mercoledì 25 agosto 2021
domenica 7 marzo 2021
Giorgio Puia
In questi giorni su Facebook circola una di quelle “catene” per cui un utente pubblica un'immagine, chiedendo ad uno dei suoi amici di fare altrettanto, senza accompagnare quell'immagine con un testo, senza dare alcuna spiegazione oltre quella contenuta nella presentazione. Altre volte erano state le copertine di un disco o di un libro, questa volta è l'immagine di un calciatore che ha condizionato il sentimento dell'utente “nominato” verso il mondo del calcio.
Voglio provare a farlo anch'io qui, però fornendo qualche parola di spiegazione.
Giorgio Puia
(Gorizia, 8/3/1938). Può sorprendere che uno juventino inizi la
lista dei calciatori più influenti della vita con un difensore del
Torino, la rivale cittadina. La casualità del tifo, peraltro, è
stata ben raccontata da Nick Hornby in Febbre a 90°:
se avessi potuto scegliere a 14 anni (o più tardi), difficilmente,
penso, avrei scelto la Juve. Probabilmente avrei optato per una
squadra toscana o per una qualsiasi outsider (escluderei una
milanese, perché non ho mai nutrito simpatia molta per il capoluogo
lombardo) e mi sarei forse unito alla moltitudine rancorosa che
regolarmente evidenzia i favoritismi veri o presunti per la Juve.
Quella di Giorgio Puia, credo, è stata la prima figurina che
mi è capitata tra le mani. Non sapevo ancora leggere e per la
verità il ricordo di quella figurina mi è stato tramandato negli
anni più dalla mia mamma e dalla mia nonna che dalla mia stessa
memoria. Gioggiopuia (come lo pronunciavo secondo i racconti
familiari), calciatore del Toro – la squadra dal grande cuore –
mi ricorda da sempre che, accanto alla grande tecnica dei miei eroi
bianconeri, sul campo servono anche il carattere, la grinta, la
voglia di vincere.
sabato 30 novembre 2019
Tommaso Labranca, "Progetto Elvira"
Tommaso Labranca, "Progetto Elvira", ed. 20090, 2013
Labranca ci fa notare altri mille particolari
significativi per inquadrare un'epoca, un modo di pensare, un momento e un
luogo (il boom economico là dove inizia e dove più prospera) della storia
italiana. Lo scrittore, con minuzia ma senza pedanteria, smonta le sequenze, le
rimette in ordine cronologico laddove non lo sono, legge i giornali sfogliati
dai personaggi e commenta le notizie su di essi riportate, analizza i vestiti
indossati, le automobili guidate, le sigarette fumate e i quadri appesi alle
pareti, per ricavarne elementi del carattere delle varie figure che si muovono
nel film. Film che potrà anche essere squilibrato nella sua struttura, come
diversi critici non hanno mancato di far notare, ma che conserva intatto tutto
il proprio fascino satirico (nel vero senso della parola), anche quando, nel
finale, prova a diventare meccanismo ad orologeria. Ed è interessante notare
che, al pari di un altro film della stessa epoca (I soliti ignoti di Monicelli),
il perfetto meccanismo escogitato dal protagonista fallisce perché è lasciato
alla realizzazione di quattro incapaci, il Nardi stesso e i tre pasticcioni di
cui si è circondato il medesimo megalomane protagonista: lo zio, il marchese
Stucchi e il tecnico tedesco Fritzmayer. Questo di Labranca è un libro intelligente (che si apprezza anche nei punti
in cui non si è d'accordo con l'autore), perché fornisce una miriade di spunti di
riflessione e di motivi per rivedere ancora una volta ed apprezzare di nuovo il
film di Risi con le disavventure del
cretinetti per antonomasia.
Questo libro di Tommaso Labranca, scrittore milanese tropo
presto scomparso (nel 2016), è un atto d'amore. Un atto d'amore verso un film,
il suo film preferito, il film che ha visto più volte nella sua vita. Il film
in questione è la commedia Il vedovo
(1959) di Dino Risi, con Alberto Sordi e Franca Valeri, al proposito del quale devo dire di non avere mai
incontrato nessuno che non lo conoscesse.
Prima di scrivere
questo libro, Labranca ha rivisto il
film ancora diverse volte, o meglio, lo ha dissezionato, come ammette nel
sottotitolo "Dissezionando Il vedovo",
visionandolo fotogramma per fotogramma. In questo modo, lo scrittore - che non
è un critico cinematografico di professione né aspira ad esserlo - analizza per
il lettore il contesto nel quale il film fu realizzato ed in cui fu visto nelle
sale cinematografiche. Dalla prima sequenza, ambientata ai piedi della Torre
Velasca di Milano fino all'ultima che ha luogo durante il funerale del
protagonista, lo scrittore rivela riferimenti culturali e cronachistici dei
momenti più ricordati e mette in risalto i particolari meno noti. Tutti, per
esempio, ci ricordiamo dell'appellativo con il quale l'Elvira si rivolge al
marito («cretinetti!»), ma non tutti ricordano o sanno che la figura di questo
spiantato industriale romano trasferitosi a Milano era ispirata a Giovanni
Fenaroli, protagonista all'epoca di un celebre caso di cronaca nera.
A me, del Vedovo, erano sempre rimasti in mente la
sequenza della veglia funebre nel casale di campagna, con la vecchietta seduta che
ad ogni passaggio di Alberto Sordi
mormora «era tanto bbuona!» e la frase finale della moglie rediviva «cosa fai,
cretinetti, parli da solo?», nonché lo schiaffo di rabbia e frustrazione
affibbiato dal protagonista all'allampanato giovanotto accompagnato dalla madre
alla festa per il ritorno dell'Elvira.
![]() |
| Tommaso Labranca (1962-2016) |
![]() |
| Una scena del film "Il vedovo" |
venerdì 2 agosto 2019
Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016
Sergio Arangino -
Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016.
Quando ci si appassiona
alla Storia e si comincia a leggere libri che ne parlano, è difficile smettere,
perché in ogni libro che espone un singolo argomento spuntano una miriade di
altre storie che valgono la pena di essere approfondite. È un fenomeno per così
dire di assuefazione, che capita molto spesso ad ogni vero appassionato di
Storia. Negli ultimi tempi, mi è successo leggendo i libri della professoressa Elena Bonora, una studiosa che sa
rendere interessantissima la materia del proprio approfondimento, al pari di
altri grandi storici che si sono assunti l'onere di divulgare attraverso i libri
le proprie conoscenze, primo fra tutti per comunicativa e simpatia il professor
Alessandro Barbero. Di Elena Bonora ho recentemente letto due
libri - che consiglio caldamente -: il primo, intitolato Aspettando l'imperatore, riguarda eminenti personaggi
ecclesiastici che, poco prima della metà del Cinquecento, nella contesa tra
l'imperatore Carlo V e il papa Paolo III Farnese, parteggiavano nettamente per
il primo, più aperto (come loro) ad istanze di innovazione della Chiesa che, in
quel di Trento, stava dibattendo su come reagire alla Riforma Protestante.
Questo libro si incentrava in particolare sulle figure di due cardinali
italiani che avevano incarnato queste loro speranze in Carlo V, il
"Cardinale di Ravenna" Benedetto Accolti e il cardinale mantovano
Ercole Gonzaga. Il secondo libro della Bonora
che ho letto negli ultimi tempi si intitola Roma
1564. La congiura contro il papa e parla di un piano, sventato appena in
tempo, per uccidere il papa Pio IV. Al centro di questa congiura c'era un
cugino del Cardinale di Ravenna (che era morto a Firenze nel 1549), anch'egli
di nome Benedetto Accolti, il quale, riconosciuto colpevole dell'attentato al
papa (ed anche eretico), fu giustiziato a Roma all'inizio del 1565. Questo
secondo Benedetto Accolti, del quale la Bonora ripercorre l'intera
interessantissima vita, aveva in gioventù studiato all'Università di Pisa, dove
era stato compagno di studi del brillantissimo giovane sardo Sigismondo Arquer,
laureatosi in utroque iure presso
l'ateneo pisano e subito dopo in teologia all'Università di Siena. Nel saggio
di Elena Bonora si accenna a questo
personaggio, dicendo che fu condannato al rogo dall'Inquisizione spagnola, per
ipotizzare che ai tempi della comune frequentazione pisana anche Benedetto
Accolti fosse entrato in contatto, in concomitanza con l'Arquer, con idee
ereticali, in particolare attraverso il testo che è un po' la matrice del
pensiero riformato in Italia, ovvero Il
Beneficio di Cristo.
Su Sigismondo Arquer esiste
una buona bibliografia, al culmine della quale arriva questo volume dello
storico sardo Sergio Arangino,
inevitabilmente colpito dalla figura del suo conterraneo, arso sul rogo a
Toledo nel 1571, all'età di 41 anni, dopo ben otto anni di prigionia nelle
carceri dell'Inquisizione spagnola. Discendente da una famiglia di alti
funzionari della corona spagnola che all'epoca dominava la Sardegna, l'Arquer,
laureatosi giovanissimo in discipline giuridiche, aveva ottenuto ben presto
dalla monarchia spagnola importanti incarichi pubblici. Dopo che già suo padre
si era trovato invischiato nelle lotte di potere che si svolgevano senza sosta
sull'isola, anche lo stesso Sigismondo rimase coinvolto in queste beghe, pur
senza perdere mai il favore del Re di Spagna Filippo II, che il giovane
giurista sardo aveva conosciuto di persona durante un soggiorno del monarca a
Bruxelles, quando era ancora principe ereditario. Proprio durante il viaggio
per raggiungere la corte di Bruxelles, l'Arquer soggiornò per qualche tempo
nella città riformata di Basilea, dove collaborò con l'umanista protestante
Sebastian Münster, contribuendo con una sua storia della Sardegna all'opera
cosmografica dell'intellettuale tedesco. In quest'opera, peraltro, Sigismondo
esprimeva un giudizio molto duro sul clero sardo, descrivendolo come
maggiormente intento a fare figli con le concubine che non ad istruirsi in
materia dottrinaria. Oltre tutto l'Arquer aveva conosciuto in Sardegna il
nobile spagnolo Gaspar de Centelles, che in Spagna sarà al centro di una
conventicola di eretici e con il quale Sigismondo intratterrà una fitta
corrispondenza ad oggetto teologico. Questi elementi biografici sono quelli che
porteranno l'Arquer fino al rogo di Toledo, in quanto saranno i suoi nemici
sardi a denunciarlo e saranno otto delle lettere che aveva scritto al Centelles
a perderlo. Anche quest'ultimo, infatti, era stato arrestato dall'Inquisizione
spagnola e giustiziato per eresia. Dunque, le lettere di un sospetto di eresia
scritte ad un eretico condannato risultano ampiamente compromettenti per
l'Arquer, considerando, soprattutto, che durante il suo processo, durato otto
anni, muore l'avvocato difensore, mentre il teologo di fiducia, nominato dallo
stesso Sigismondo, nel segreto delle sedute processuali, inizia a remare contro
l'imputato, qualificando come eretiche molte delle proposizioni contenute nelle
lettere dell'imputato. Tanto che se l'Arquer fu l'uomo che sfidò l'Inquisizione
spagnola, non soltanto perse la sua battaglia, ma non fu nemmeno in grado di
poter competere alla pari.
Elena Bonora,
Aspettando l'imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V, Einaudi, 2014
Elena Bonora, Roma
1564. La congiura contro il papa, Laterza, 2011
lunedì 27 maggio 2019
sabato 27 aprile 2019
Non ero Paolo Rossi - Enzo Scaini, la morte misteriosa di un calciatore dimenticato
Giampiero De Andreis - Emanuele Gatto, Non ero Paolo Rossi - Enzo Scaini, la morte misteriosa di un calciatore dimenticato, (Ed. Eraclea), 2018.
Chi
era Enzo Scaini? Questo nome mi
riporta ai tempi in cui collezionavo le figurine Panini dei calciatori: mi
torna in mente un calciatore baffuto con la maglia biancorossa, probabilmente
quella del Monza o quella del Perugia, società nelle quali Scaini ha militato durante la sua carriera. Queste figurine sono
peraltro riportate nell'apparato iconografico del libro in questione. Enzo Scaini era una figurina piccola,
di quelle dedicate alle squadre di Serie B, perché lui, purtroppo, a giocare in
Serie A non è mai arrivato. Io non sapevo neanche che fosse morto, in
circostanze mai del tutto chiarite, ad appena 27 anni, nel gennaio del 1983.
Scaini, nato in un paesino del Friuli
nel 1955, già da bambino aveva mostrato le proprie doti da calciatore, fino ad
essere inserito, ben presto, nel settore giovanile del Torino, società che lo
aveva mandato a farsi le ossa in alcune squadre della provincia. Dopo le prima
esperienze a Canelli, Scaini diventa
un idolo della tifoseria del Sant'Angelo Lodigiano, dove viene notato
dall'ambizioso Monza di fine anni Settanta e va a giocare in Brianza, sfiorando
più volte, senza mai ottenerla, la promozione in Serie A. Le tappe successive
della carriera di Scaini sono
Campobasso in Serie C1, poi Verona e Perugia in B, dove vengono nuovamente
frustrate le speranze di arrivare nella massima serie, fino all'approdo finale,
ancora in C1, a Vicenza. Problemi al ginocchio, prima a Perugia e poi a
Vicenza, spingono il calciatore a farsi operare, per due volte, dal professor Lamberto Perugia, uno dei migliori
ortopedici sportivi degli anni Ottanta.
Il
luminare dell'ortopedia del ginocchio opera Scaini la mattina del 21 gennaio 1983 e pochi minuti dopo la fine
dell'operazione, intorno alle 10, il calciatore muore nella sua stanza della
clinica Villa Bianca di Roma.
Senza
raccontare i dettagli esposti nel libro, dico solo che il processo penale, che
avrebbe dovuto fare luce sulla morte di un atleta di 27 anni, sposato, padre di
due bambini, si conclude con l'assoluzione, arrivata dopo più di cinque anni
dal fatto, di tutti gli imputati.
E
quando la vedova di Scaini domanda
all'avvocato Campana, presidente
dell'Associazione Italiana Calciatori che tutelava in giudizio la famiglia del
giovane, il perché di tanti ritardi nel processo e dei silenzi dei giornali
(sportivi), si sente rispondere che suo marito «non era Paolo Rossi». La moglie
del calciatore racconta peraltro questo episodio senza alcuna punta di rancore nei
confronti del presidente dell'AIC, il quale si comportò bene nei confronti dei
familiari, aiutandoli finanziariamente.
Bel libro, meritorio,
che fa luce - o almeno ci prova, per quanto sia possibile, a 35 anni di
distanza - su un caso, abbastanza lampante, di mancata giustizia. (7 aprile
2019)
sabato 8 dicembre 2018
Franco Cardini, Breve storia di Firenze
Franco Cardini, Breve
storia di Firenze, 2018, Pacini Editore, pp. 152
Intendiamoci: per
esaurire la storia della città di Firenze servirebbero altro che le 130
paginette di questo smilzo volume edito da Pacini. Perfino il minuscolo comune dal
quale scrive il sottoscritto ha preteso diversi volumi per la narrazione della
sua storia, che peraltro è quasi millenaria. Figuriamoci una città conosciuta
nel mondo per la sua cultura e che per un certo periodo ha costituito una delle
maggiori potenze economiche a livello europeo.
Lo storico fiorentino Franco Cardini, comunque, riesce a compendiare
in un numero ragionevole di pagine una storia che conta circa duemila anni. Lo
storico ripercorre le ascese e le cadute di Firenze, annoverandone le figure
gloriose, ma senza risparmiare critiche, anche acute, ma sempre ponderate, ai
propri concittadini di ogni tempo. Cardini
si toglie lo sfizio di rivisitare qualche personaggio secondo schemi che
possono sorprendere (secondo quanto si legge in questo libello, per esempio,
Lorenzo de' Medici sarebbe stato assai poco "magnifico"), ma senza
trascurare alcuno degli episodi notevoli e delle figure storiche - sebbene, per
ovvie ragioni di spazio e di tempo, in via di compendio - che hanno reso il
capoluogo toscano, obiettivamente, una delle città più importanti nella storia
d'Europa.
domenica 4 novembre 2018
Alessandro Tassoni, La secchia rapita
Alessandro Tassoni, La
secchia rapita
Non c'è quasi mai niente
di più serio delle cose comiche, soprattutto se si tratta di un poema
eroicomico, genere letterario di cui il modenese Alessandro Tassoni (1565-1635) rivendicava di essere l'inventore.
Sono infatti quattro secoli che la critica letteraria disquisisce con gran
copia di libri della Secchia rapita,
che evidentemente non è affatto ritenuta un'opera minore. Benché i testi
critici sulla Secchia del Tassoni non siano numerosi come sull'Orlando furioso o sulla Gerusalemme liberata, si dibatte fin dai
tempi della pubblicazione di questo poema eroicomico sulle incongruenze
cronologiche alla sua base e sull'identificazione reale dei suoi personaggi, a
cominciare dal celeberrimo antieroe il Conte di Culagna.
Uscito intorno alla
quindicina del XVII secolo, La secchia
rapita è un poema che ha la fondamentale caratteristica di essere molto
divertente. Certo, non è fantasioso come l'Orlando
furioso (e nemmeno come l'Orlando
innamorato del Boiardo) né
profondo come La Gerusalemme liberata,
che sono i suoi due modelli più diretti, ma si deve riconoscere al suo autore
una notevole maestria nel verseggiare ed anche nel prendere - e volgere a suo
interesse - molti materiali diversi, dai tempi antichi di Omero a quelli più recenti. Con tutti questi modelli, tra i quali è
da includere L'Eneide (e invece non
il Morgante del Pulci, per niente apprezzato dal Nostro), il Tassoni costruisce un qualcosa di originale, affiancando ai
personaggi di fantasia persone della sua epoca e gli antichi dei dell'Olimpo,
come avveniva nell'Iliade.
E così la contesa tra
modenesi e bolognesi per il furto di un comunissimo secchio da pozzo, sotto le
spoglie di una contesa epica come quella di achei e troiani, diventa il
pretesto per evidenziare "i difetti del secolo", ma anche per mettere
alla berlina numerosi contemporanei dell'Autore, le cui identità restano
mascherate sotto il nome di personaggi di per sé molto buffi, come il già
citato Conte di Culagna o il Potta (crasi del termine potestà), gran
condottiero dei modenesi.
Il conflitto si svolge
in un'epoca imprecisata del medioevo, mischiando anche eventi reali accaduti in
secoli differenti, con scontri avvenuti nel Trecento nei quali resta coinvolto
anche Re Enzo - figlio di Federico II di Svevia - caduto in realtà prigioniero
dei bolognesi alla metà del Duecento (battaglia di Fossalta, 1249).
Naturalmente il lettore
di oggi non è capace di riconoscere i personaggi che nel Seicento dovevano
risultare abbastanza noti, ma questo non diminuisce il divertimento né la comicità
di certi episodi, come quello in cui il Conte di Culagna tenta di uccidere la
moglie con quello che crede essere un veleno ed è invece una potente purga, con
la donna che riesce a far ingurgitare la pozione proprio al marito, che poi ne
subisce tutte le ridicole conseguenze.
La secchia rapita fa
parte del favoloso patrimonio della Letteratura italiana, al pari di altre
opere, da riscoprire ed apprezzare.
Lettura della «Secchia
rapita», a cura di Davide Conrieri e Pasquale Guaragnella, Argo (2016)
venerdì 12 ottobre 2018
Garret Mattingly, L'invincibile Armada
Garrett Mattingly, L'invincibile Armada, Res Gestae, € 20,00
Per parlare di questo
libro, a suo tempo consigliato da Alessandro
Barbero in TV, bisogna ricordare innanzitutto che l'autore, Garrett Mattingly, è americano.
Simpatizza per gli inglesi ma riesce a non ridicolizzare gli spagnoli. Casomai
evidenzia un'empatia perfino eccessiva per le grandi personalità dell'epoca
descritta, immedesimandosi nei rovelli politici di Filippo II di Spagna e nei
dubbi morali (soprattutto in relazione alla condanna a morte della cugina Maria
di Scozia) di Elisabetta d'Inghilterra, ma assolve anche il Duca di Medina
Sidonia, capo dell'Armada, ed esalta il ruolo dell'ammiraglio inglese Howard e
della sua punta di diamante Sir Francis Drake, il celebre corsaro.
Mattingly
inserisce l'evento narrato - la catastrofica spedizione della invencible armada del 1588 - negli
eventi europei della sua epoca, con frequenti puntate nella Francia del periodo
della "guerra dei tre Enrichi" e, nel tracciare un bilancio finale
della disfatta spagnola, ritiene di minimizzarne l'influenza sugli sviluppi
successivi della Storia europea: quel che doveva succedere sarebbe comunque
successo. È una conclusione sostanzialmente in linea con molta storiografia
contemporanea relativa a famosi eventi storici, quelli che (non) hanno cambiato
il mondo. (5 marzo 2018)
sabato 22 settembre 2018
Alberto Crespi, Storia d'Italia in 15 film
Alberto Crespi, Storia
d'Italia in 15 film, Laterza (2016)
Quella di Alberto Crespi di raccontare la storia
dell'Italia unita attraverso 15 film è un'idea indubbiamente vincente e
interessante. Naturalmente la scelta dei film è, come sempre, discutibile, ma
ha un senso logico, debitamente spiegato dall'autore capitolo per capitolo.
Ovviamente, i film di
cui si parla non sono soltanto i 15 eponimi per il periodo o l'evento preso in
considerazione. Solo per fare un esempio, il 1948 è raccontato attraverso Don Camillo (l'unico film diretto da uno
straniero, il francese Duvivier), ma
la saga del parroco di Brescello e del suo rivale comunista Peppone è
analizzata nella sua interezza.
Il passare ed il
cambiare del tempo sono segnalati dalla presenza di due di quelle che oggi
chiameremmo serie televisive, il Sandokan
del 1976 e Gomorra, datato
quarant'anni dopo. Curiosamente, queste due serie sono dirette da un padre e un
figlio, Sergio e Stefano Sollima,
peraltro non due tra i maggiori autori del nostro cinema.
Questo di Crespi è un libro che vale la pena di
leggere, anche per avere un approccio meno accademico alla storia del nostro
paese, senza lasciarsi sfuggire i suoi momenti salienti, che purtroppo sono
stati spesso tragici (guerre, dittature, attentati, repressioni poliziesche).
Di seguito i capitoli
del libro.
1.
Risorgimento - 1860 (A. Blasetti)
2.
Guerra di Libia - Cabiria (G. Pastrone)
3.
Prima guerra mondiale - La grande guerra (M. Monicelli)
4.
Fascismo - Amarcord (F. Fellini)
5.
8 settembre - Tutti a casa (L. Comencini)
6.
Resistenza - Se sei vivo spara (G. Questi)
7.
Dopoguerra - C'eravamo tanto amati (E. Scola)
8.
'48 - Don Camillo (J. Duvivier)
9.
Boom - Il sorpasso (D. Risi)
10.
'68 - Sandokan (Se. Sollima)
11.
Da Piazza Fontana agli anni Settanta - Indagine su un cittadino al di sopra di ogni
sospetto (E. Petri)
12.
Il 1974 - Salò o le 120 giornate di Sodoma (P. P. Pasolini)
13.
Dal magico '89 al berlusconismo - Il caimano (N. Moretti)
14.
Il Duemila - Diaz (D. Vicari)
15.
2016 e oltre - Gomorra - La serie (St. Sollima)
(20 ottobre
2017)
Iscriviti a:
Post (Atom)










