona alla Storia e si comincia a leggere libri che ne parlano, è difficile smettere, perché in ogni libro che espone un singolo argomento spuntano una miriade di altre storie che valgono la pena di essere approfondite. È un fenomeno per così dire di assuefazione, che capita molto spesso ad ogni vero appassionato di Storia. Negli ultimi tempi, mi è successo leggendo i libri della professoressa Elena Bonora, una studiosa che sa rendere interessantissima la materia del proprio approfondimento, al pari di altri grandi storici che si sono assunti l'onere di divulgare attraverso i libri le proprie conoscenze, primo fra tutti per comunicativa e simpatia il professor Alessandro Barbero. Di Elena Bonora ho recentemente letto due libri - che consiglio caldamente -: il primo, intitolato Aspettando l'imperatore, riguarda eminenti personaggi ecclesiastici che, poco prima della metà del Cinquecento, nella contesa tra l'imperatore Carlo V e il papa Paolo III Farnese, parteggiavano nettamente per il primo, più aperto (come loro) ad istanze di innovazione della Chiesa che, in quel di Trento, stava dibattendo su come reagire alla Riforma Protestante. Questo libro si incentrava in particolare sulle figure di due cardinali italiani che avevano incarnato queste loro speranze in Carlo V, il "Cardinale di Ravenna" Benedetto Accolti e il cardinale mantovano Ercole Gonzaga. Il secondo libro della Bonora che ho letto negli ultimi tempi si intitola Roma 1564. La congiura contro il papa e parla di un piano, sventato appena in tempo, per uccidere il papa Pio IV. Al centro di questa congiura c'era un cugino del Cardinale di Ravenna (che era morto a Firenze nel 1549), anch'egli di nome Benedetto Accolti, il quale, riconosciuto colpevole dell'attentato al papa (ed anche eretico), fu giustiziato a Roma all'inizio del 1565. Questo secondo Benedetto Accolti, del quale la Bonora ripercorre l'intera interessantissima vita, aveva in gioventù studiato all'Università di Pisa, dove era stato compagno di studi del brillantissimo giovane sardo Sigismondo Arquer, laureatosi in utroque iure presso l'ateneo pisano e subito dopo in teologia all'Università di Siena. Nel saggio di Elena Bonora si accenna a questo personaggio, dicendo che fu condannato al rogo dall'Inquisizione spagnola, per ipotizzare che ai tempi della comune frequentazione pisana anche Benedetto Accolti fosse entrato in contatto, in concomitanza con l'Arquer, con idee ereticali, in particolare attraverso il testo che è un po' la matrice del pensiero riformato in Italia, ovvero Il Beneficio di Cristo.
Su Sigismondo Arquer esiste una buona bibliografia, al culmine della quale arriva questo volume dello storico sardo Sergio Arangino, inevitabilmente colpito dalla figura del suo conterraneo, arso sul rogo a Toledo nel 1571, all'età di 41 anni, dopo ben otto anni di prigionia nelle carceri dell'Inquisizione spagnola. Discendente da una famiglia di alti funzionari della corona spagnola che all'epoca dominava la Sardegna, l'Arquer, laureatosi giovanissimo in discipline giuridiche, aveva ottenuto ben presto dalla monarchia spagnola importanti incarichi pubblici. Dopo che già suo padre si era trovato invischiato nelle lotte di potere che si svolgevano senza sosta sull'isola, anche lo stesso Sigismondo rimase coinvolto in queste beghe, pur senza perdere mai il favore del Re di Spagna Filippo II, che il giovane giurista sardo aveva conosciuto di persona durante un soggiorno del monarca a Bruxelles, quando era ancora principe ereditario. Proprio durante il viaggio per raggiungere la corte di Bruxelles, l'Arquer soggiornò per qualche tempo nella città riformata di Basilea, dove collaborò con l'umanista protestante Sebastian Münster, contribuendo con una sua storia della Sardegna all'opera cosmografica dell'intellettuale tedesco. In quest'opera, peraltro, Sigismondo esprimeva un giudizio molto duro sul clero sardo, descrivendolo come maggiormente intento a fare figli con le concubine che non ad istruirsi in materia dottrinaria. Oltre tutto l'Arquer aveva conosciuto in Sardegna il nobile spagnolo Gaspar de Centelles, che in Spagna sarà al centro di una conventicola di eretici e con il quale Sigismondo intratterrà una fitta corrispondenza ad oggetto teologico. Questi elementi biografici sono quelli che porteranno l'Arquer fino al rogo di Toledo, in quanto saranno i suoi nemici sardi a denunciarlo e saranno otto delle lettere che aveva scritto al Centelles a perderlo. Anche quest'ultimo, infatti, era stato arrestato dall'Inquisizione spagnola e giustiziato per eresia. Dunque, le lettere di un sospetto di eresia scritte ad un eretico condannato risultano ampiamente compromettenti per l'Arquer, considerando, soprattutto, che durante il suo processo, durato otto anni, muore l'avvocato difensore, mentre il teologo di fiducia, nominato dallo stesso Sigismondo, nel segreto delle sedute processuali, inizia a remare contro l'imputato, qualificando come eretiche molte delle proposizioni contenute nelle lettere dell'imputato. Tanto che se l'Arquer fu l'uomo che sfidò l'Inquisizione spagnola, non soltanto perse la sua battaglia, ma non fu nemmeno in grado di poter competere alla pari.

Elena Bonora, Aspettando l'imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V, Einaudi, 2014
Elena Bonora, Roma 1564. La congiura contro il papa, Laterza, 2011

sabato 27 aprile 2019

Non ero Paolo Rossi - Enzo Scaini, la morte misteriosa di un calciatore dimenticato

Giampiero De Andreis - Emanuele Gatto, Non ero Paolo Rossi - Enzo Scaini, la morte misteriosa di un calciatore dimenticato, (Ed. Eraclea), 2018.

Chi era Enzo Scaini? Questo nome mi riporta ai tempi in cui collezionavo le figurine Panini dei calciatori: mi torna in mente un calciatore baffuto con la maglia biancorossa, probabilmente quella del Monza o quella del Perugia, società nelle quali Scaini ha militato durante la sua carriera. Queste figurine sono peraltro riportate nell'apparato iconografico del libro in questione. Enzo Scaini era una figurina piccola, di quelle dedicate alle squadre di Serie B, perché lui, purtroppo, a giocare in Serie A non è mai arrivato. Io non sapevo neanche che fosse morto, in circostanze mai del tutto chiarite, ad appena 27 anni, nel gennaio del 1983.

Scaini, nato in un paesino del Friuli nel 1955, già da bambino aveva mostrato le proprie doti da calciatore, fino ad essere inserito, ben presto, nel settore giovanile del Torino, società che lo aveva mandato a farsi le ossa in alcune squadre della provincia. Dopo le prima esperienze a Canelli, Scaini diventa un idolo della tifoseria del Sant'Angelo Lodigiano, dove viene notato dall'ambizioso Monza di fine anni Settanta e va a giocare in Brianza, sfiorando più volte, senza mai ottenerla, la promozione in Serie A. Le tappe successive della carriera di Scaini sono Campobasso in Serie C1, poi Verona e Perugia in B, dove vengono nuovamente frustrate le speranze di arrivare nella massima serie, fino all'approdo finale, ancora in C1, a Vicenza. Problemi al ginocchio, prima a Perugia e poi a Vicenza, spingono il calciatore a farsi operare, per due volte, dal professor Lamberto Perugia, uno dei migliori ortopedici sportivi degli anni Ottanta.
Il luminare dell'ortopedia del ginocchio opera Scaini la mattina del 21 gennaio 1983 e pochi minuti dopo la fine dell'operazione, intorno alle 10, il calciatore muore nella sua stanza della clinica Villa Bianca di Roma.
Senza raccontare i dettagli esposti nel libro, dico solo che il processo penale, che avrebbe dovuto fare luce sulla morte di un atleta di 27 anni, sposato, padre di due bambini, si conclude con l'assoluzione, arrivata dopo più di cinque anni dal fatto, di tutti gli imputati.
E quando la vedova di Scaini domanda all'avvocato Campana, presidente dell'Associazione Italiana Calciatori che tutelava in giudizio la famiglia del giovane, il perché di tanti ritardi nel processo e dei silenzi dei giornali (sportivi), si sente rispondere che suo marito «non era Paolo Rossi». La moglie del calciatore racconta peraltro questo episodio senza alcuna punta di rancore nei confronti del presidente dell'AIC, il quale si comportò bene nei confronti dei familiari, aiutandoli finanziariamente.
Bel libro, meritorio, che fa luce - o almeno ci prova, per quanto sia possibile, a 35 anni di distanza - su un caso, abbastanza lampante, di mancata giustizia. (7 aprile 2019)

sabato 8 dicembre 2018

Franco Cardini, Breve storia di Firenze


Franco Cardini, Breve storia di Firenze, 2018, Pacini Editore, pp. 152

Intendiamoci: per esaurire la storia della città di Firenze servirebbero altro che le 130 paginette di questo smilzo volume edito da Pacini. Perfino il minuscolo comune dal quale scrive il sottoscritto ha preteso diversi volumi per la narrazione della sua storia, che peraltro è quasi millenaria. Figuriamoci una città conosciuta nel mondo per la sua cultura e che per un certo periodo ha costituito una delle maggiori potenze economiche a livello europeo.

Lo storico fiorentino Franco Cardini, comunque, riesce a compendiare in un numero ragionevole di pagine una storia che conta circa duemila anni. Lo storico ripercorre le ascese e le cadute di Firenze, annoverandone le figure gloriose, ma senza risparmiare critiche, anche acute, ma sempre ponderate, ai propri concittadini di ogni tempo. Cardini si toglie lo sfizio di rivisitare qualche personaggio secondo schemi che possono sorprendere (secondo quanto si legge in questo libello, per esempio, Lorenzo de' Medici sarebbe stato assai poco "magnifico"), ma senza trascurare alcuno degli episodi notevoli e delle figure storiche - sebbene, per ovvie ragioni di spazio e di tempo, in via di compendio - che hanno reso il capoluogo toscano, obiettivamente, una delle città più importanti nella storia d'Europa.

domenica 4 novembre 2018

Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Non c'è quasi mai niente di più serio delle cose comiche, soprattutto se si tratta di un poema eroicomico, genere letterario di cui il modenese Alessandro Tassoni (1565-1635) rivendicava di essere l'inventore. Sono infatti quattro secoli che la critica letteraria disquisisce con gran copia di libri della Secchia rapita, che evidentemente non è affatto ritenuta un'opera minore. Benché i testi critici sulla Secchia del Tassoni non siano numerosi come sull'Orlando furioso o sulla Gerusalemme liberata, si dibatte fin dai tempi della pubblicazione di questo poema eroicomico sulle incongruenze cronologiche alla sua base e sull'identificazione reale dei suoi personaggi, a cominciare dal celeberrimo antieroe il Conte di Culagna.
Uscito intorno alla quindicina del XVII secolo, La secchia rapita è un poema che ha la fondamentale caratteristica di essere molto divertente. Certo, non è fantasioso come l'Orlando furioso (e nemmeno come l'Orlando innamorato del Boiardo) né profondo come La Gerusalemme liberata, che sono i suoi due modelli più diretti, ma si deve riconoscere al suo autore una notevole maestria nel verseggiare ed anche nel prendere - e volgere a suo interesse - molti materiali diversi, dai tempi antichi di Omero a quelli più recenti. Con tutti questi modelli, tra i quali è da includere L'Eneide (e invece non il Morgante del Pulci, per niente apprezzato dal Nostro), il Tassoni costruisce un qualcosa di originale, affiancando ai personaggi di fantasia persone della sua epoca e gli antichi dei dell'Olimpo, come avveniva nell'Iliade.
E così la contesa tra modenesi e bolognesi per il furto di un comunissimo secchio da pozzo, sotto le spoglie di una contesa epica come quella di achei e troiani, diventa il pretesto per evidenziare "i difetti del secolo", ma anche per mettere alla berlina numerosi contemporanei dell'Autore, le cui identità restano mascherate sotto il nome di personaggi di per sé molto buffi, come il già citato Conte di Culagna o il Potta (crasi del termine potestà), gran condottiero dei modenesi.
Il conflitto si svolge in un'epoca imprecisata del medioevo, mischiando anche eventi reali accaduti in secoli differenti, con scontri avvenuti nel Trecento nei quali resta coinvolto anche Re Enzo - figlio di Federico II di Svevia - caduto in realtà prigioniero dei bolognesi alla metà del Duecento (battaglia di Fossalta, 1249).
Naturalmente il lettore di oggi non è capace di riconoscere i personaggi che nel Seicento dovevano risultare abbastanza noti, ma questo non diminuisce il divertimento né la comicità di certi episodi, come quello in cui il Conte di Culagna tenta di uccidere la moglie con quello che crede essere un veleno ed è invece una potente purga, con la donna che riesce a far ingurgitare la pozione proprio al marito, che poi ne subisce tutte le ridicole conseguenze.
La secchia rapita fa parte del favoloso patrimonio della Letteratura italiana, al pari di altre opere, da riscoprire ed apprezzare.

Lettura della «Secchia rapita», a cura di Davide Conrieri e Pasquale Guaragnella, Argo (2016)

venerdì 12 ottobre 2018

Garret Mattingly, L'invincibile Armada


Garrett Mattingly, L'invincibile Armada, Res Gestae, € 20,00

Per parlare di questo libro, a suo tempo consigliato da Alessandro Barbero in TV, bisogna ricordare innanzitutto che l'autore, Garrett Mattingly, è americano. Simpatizza per gli inglesi ma riesce a non ridicolizzare gli spagnoli. Casomai evidenzia un'empatia perfino eccessiva per le grandi personalità dell'epoca descritta, immedesimandosi nei rovelli politici di Filippo II di Spagna e nei dubbi morali (soprattutto in relazione alla condanna a morte della cugina Maria di Scozia) di Elisabetta d'Inghilterra, ma assolve anche il Duca di Medina Sidonia, capo dell'Armada, ed esalta il ruolo dell'ammiraglio inglese Howard e della sua punta di diamante Sir Francis Drake, il celebre corsaro.
Mattingly inserisce l'evento narrato - la catastrofica spedizione della invencible armada del 1588 - negli eventi europei della sua epoca, con frequenti puntate nella Francia del periodo della "guerra dei tre Enrichi" e, nel tracciare un bilancio finale della disfatta spagnola, ritiene di minimizzarne l'influenza sugli sviluppi successivi della Storia europea: quel che doveva succedere sarebbe comunque successo. È una conclusione sostanzialmente in linea con molta storiografia contemporanea relativa a famosi eventi storici, quelli che (non) hanno cambiato il mondo. (5 marzo 2018)

sabato 22 settembre 2018

Alberto Crespi, Storia d'Italia in 15 film


Alberto Crespi, Storia d'Italia in 15 film, Laterza (2016)

Quella di Alberto Crespi di raccontare la storia dell'Italia unita attraverso 15 film è un'idea indubbiamente vincente e interessante. Naturalmente la scelta dei film è, come sempre, discutibile, ma ha un senso logico, debitamente spiegato dall'autore capitolo per capitolo.
Ovviamente, i film di cui si parla non sono soltanto i 15 eponimi per il periodo o l'evento preso in considerazione. Solo per fare un esempio, il 1948 è raccontato attraverso Don Camillo (l'unico film diretto da uno straniero, il francese Duvivier), ma la saga del parroco di Brescello e del suo rivale comunista Peppone è analizzata nella sua interezza.
Il passare ed il cambiare del tempo sono segnalati dalla presenza di due di quelle che oggi chiameremmo serie televisive, il Sandokan del 1976 e Gomorra, datato quarant'anni dopo. Curiosamente, queste due serie sono dirette da un padre e un figlio, Sergio e Stefano Sollima, peraltro non due tra i maggiori autori del nostro cinema.
Questo di Crespi è un libro che vale la pena di leggere, anche per avere un approccio meno accademico alla storia del nostro paese, senza lasciarsi sfuggire i suoi momenti salienti, che purtroppo sono stati spesso tragici (guerre, dittature, attentati, repressioni poliziesche).
Di seguito i capitoli del libro.

1.      Risorgimento - 1860 (A. Blasetti)
2.      Guerra di Libia - Cabiria (G. Pastrone)
3.      Prima guerra mondiale - La grande guerra (M. Monicelli)
4.      Fascismo - Amarcord (F. Fellini)
5.      8 settembre - Tutti a casa (L. Comencini)
6.      Resistenza - Se sei vivo spara (G. Questi)
7.      Dopoguerra - C'eravamo tanto amati (E. Scola)
8.      '48 - Don Camillo (J. Duvivier)
9.      Boom - Il sorpasso (D. Risi)
10.  '68 - Sandokan (Se. Sollima)
11.  Da Piazza Fontana agli anni Settanta - Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (E. Petri)
12.  Il 1974 - Salò o le 120 giornate di Sodoma (P. P. Pasolini)
13.  Dal magico '89 al berlusconismo - Il caimano (N. Moretti)
14.  Il Duemila - Diaz (D. Vicari)
15.  2016 e oltre - Gomorra - La serie (St. Sollima)
(20 ottobre 2017)