sabato 30 novembre 2019

Tommaso Labranca, "Progetto Elvira"

Tommaso Labranca, "Progetto Elvira", ed. 20090, 2013

Questo libro di Tommaso Labranca, scrittore milanese tropo presto scomparso (nel 2016), è un atto d'amore. Un atto d'amore verso un film, il suo film preferito, il film che ha visto più volte nella sua vita. Il film in questione è la commedia Il vedovo (1959) di Dino Risi, con Alberto Sordi e Franca Valeri, al proposito del quale devo dire di non avere mai incontrato nessuno che non lo conoscesse.
Prima di scrivere questo libro, Labranca ha rivisto il film ancora diverse volte, o meglio, lo ha dissezionato, come ammette nel sottotitolo "Dissezionando Il vedovo", visionandolo fotogramma per fotogramma. In questo modo, lo scrittore - che non è un critico cinematografico di professione né aspira ad esserlo - analizza per il lettore il contesto nel quale il film fu realizzato ed in cui fu visto nelle sale cinematografiche. Dalla prima sequenza, ambientata ai piedi della Torre Velasca di Milano fino all'ultima che ha luogo durante il funerale del protagonista, lo scrittore rivela riferimenti culturali e cronachistici dei momenti più ricordati e mette in risalto i particolari meno noti. Tutti, per esempio, ci ricordiamo dell'appellativo con il quale l'Elvira si rivolge al marito («cretinetti!»), ma non tutti ricordano o sanno che la figura di questo spiantato industriale romano trasferitosi a Milano era ispirata a Giovanni Fenaroli, protagonista all'epoca di un celebre caso di cronaca nera.
A me, del Vedovo, erano sempre rimasti in mente la sequenza della veglia funebre nel casale di campagna, con la vecchietta seduta che ad ogni passaggio di Alberto Sordi mormora «era tanto bbuona!» e la frase finale della moglie rediviva «cosa fai, cretinetti, parli da solo?», nonché lo schiaffo di rabbia e frustrazione affibbiato dal protagonista all'allampanato giovanotto accompagnato dalla madre alla festa per il ritorno dell'Elvira.
Tommaso Labranca (1962-2016)
Labranca ci fa notare altri mille particolari significativi per inquadrare un'epoca, un modo di pensare, un momento e un luogo (il boom economico là dove inizia e dove più prospera) della storia italiana. Lo scrittore, con minuzia ma senza pedanteria, smonta le sequenze, le rimette in ordine cronologico laddove non lo sono, legge i giornali sfogliati dai personaggi e commenta le notizie su di essi riportate, analizza i vestiti indossati, le automobili guidate, le sigarette fumate e i quadri appesi alle pareti, per ricavarne elementi del carattere delle varie figure che si muovono nel film. Film che potrà anche essere squilibrato nella sua struttura, come diversi critici non hanno mancato di far notare, ma che conserva intatto tutto il proprio fascino satirico (nel vero senso della parola), anche quando, nel finale, prova a diventare meccanismo ad orologeria. Ed è interessante notare che, al pari di un altro film della stessa epoca (I soliti ignoti di Monicelli), il perfetto meccanismo escogitato dal protagonista fallisce perché è lasciato alla realizzazione di quattro incapaci, il Nardi stesso e i tre pasticcioni di cui si è circondato il medesimo megalomane protagonista: lo zio, il marchese Stucchi e il tecnico tedesco Fritzmayer. Questo di Labranca è un libro intelligente (che si apprezza anche nei punti in cui non si è d'accordo con l'autore), perché fornisce una miriade di spunti di riflessione e di motivi per rivedere ancora una volta ed apprezzare di nuovo il film di Risi con le disavventure del cretinetti per antonomasia.

Una scena del film "Il vedovo"

venerdì 2 agosto 2019

Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016


Sergio Arangino - Sigismondo Arquer. L'uomo che sfidò l'Inquisizione Spagnola, Arkadia, 2016.

Quando ci si appassiona alla Storia e si comincia a leggere libri che ne parlano, è difficile smettere, perché in ogni libro che espone un singolo argomento spuntano una miriade di altre storie che valgono la pena di essere approfondite. È un fenomeno per così dire di assuefazione, che capita molto spesso ad ogni vero appassionato di Storia. Negli ultimi tempi, mi è successo leggendo i libri della professoressa Elena Bonora, una studiosa che sa rendere interessantissima la materia del proprio approfondimento, al pari di altri grandi storici che si sono assunti l'onere di divulgare attraverso i libri le proprie conoscenze, primo fra tutti per comunicativa e simpatia il professor Alessandro Barbero. Di Elena Bonora ho recentemente letto due libri - che consiglio caldamente -: il primo, intitolato Aspettando l'imperatore, riguarda eminenti personaggi ecclesiastici che, poco prima della metà del Cinquecento, nella contesa tra l'imperatore Carlo V e il papa Paolo III Farnese, parteggiavano nettamente per il primo, più aperto (come loro) ad istanze di innovazione della Chiesa che, in quel di Trento, stava dibattendo su come reagire alla Riforma Protestante. Questo libro si incentrava in particolare sulle figure di due cardinali italiani che avevano incarnato queste loro speranze in Carlo V, il "Cardinale di Ravenna" Benedetto Accolti e il cardinale mantovano Ercole Gonzaga. Il secondo libro della Bonora che ho letto negli ultimi tempi si intitola Roma 1564. La congiura contro il papa e parla di un piano, sventato appena in tempo, per uccidere il papa Pio IV. Al centro di questa congiura c'era un cugino del Cardinale di Ravenna (che era morto a Firenze nel 1549), anch'egli di nome Benedetto Accolti, il quale, riconosciuto colpevole dell'attentato al papa (ed anche eretico), fu giustiziato a Roma all'inizio del 1565. Questo secondo Benedetto Accolti, del quale la Bonora ripercorre l'intera interessantissima vita, aveva in gioventù studiato all'Università di Pisa, dove era stato compagno di studi del brillantissimo giovane sardo Sigismondo Arquer, laureatosi in utroque iure presso l'ateneo pisano e subito dopo in teologia all'Università di Siena. Nel saggio di Elena Bonora si accenna a questo personaggio, dicendo che fu condannato al rogo dall'Inquisizione spagnola, per ipotizzare che ai tempi della comune frequentazione pisana anche Benedetto Accolti fosse entrato in contatto, in concomitanza con l'Arquer, con idee ereticali, in particolare attraverso il testo che è un po' la matrice del pensiero riformato in Italia, ovvero Il Beneficio di Cristo.
Su Sigismondo Arquer esiste una buona bibliografia, al culmine della quale arriva questo volume dello storico sardo Sergio Arangino, inevitabilmente colpito dalla figura del suo conterraneo, arso sul rogo a Toledo nel 1571, all'età di 41 anni, dopo ben otto anni di prigionia nelle carceri dell'Inquisizione spagnola. Discendente da una famiglia di alti funzionari della corona spagnola che all'epoca dominava la Sardegna, l'Arquer, laureatosi giovanissimo in discipline giuridiche, aveva ottenuto ben presto dalla monarchia spagnola importanti incarichi pubblici. Dopo che già suo padre si era trovato invischiato nelle lotte di potere che si svolgevano senza sosta sull'isola, anche lo stesso Sigismondo rimase coinvolto in queste beghe, pur senza perdere mai il favore del Re di Spagna Filippo II, che il giovane giurista sardo aveva conosciuto di persona durante un soggiorno del monarca a Bruxelles, quando era ancora principe ereditario. Proprio durante il viaggio per raggiungere la corte di Bruxelles, l'Arquer soggiornò per qualche tempo nella città riformata di Basilea, dove collaborò con l'umanista protestante Sebastian Münster, contribuendo con una sua storia della Sardegna all'opera cosmografica dell'intellettuale tedesco. In quest'opera, peraltro, Sigismondo esprimeva un giudizio molto duro sul clero sardo, descrivendolo come maggiormente intento a fare figli con le concubine che non ad istruirsi in materia dottrinaria. Oltre tutto l'Arquer aveva conosciuto in Sardegna il nobile spagnolo Gaspar de Centelles, che in Spagna sarà al centro di una conventicola di eretici e con il quale Sigismondo intratterrà una fitta corrispondenza ad oggetto teologico. Questi elementi biografici sono quelli che porteranno l'Arquer fino al rogo di Toledo, in quanto saranno i suoi nemici sardi a denunciarlo e saranno otto delle lettere che aveva scritto al Centelles a perderlo. Anche quest'ultimo, infatti, era stato arrestato dall'Inquisizione spagnola e giustiziato per eresia. Dunque, le lettere di un sospetto di eresia scritte ad un eretico condannato risultano ampiamente compromettenti per l'Arquer, considerando, soprattutto, che durante il suo processo, durato otto anni, muore l'avvocato difensore, mentre il teologo di fiducia, nominato dallo stesso Sigismondo, nel segreto delle sedute processuali, inizia a remare contro l'imputato, qualificando come eretiche molte delle proposizioni contenute nelle lettere dell'imputato. Tanto che se l'Arquer fu l'uomo che sfidò l'Inquisizione spagnola, non soltanto perse la sua battaglia, ma non fu nemmeno in grado di poter competere alla pari.

Elena Bonora, Aspettando l'imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V, Einaudi, 2014
Elena Bonora, Roma 1564. La congiura contro il papa, Laterza, 2011

sabato 27 aprile 2019

Non ero Paolo Rossi - Enzo Scaini, la morte misteriosa di un calciatore dimenticato

Giampiero De Andreis - Emanuele Gatto, Non ero Paolo Rossi - Enzo Scaini, la morte misteriosa di un calciatore dimenticato, (Ed. Eraclea), 2018.

Chi era Enzo Scaini? Questo nome mi riporta ai tempi in cui collezionavo le figurine Panini dei calciatori: mi torna in mente un calciatore baffuto con la maglia biancorossa, probabilmente quella del Monza o quella del Perugia, società nelle quali Scaini ha militato durante la sua carriera. Queste figurine sono peraltro riportate nell'apparato iconografico del libro in questione. Enzo Scaini era una figurina piccola, di quelle dedicate alle squadre di Serie B, perché lui, purtroppo, a giocare in Serie A non è mai arrivato. Io non sapevo neanche che fosse morto, in circostanze mai del tutto chiarite, ad appena 27 anni, nel gennaio del 1983.

Scaini, nato in un paesino del Friuli nel 1955, già da bambino aveva mostrato le proprie doti da calciatore, fino ad essere inserito, ben presto, nel settore giovanile del Torino, società che lo aveva mandato a farsi le ossa in alcune squadre della provincia. Dopo le prima esperienze a Canelli, Scaini diventa un idolo della tifoseria del Sant'Angelo Lodigiano, dove viene notato dall'ambizioso Monza di fine anni Settanta e va a giocare in Brianza, sfiorando più volte, senza mai ottenerla, la promozione in Serie A. Le tappe successive della carriera di Scaini sono Campobasso in Serie C1, poi Verona e Perugia in B, dove vengono nuovamente frustrate le speranze di arrivare nella massima serie, fino all'approdo finale, ancora in C1, a Vicenza. Problemi al ginocchio, prima a Perugia e poi a Vicenza, spingono il calciatore a farsi operare, per due volte, dal professor Lamberto Perugia, uno dei migliori ortopedici sportivi degli anni Ottanta.
Il luminare dell'ortopedia del ginocchio opera Scaini la mattina del 21 gennaio 1983 e pochi minuti dopo la fine dell'operazione, intorno alle 10, il calciatore muore nella sua stanza della clinica Villa Bianca di Roma.
Senza raccontare i dettagli esposti nel libro, dico solo che il processo penale, che avrebbe dovuto fare luce sulla morte di un atleta di 27 anni, sposato, padre di due bambini, si conclude con l'assoluzione, arrivata dopo più di cinque anni dal fatto, di tutti gli imputati.
E quando la vedova di Scaini domanda all'avvocato Campana, presidente dell'Associazione Italiana Calciatori che tutelava in giudizio la famiglia del giovane, il perché di tanti ritardi nel processo e dei silenzi dei giornali (sportivi), si sente rispondere che suo marito «non era Paolo Rossi». La moglie del calciatore racconta peraltro questo episodio senza alcuna punta di rancore nei confronti del presidente dell'AIC, il quale si comportò bene nei confronti dei familiari, aiutandoli finanziariamente.
Bel libro, meritorio, che fa luce - o almeno ci prova, per quanto sia possibile, a 35 anni di distanza - su un caso, abbastanza lampante, di mancata giustizia. (7 aprile 2019)

sabato 8 dicembre 2018

Franco Cardini, Breve storia di Firenze


Franco Cardini, Breve storia di Firenze, 2018, Pacini Editore, pp. 152

Intendiamoci: per esaurire la storia della città di Firenze servirebbero altro che le 130 paginette di questo smilzo volume edito da Pacini. Perfino il minuscolo comune dal quale scrive il sottoscritto ha preteso diversi volumi per la narrazione della sua storia, che peraltro è quasi millenaria. Figuriamoci una città conosciuta nel mondo per la sua cultura e che per un certo periodo ha costituito una delle maggiori potenze economiche a livello europeo.

Lo storico fiorentino Franco Cardini, comunque, riesce a compendiare in un numero ragionevole di pagine una storia che conta circa duemila anni. Lo storico ripercorre le ascese e le cadute di Firenze, annoverandone le figure gloriose, ma senza risparmiare critiche, anche acute, ma sempre ponderate, ai propri concittadini di ogni tempo. Cardini si toglie lo sfizio di rivisitare qualche personaggio secondo schemi che possono sorprendere (secondo quanto si legge in questo libello, per esempio, Lorenzo de' Medici sarebbe stato assai poco "magnifico"), ma senza trascurare alcuno degli episodi notevoli e delle figure storiche - sebbene, per ovvie ragioni di spazio e di tempo, in via di compendio - che hanno reso il capoluogo toscano, obiettivamente, una delle città più importanti nella storia d'Europa.

domenica 4 novembre 2018

Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Non c'è quasi mai niente di più serio delle cose comiche, soprattutto se si tratta di un poema eroicomico, genere letterario di cui il modenese Alessandro Tassoni (1565-1635) rivendicava di essere l'inventore. Sono infatti quattro secoli che la critica letteraria disquisisce con gran copia di libri della Secchia rapita, che evidentemente non è affatto ritenuta un'opera minore. Benché i testi critici sulla Secchia del Tassoni non siano numerosi come sull'Orlando furioso o sulla Gerusalemme liberata, si dibatte fin dai tempi della pubblicazione di questo poema eroicomico sulle incongruenze cronologiche alla sua base e sull'identificazione reale dei suoi personaggi, a cominciare dal celeberrimo antieroe il Conte di Culagna.
Uscito intorno alla quindicina del XVII secolo, La secchia rapita è un poema che ha la fondamentale caratteristica di essere molto divertente. Certo, non è fantasioso come l'Orlando furioso (e nemmeno come l'Orlando innamorato del Boiardo) né profondo come La Gerusalemme liberata, che sono i suoi due modelli più diretti, ma si deve riconoscere al suo autore una notevole maestria nel verseggiare ed anche nel prendere - e volgere a suo interesse - molti materiali diversi, dai tempi antichi di Omero a quelli più recenti. Con tutti questi modelli, tra i quali è da includere L'Eneide (e invece non il Morgante del Pulci, per niente apprezzato dal Nostro), il Tassoni costruisce un qualcosa di originale, affiancando ai personaggi di fantasia persone della sua epoca e gli antichi dei dell'Olimpo, come avveniva nell'Iliade.
E così la contesa tra modenesi e bolognesi per il furto di un comunissimo secchio da pozzo, sotto le spoglie di una contesa epica come quella di achei e troiani, diventa il pretesto per evidenziare "i difetti del secolo", ma anche per mettere alla berlina numerosi contemporanei dell'Autore, le cui identità restano mascherate sotto il nome di personaggi di per sé molto buffi, come il già citato Conte di Culagna o il Potta (crasi del termine potestà), gran condottiero dei modenesi.
Il conflitto si svolge in un'epoca imprecisata del medioevo, mischiando anche eventi reali accaduti in secoli differenti, con scontri avvenuti nel Trecento nei quali resta coinvolto anche Re Enzo - figlio di Federico II di Svevia - caduto in realtà prigioniero dei bolognesi alla metà del Duecento (battaglia di Fossalta, 1249).
Naturalmente il lettore di oggi non è capace di riconoscere i personaggi che nel Seicento dovevano risultare abbastanza noti, ma questo non diminuisce il divertimento né la comicità di certi episodi, come quello in cui il Conte di Culagna tenta di uccidere la moglie con quello che crede essere un veleno ed è invece una potente purga, con la donna che riesce a far ingurgitare la pozione proprio al marito, che poi ne subisce tutte le ridicole conseguenze.
La secchia rapita fa parte del favoloso patrimonio della Letteratura italiana, al pari di altre opere, da riscoprire ed apprezzare.

Lettura della «Secchia rapita», a cura di Davide Conrieri e Pasquale Guaragnella, Argo (2016)

venerdì 12 ottobre 2018

Garret Mattingly, L'invincibile Armada


Garrett Mattingly, L'invincibile Armada, Res Gestae, € 20,00

Per parlare di questo libro, a suo tempo consigliato da Alessandro Barbero in TV, bisogna ricordare innanzitutto che l'autore, Garrett Mattingly, è americano. Simpatizza per gli inglesi ma riesce a non ridicolizzare gli spagnoli. Casomai evidenzia un'empatia perfino eccessiva per le grandi personalità dell'epoca descritta, immedesimandosi nei rovelli politici di Filippo II di Spagna e nei dubbi morali (soprattutto in relazione alla condanna a morte della cugina Maria di Scozia) di Elisabetta d'Inghilterra, ma assolve anche il Duca di Medina Sidonia, capo dell'Armada, ed esalta il ruolo dell'ammiraglio inglese Howard e della sua punta di diamante Sir Francis Drake, il celebre corsaro.
Mattingly inserisce l'evento narrato - la catastrofica spedizione della invencible armada del 1588 - negli eventi europei della sua epoca, con frequenti puntate nella Francia del periodo della "guerra dei tre Enrichi" e, nel tracciare un bilancio finale della disfatta spagnola, ritiene di minimizzarne l'influenza sugli sviluppi successivi della Storia europea: quel che doveva succedere sarebbe comunque successo. È una conclusione sostanzialmente in linea con molta storiografia contemporanea relativa a famosi eventi storici, quelli che (non) hanno cambiato il mondo. (5 marzo 2018)

sabato 22 settembre 2018

Alberto Crespi, Storia d'Italia in 15 film


Alberto Crespi, Storia d'Italia in 15 film, Laterza (2016)

Quella di Alberto Crespi di raccontare la storia dell'Italia unita attraverso 15 film è un'idea indubbiamente vincente e interessante. Naturalmente la scelta dei film è, come sempre, discutibile, ma ha un senso logico, debitamente spiegato dall'autore capitolo per capitolo.
Ovviamente, i film di cui si parla non sono soltanto i 15 eponimi per il periodo o l'evento preso in considerazione. Solo per fare un esempio, il 1948 è raccontato attraverso Don Camillo (l'unico film diretto da uno straniero, il francese Duvivier), ma la saga del parroco di Brescello e del suo rivale comunista Peppone è analizzata nella sua interezza.
Il passare ed il cambiare del tempo sono segnalati dalla presenza di due di quelle che oggi chiameremmo serie televisive, il Sandokan del 1976 e Gomorra, datato quarant'anni dopo. Curiosamente, queste due serie sono dirette da un padre e un figlio, Sergio e Stefano Sollima, peraltro non due tra i maggiori autori del nostro cinema.
Questo di Crespi è un libro che vale la pena di leggere, anche per avere un approccio meno accademico alla storia del nostro paese, senza lasciarsi sfuggire i suoi momenti salienti, che purtroppo sono stati spesso tragici (guerre, dittature, attentati, repressioni poliziesche).
Di seguito i capitoli del libro.

1.      Risorgimento - 1860 (A. Blasetti)
2.      Guerra di Libia - Cabiria (G. Pastrone)
3.      Prima guerra mondiale - La grande guerra (M. Monicelli)
4.      Fascismo - Amarcord (F. Fellini)
5.      8 settembre - Tutti a casa (L. Comencini)
6.      Resistenza - Se sei vivo spara (G. Questi)
7.      Dopoguerra - C'eravamo tanto amati (E. Scola)
8.      '48 - Don Camillo (J. Duvivier)
9.      Boom - Il sorpasso (D. Risi)
10.  '68 - Sandokan (Se. Sollima)
11.  Da Piazza Fontana agli anni Settanta - Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (E. Petri)
12.  Il 1974 - Salò o le 120 giornate di Sodoma (P. P. Pasolini)
13.  Dal magico '89 al berlusconismo - Il caimano (N. Moretti)
14.  Il Duemila - Diaz (D. Vicari)
15.  2016 e oltre - Gomorra - La serie (St. Sollima)
(20 ottobre 2017)

martedì 17 luglio 2018

Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (2010)


Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta (2010)

Per chi come me non lo sapeva, costituisce una sorpresa venire a conoscenza che il protagonista di questo romanzo, Roger Casement, è stato una figura storica, una persona realmente esistita, uno dei patrioti celebrati dalla Repubblica d'Irlanda. Il primo interrogativo che ci si pone è perché lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la Letteratura 2010, abbia voluto scrivere un romanzo incentrato su questa figura di fautore dell'indipendenza irlandese. Lo si capisce durante la lettura: uno dei suoi viaggi culminati in rapporti di denuncia dello sfruttamento degli ultimi del mondo da parte di potenze o compagnie multinazionali straniere lo aveva portato nel Putumayo, una delle regioni amazzoniche del Perù (paese d'origine dello scrittore), incastonata tra i confini con l'Ecuador, la Colombia ed il Brasile, poverissima e tuttavia oggetto di spietato sfruttamento da parte di compagnie straniere per la preziosissima presenza del caucciù.
Il romanzo inizia quando il protagonista si trova già nel carcere inglese di Pentonville Prison, in attesa della condanna a morte per alto tradimento nei confronti della Gran Bretagna. Era successo che le esperienze nel Congo (proprietà della corona belga) e nel Putumayo peruviano, sfociate in clamorose quanto infruttuose denunce delle gravissime condizioni di sfruttamento, condito da violenza, nei confronti delle popolazioni locali, avevano instillato in Roger Casement il germe del nazionalismo irlandese, spingendolo ad equiparare le condizioni dell'Irlanda, soggetta al dominio inglese, a quelle dei paesi dei quali aveva denunciato lo sfruttamento.
Casement era nato in Irlanda da genitori anglicani, ma la madre lo aveva fatto battezzare all'età di tre anni secondo il rito della chiesa cattolica. L'avvicinamento all'ideologia nazionalista irlandese accosta l'uomo al cattolicesimo, al quale aderisce il giorno dell'esecuzione della condanna, nella prigione nella quale è recluso. Perché Casement viene condannato per alto tradimento nei confronti della corona britannica? Divenuto un diplomatico di alto rango nell'ambito dell'amministrazione di sua maestà, nel suo impegno rivoluzionario teso al riconoscimento dell'indipendenza dell'Irlanda dal governo di Londra, Roger Casement aveva commesso il grave errore di fare affidamento sulla Germania per raggiungere il proprio obiettivo. Siamo infatti nel 1916, in piena Prima Guerra Mondiale ed il mettersi sotto l'ombrello tedesco costituisce, per l'appunto, alto tradimento nei confronti del paese d'appartenenza (sebbene non più sentito come tale). Per la cronaca, il 1916 è lo stesso anno in cui viene condannato a morte e giustiziato dal governo austriaco Cesare Battisti, formalmente suddito della monarchia asburgica, ma italiano a tutti gli effetti, arruolatosi nell'esercito italiano e catturato dagli austroungarici con le armi alla mano. In questo suo impegno con i tedeschi, dalla cui vittoria bellica sperava di ottenere una rapida indipendenza dell'Irlanda, Casement si trova contro anche tutti gli amici irlandesi, nazionalisti come lui, che tuttavia combattono la guerra dalla parte degli inglesi, trovandosi alla fine alleato di una ristretta cerchia di fanatici nazionalisti gaelici.
Il protagonista del romanzo, in conclusione, vede respinto ogni appello alla clemenza e per la commutazione della condanna a morte, anche perché, al momento dell'esame della richiesta di grazia, vengono resi pubblici i suoi Black Diaries, nei quali sono rivelate con dovizia di particolari le sue tendenze omosessuali, all'epoca costituenti ancora un reato in Gran Bretagna e viste comunque con ostilità anche da parte della comunità cattolica irlandese.
Allo scrittore sembra interessare soprattutto il percorso umano del protagonista, che prende coscienza dello sfruttamento che pervade il mondo di cui fa parte, fautore di un colonialismo ipocrita che non ha come scopo l'uomo ma il profitto e come filosofia una volontà di potenza ammantata da intenti falsamente civilizzatori. Casement si sobbarca un ruolo da redentore e lo fa commettendo una miriade di errori, assumendo su di sé contemporaneamente i ruoli di Gesù Cristo e di Giuda Iscariota, dell'intellettuale e del martire, di un essere umano che viene condannato dalla giustizia civile ma perdonato dal tribunale religioso. La spinta etica raccontata nel libro, unita alle contraddizioni di una vita non in linea con gli standard del tempo (per qualche aspetto Casement ricorda la figura di Pasolini), rende il personaggio particolarmente vicino al lettore, che lo vede come una (forse) fastidiosa ma necessaria coscienza critica di sé stesso e della società in cui vive.
Il sogno del celta, cioè l'indipendenza dell'Irlanda, si realizzerà soltanto dopo la morte di Casement, nel 1922. Ma il romanzo di Vargas Llosa ci informa, alla conclusione, che il diplomatico anglo irlandese è oramai assurto nel pantheon degli eroi della Repubblica. Tocca a chi legge, in questo caso, stabilire se il romanzo abbia un lieto fine oppure no.

giovedì 30 novembre 2017

Pier Maria Bocchi, Invasion U.S.A.

Pier Maria Bocchi, Invasion U.S.A., Bietti, 2017


Il critico Pier Maria Bocchi "invade" un terreno che non sapevo fosse così inesplorato, come quello del cinema americano degli anni Ottanta. È possibile che la critica del nostro paese si sia disinteressata di un cinema che viene generalmente ricordato per i successi planetari di alcuni blockbuster (L'impero copisce ancora, I predatori dell'arca perduta, E.T., Il ritorno dello Jedi) e per i trionfi al botteghino di campioni del reaganismo cinematografico come Rambo II e Rocky IV). Va comunque ricordato che in quegli anni sono stati prodotti lavori di indubbio valore ed anche fuori dagli schemi, come Toro scatenato e Re per una notte di Scorsese e Crimini e misfatti di Woody Allen, con quest'ultimo film che idealmente chiude il decennio su una nota di profondo pessimismo.
Gli anni Ottanta al cinema sono stati il periodo in cui alcuni autori dei decenni precedenti sono rimasti pressoché fuori dai giochi o sono stati comunque fortemente ridimensionati, come Arthur Penn, ma hanno anche visto autori già affermati riuscire a traghettarsi nel nuovo decennio magari mutando pelle e mantenendo un alto standard artistico e un buon successo di pubblico: è il caso dei già citati Scorsese (che con Il colore dei soldi porterà Paul Newman al suo primo premio Oscar) e Woody Allen, ma anche di Brian De Palma, autore, con Scarface, di uno dei film più iconici del periodo.
L'excursus di Bocchi, inevitabilmente incentrato sulla figura del presidente Ronald Reagan, in carica dal 1981 al 1989 (il suo ex presidente Bush senior gli succedette il 20 gennaio di quell'anno) e della sua politica interna (le reaganomics) ed estera, individua le linee fondamentali del cinema americano di quegli anni, dal fiero anticomunismo delle saghe con Stallone protagonista all'esplosione fumettistica dei primi lavori con al centro Schwarzenegger, dalle commedie più o meno sentimentali (Ritorno al futuro e Harry ti presento Sally) ai filmoni lacrimosi tipo Voglia di tenerezza e La mia Africa. Ma l'analisi del critico non trascura la politica industriale che si muove intorno e dentro al cinema, dai grandi fallimenti di alcune storiche major ad acquisti, incorporazioni ed altri movimenti delle compagnie cinematografiche, fino all'arrivo e all'uscita di scena di produttori aggressivi e voraci come i capi della Cannon Golan e Globus.

In questo contesto, Bocchi sfata dei miti (quello del cinema cosiddetto "patinato"), traccia percorsi umani e artistici, mostra da quali genitori nascono gli Ottanta e quali figli genereranno negli anni Novanta (il capitolo intitolato come un vecchio film, America, America, dove vai?) e comunque esplora un decennio che effettivamente non ha lasciato finora moltissimi nostalgici ed è stato davvero poco studiato, almeno dalle nostre parti.