martedì 29 marzo 2016

Flying Colours (Greg Russo)

Greg Russo, Flying Colours, Arcana, 2015, p. 493.

Leggere un libro sui Jethro Tull, per me, significa ripercorrere una parte della mia vita. Per quanto interessanti, non è come leggere un romanzo o un libro di storia, che pure hanno un grande valore per chiunque, perché quando si legge un libro è inevitabile prendere a punto di riferimento alcuni elementi della propria vita interiore ed esteriore.
Ho conosciuto i Jethro Tull quando avevo 17/18 anni e questo gruppo da allora ha accompagnato la mia vita in molte delle sue fasi. Qualche giorno fa, parlando con un compagno di pendolarismo, dicevo che ho ascoltato talmente tanto i Jethro Tull da allora che mi sono venuti a noia. E invece devo dire che non è vero, e me ne sono accorto anche sulla scorta della biografia - il manuale, com'è scritto sulla copertina - dei Jethro Tull.
Leggendo un libro come questo di Greg Russo, si percorrono due distinti binari, quello autobiografico e un altro, che dà voce ai Jethro Tull stessi, perché parla delle canzoni e della musica, il mezzo espressivo che meglio di ogni altra cosa esprime il mondo di un gruppo rock.
Dal primo punto di vista, per chi è nato nel 1967, è forte la tentazione di ripercorrere in parallelo la propria vita con la carriera di una band formatasi nel 1968, anche perché l'autore di Flying Colours si premura di iniziare il racconto ben prima dell'adozione ufficiale del nome ispirato ad un agronomo inglese del XVII - XVIII secolo. Quindi si seguono i primi incerti passi, i primi album e le tournée, i cambi di formazione, i successi, le critiche, le gioie e i dolori che inevitabilmente più di quaranta anni di storia portano con sé (il libro in questione era stato originariamente scritto nel 1999 ed è stato aggiornato da ultimo nel 2009).
Per quanto mi riguarda, ho iniziato a seguire la band di Ian Anderson nel periodo immediatamente successivo all'uscita di Under Wraps (1984), che per me resta senza dubbio l'album più brutto del gruppo britannico. Ma, ovviamente, il primo colpo di fulmine fu quello per Aqualung (1971), poi per Thick as a Brick (1972) e poi per tutti gli altri album, tra i quali ognuno ha i propri preferiti.
Poi c'è l'altro aspetto, quello delle canzoni, della loro origine e del loro significato, da Serenade to a Cuckoo ad Aqualung, da Cat's Squirrell a Dun Ringill. Perché, come dicevo, la voce di un gruppo rock non può che essere data dalle loro canzoni. E questo vale soprattutto per una band la cui biografia non prevede eventi eclatanti: Ian Anderson e i compagni non hanno fatto uso sistematico di droghe (anzi, in generale, sono piuttosto salutisti) e solo moderate quantità di alcol e sigarette hanno accompagnato alcuni dei musicisti della band. Gli unici eventi che segnano in negativo la storia dei Jethro Tull sono la morte del terzo bassista John Glascock, condannato da un'infezione dentale che andò ad incidere su una malformazione cardiaca e il cambio di sesso del pianista e arrangiatore David Palmer che, dopo il decesso della moglie, acquisì una nuova identità con il nome di Dee Palmer.
A questo punto, dato che la narrazione del libro si arresta al 2009 e quindi non ci può aiutare, resta solo da capire se i Jethro Tull esistano ancora oppure no. Il sito Wikipedia dà la band defunta nel 2014, come si poteva arguire, a suo tempo, dalla pubblicazione dell'album Thick as a Brick 2, intitolato a «Jethro Tull's Ian Anderson». Neppure il sito web ufficiale dei Jethro Tull dissipa tutti i dubbi, lasciando aperto uno spiraglio alla sussistenza della band, anche se i membri attuali sembrano oramai dei prestatori d'opera al servizio dell'inossidabile Ian Anderson che, per la cronaca, è nato esattamente venti anni prima di me. Ecco perché mi è sempre rimasto simpatico.

domenica 14 febbraio 2016

L'oro di Napoli

Giuseppe Marotta, L'oro di Napoli, 1947


Giuseppe Marotta, che non è il Direttore Generale della Juventus, era un napoletano trapiantato a Milano, un intellettuale comunque legato alla sua città natale, dove tornò anche a morire. L'oro di Napoli, titolo della sua opera letteraria più famosa, è la pazienza dei napoletani, la dote che consente loro di passare indenni, spesso anche allegri e sorridenti (almeno all'apparenza), attraverso le avversità della vita. In questa composizione per racconti, Marotta descrive una miriade di personaggi a volte rassegnati e dolenti, ma inesorabilmente vivi, che, pur sfiorando a più riprese il bozzetto, somiglia piuttosto a un mosaico, le cui tessere hanno un senso soltanto se viste nell'insieme che vanno a comporre.
La tecnica utilizzata dallo scrittore non è quella di mettersi al di sopra dei propri personaggi, ma di porsi al loro pari, pur conoscendone vita, morte e miracoli. Marotta sembra stazionare nei vicoli di Napoli, quasi scostandosi al passaggio di qualcuno dei personaggi descritti nel libro. Allora, l'autore si rivolge al lettore, come per dirgli «lo vedi questo che passa? Adesso ti dico chi è...».

L'oro di Napoli (1947) è titolo assai più conosciuto per il film omonimo che ne trasse nel 1954 Vittorio De Sica (ispirandosi, con licenze, ad alcuni degli episodi narrati da Marotta, il quale, per parte sua, collaborò alla stesura del copione), che in quanto libro, ma costituisce una lettura divertente, che dice molto del carattere eterno dei napoletani e delle mille vite di Napoli, al pari di alcune opere di Eduardo De Filippo.

domenica 10 gennaio 2016

Enrico Brizzi, La nostra guerra (2009)

Enrico Brizzi, La nostra guerra, Dalai Editore, 2009, p. 640, € 10,00.

Trattandosi di un antefatto, o prequel, di L'inattesa piega degli eventi (2008), precedente romanzo di Enrico Brizzi, la trama di La nostra guerra è in qualche modo obbligata ad incanalarsi affinché siano possibili e plausibili le vicende narrate nel romanzo uscito prima, benché relativo a una materia cronologicamente successiva. Tuttavia, mi sembra che tra i punti salienti della narrazione pseudo storica di Brizzi si possa rinvenire la convinzione, legittima in uno scrittore di finzione, che, per ragioni storiche, politiche, o puramente geografiche, il coinvolgimento dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale fosse comunque inevitabile. Quindi, anche se nel 1940 Mussolini non avesse dichiarato guerra alla Francia e all'Inghilterra, gettandosi nel conflitto al fianco della Germania nazista, sarebbe stato ugualmente impossibile tenere indenne la penisola dal coinvolgimento bellico. Tanto è vero che, in questa fantastoria - o ucronia - l'Italia fascista, dichiarata la propria neutralità, riceve nel 1942 l'ultimatum tedesco ad aprirsi alle armate della Wehrmacht quale cuneo verso il Mar Mediterraneo. Spalleggiata dagli alleati anglo americani (ossia da Cercillone e Rusveltaccio, come li chiama dispregiativamente Mussolini), l'Italia oppone un rifiuto a Hitler e viene prontamente invasa dalle truppe germaniche.
Rivelatasi militarmente impreparato anche nella finzione romanzesca (ma qui non serviva grandissima fantasia), l'esercito italiano riesce ad organizzare una difesa - la cosiddetta "Linea Scipio" - soltanto sulla dorsale dell'Appennino Tosco-Emiliano, di modo che l'Italia Settentrionale cade interamente sotto l'occupazione tedesca, inclusa la città di Bologna, che è quella del giovanissimo protagonista, costretto con la propria famiglia a sfollare in Toscana.
La seconda linea portante di La nostra guerra è infatti quella del romanzo di formazione, che vede come protagonista Lorenzo Pellegrini, dodicenne, figlio di un avvocato bolognese fascistissimo, il quale consuma la prima parte della propria adolescenza durante la guerra e i suoi disastri. Scoprirà ben presto l'infedeltà coniugale del padre, ma anche che i genitori non sono sposati e perfino che la mamma non è sua madre, la quale è invece deceduta nel metterlo al mondo. Il ragazzino scoprirà anche l'amore, il sesso e l'amaro sapore della morte e della perdita. Peccato che questo versante sia quello meno riuscito del romanzo, condotto da Brizzi secondo schemi logori da film per l'infanzia, senza un briciolo di inventiva, per rivitalizzare i luoghi comuni del genere.
Altro elemento che sembra stare a cuore allo scrittore è mostrare l'eterno ed immutabile carattere degli italiani, campanilisti, approfittatori, cortigiani e ruffiani. Rispetto ai luoghi comuni della descrizione italica, manca soltanto la vigliaccheria, qui vinta dallo slancio vitalistico imposto da vent'anni di regime fascista e di relativo indottrinamento. E poi, se nella realtà del dopoguerra molti italiani furono assai bravi a cambiare le loro vecchie camicie nere in camicie bianche o addirittura rosse, in questa finzione in cui i fascisti vincono la guerra, è ancora più semplice per molti rimanere sulla cresta dell'onda, senza bisogno di capriole. Così, nel temporaneo esilio della famiglia Pellegrini in provincia d'Arezzo, emergono le figure di Amintore Fanfani e di Licio Gelli, entrambi bene inseriti nei ranghi del PNF. Non so nei seguiti temporali del romanzo di Brizzi, ma nella realtà si sarebbe ancora sentito, e tanto, parlare di loro.
In conclusione, direi che La nostra guerra parte da un'idea interessante - già utilizzata, per esempio, da Philip K. Dick in La svastica sul sole - e per larghi tratti è persino piacevole da leggere, anche perché un po' di mestiere Brizzi ce l'ha. Tuttavia, il romanzo sconta alcuni difetti tipici dei prodotti non migliori di questo genere, tra cui il destare interesse per gli sviluppi della vicenda nata da una sliding door della storia (dopo la guerra l'Italia diventa una potenza coloniale in danno della Francia, punita per la collaborazione del governo di Vichy con Hitler), ma perde mordente nel racconto delle vicende personali e private del protagonista, la cui figura, a causa di qualche stereotipo di troppo, resta tutto sommato scialba e poco incisiva.

sabato 12 dicembre 2015

Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage


Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage, BUR, 2007, pp. 259, € 10,20
In 35 anni di storia, sono stati scritti tanti libri sulla strage alla stazione di Bologna e forse questo di Riccardo Bocca presuppone la lettura di qualcuno di essi, cui si fa esplicito rimando. Tutta un'altra strage, quanto meno al momento della sua uscita (2007), si poneva come punto della situazione e come momento di verifica delle verità giudiziarie uscite da tanti anni di indagini (talvolta deviate a bella posta) e processi. Bocca parla di molti dei personaggi assurti ai ruoli di protagonisti e/o comprimari riguardo alla strage del 2 agosto 1980, focalizzandosi sulle tre persone condannate in via definitiva per la bomba, cioè Valerio Fioravanti, Francesca Mambro (entrambi condannati all'ergastolo) e Luigi Ciavardini (che ha avuto trent'anni, in quanto minorenne all'epoca dei fatti). Ma ce ne sono altri, magari usciti assolti da indagini e processi, come quel Sergio Picciafuoco che di sicuro si trovava alla stazione ferroviaria di Bologna quella mattina del 2 agosto 1980. Altri personaggi di quella stagione dell'eversione nera (e della storia italiana) sono morti o scomparsi. Nessuno ha mai confessato le proprie responsabilità per uno degli atti più barbari della storia stragista italiana (che pure non è povera di atti orribili), per il quale qualcuno (sc. Licio Gelli) continua a sostenere che si sia trattato dell'esplosione di una caldaia (in agosto, si badi bene). In questo senso, uno degli obiettivi di Bocca è di valutare la personalità criminale di Fioravanti e della Mambro (da trent'anni coppia anche per la legge italiana, essendosi sposati in carcere), in relazione alla capacità morale di commettere un atto del quale si sono sempre dichiarati innocenti. Dalla lettura del libro non si può che propendere per una tesi che contrasta con quest'ultima affermazione dei condannati, in forza di molteplici elementi, non ultimo il continuo variare degli alibi per il giorno della strage e le versioni su questo punto assai poco credibili per degli innocenti. Che poi i tre giovani condannati abbiano potuto fare tutto da soli è cosa che si può mettere in dubbio, anche alla luce dei numerosi depistaggi successivi al 2 agosto 1980. Ma questa, come dice Bocca, è tutta un'altra strage.



sabato 7 novembre 2015

Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza

Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza, Einaudi, 2007, p. 419, € 17,00.

Eseguendo la sentenza è un bel titolo, tratto dall'ultimo comunicato emesso dalle Brigate Rosse per annunciare l'omicidio di Aldo Moro, ma nei panni di Bianconi avrei intitolato il libro "niente di intentato". Sì, perché era questo il mantra ripetuto dai dirigenti democristiani durante i 55 giorni del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana. Era una formula che avrebbe dovuto coniugare la linea della fermezza e del rifiuto di ogni trattativa con le BR, con la volontà (ammesso che tale volontà ci sia mai stata e sarebbe interessante scoprire eventualmente da parte di chi) di tirare fuori Moro dalla cosiddetta prigione del popolo.
Se la locuzione «eseguendo la sentenza» è passata ad indicare la volontà di un gruppo terroristico di ergersi quale tribunale di giustizia popolare, il «non lasciare niente di intentato» rappresenta bene la condizione di una classe politica, quella democristiana soprattutto,  paralizzata dall'ipocrisia nel barcamenarsi tra gli alleati del Partito Comunista Italiano (i «berlingueriani», come li chiamavano le BR) e la famiglia del rapito, avanguardia di un paese che ne avrebbe voluto, prima di tutto, il ritorno a casa.
Senza voler negare a nessun titolo la piena e totale responsabilità degli autoproclamati esecutori di una sentenza che comportò prima la strage di cinque uomini delle forze dell'ordine (Via Fani, 16 marzo 1978) e poi l'omicidio a freddo di uno dei leader del partito italiano di maggioranza relativa (Via Montalcini, 9 maggio 1978), non si può negare che la formula « niente di intentato» sintetizza bene il coacervo di responsabilità, paragonabili quanto meno ad una omissione di soccorso, che unì la quasi totalità della classe politica italiana nei tentativi di non salvare la vita di Aldo Moro.
Giovanni Bianconi (del quale avevo letto l'ottimo Bravi ragazzi, sull'epopea della banda della Magliana) racconta quasi "la fredda cronaca" di quei 55 giorni, basandosi sui ricordi e sui diari di alcuni protagonisti e comprimari della vicenda: alcuni dirigenti della DC come Beppe Pisanu (all'epoca giovane parlamentare moroteo) e Corrado Belci (direttore del Popolo), i figli di Moro Giovanni e Agnese, la studentessa che proprio il 16 marzo del '78 avrebbe dovuto discutere la tesi di laurea con il presidente democristiano come relatore. In chi ricorda di avere vissuto quel periodo della storia italiana, sulle pagine di Bianconi, quei giorni scorrono via inesorabili, come le ore successive all'ultima cena nella passione di Gesù, tra le normali notizie di cronaca e i resoconti del campionato nazionale di calcio, mentre i responsabili della politica del paese non lasciano niente di intentato per non impedire l'esecuzione della sentenza.

Dalla narrazione di Giovanni Bianconi emerge un quadro politico paralizzato, nel quale il PCI recita la parte dell'elemento intransigente, votato a distinguere nettamente la propria posizione da quella dei terroristi, discesi dalla medesima matrice marxista, ma che non potevano più essere benevolmente liquidati come «compagni che sbagliano». Dall'altro lato, la DC non poteva essere scavalcata da destra dai "berlingueriani", anche al cospetto degli alleati internazionali del nostro paese, in un contesto geopolitico ancora sostanzialmente di guerra fredda. In mezzo, ci furono i tentativi velleitari di smuovere la situazione messi in atto dal PSI di Craxi. E quei giorni passavano veloci attraverso le rughe sempre più profonde del segretario democristiano Benigno Zaccagnini, nell'inefficienza operosa dell'apparato poliziesco diretto da Cossiga, che dopo l'epilogo si dimise da Ministro degli Interni, in uno dei pochi gesti sensati della lunga carriera politica dell'ex presidente.


lunedì 24 agosto 2015

Leonardo Sciascia, "L'affaire Moro"

Leonardo Sciascia, L'affaire Moro, Sellerio, 1978

Opera letteraria o pamphlet a caldo contro un'intera classe politica? Difficile rispondere, anche se ci proverò.

Vorrei premettere che non ho sempre provato simpatia per le prese di posizione politiche di Leonardo Sciascia, troppo ambiguo, in qualche caso, nel decidere da che parte stare, quando è stata in gioco non dico la democrazia ma quanto meno la legalità. E tuttavia non posso - non si può - non riconoscere a L'affaire Moro alcune importanti qualità.
La prima è indubbiamente il coraggio di prendere una posizione netta sul "caso" a caldo, dopo pochi mesi dallo svolgersi dei fatti del marzo/maggio 1978.
La seconda dote del libro è l'onestà intellettuale, testimoniata in primis dalla premessa di non avere avuto alcuna simpatia né politica né umana per Aldo Moro, considerato esempio di trasformismo tipicamente democristiano, in altri tempi si sarebbe detto anche della morale gesuitica, attestato da un conservatorismo di fondo e da un insopprimibile attaccamento al potere, per di più ammantato di fumose velleità progressiste, come documenta il discorso pronunciato da Moro alla Camera dei Deputati in difesa del collega Luigi Gui, accusato di corruzione nell'ambito del famoso Scandalo Lockheed (discorso riportato da Sciascia pressoché integralmente e comunque nelle sue parti essenziali). La requisitoria dello scrittore siciliano nei confronti del presidente della DC si arresta al 16 marzo 1978, giorno della strage e del "prelevamento" (parola usata da Moro stesso) di Via Fani. Perché se il politico democristiano aveva fino a quel momento incarnato i peggiori vizi del suo partito (e Sciascia, pur senza scriverlo esplicitamente, sembra riconoscere alle Brigate Rosse di avere sequestrato la persona, o meglio la personalità, giusta, più di Andreotti o Fanfani, come pure era stato progettato), con la sua detenzione nella cosiddetta «prigione del popolo» di Via Montalcini, acquista una sua grandezza, soprattutto grazie alle verità che la sua inattesa situazione, pur nel suo linguaggio paludato, gli consente di esprimere. E tale sua nuova grandezza rifulge, in particolare, al confronto con gli altri politici italiani, con particolare riferimento a quelli del suo stesso partito, paralizzati dalla paura e comunque assai poco disposti a muovere un dito per liberare Moro dalle grinfie dei brigatisti.
Non ultimo merito dell'Affaire Moro è quello della provocazione polemica, del (si usava dire) sasso nello stagno, dello stimolo alla discussione, nel solco di un altro grande intellettuale, all'epoca scomparso non da molto. Non è un caso che il libro si apra con una citazione/omaggio a Pier Paolo Pasolini. Con quest'opera, piccola per mole, ma tutt'oggi ricordata, Sciascia sembra rivendicare a sé stesso e agli altri che ne abbiano il coraggio, il ruolo dell'intellettuale che interviene autorevolmente sui fatti del paese, anche con prese di posizione scomode e provocatorie, proprio come faceva Pasolini sui giornali e in televisione. È un ruolo che oggi sembra un po' in disuso, coltivato dal solo Roberto Saviano e pochissimi altri: mi vengono in mente, con parecchi distinguo, soltanto Aldo Busi, Pietrangelo Buttafuoco ed Erri De Luca.

Sciascia ha peraltro avuto la possibilità, in grazia della sua carica di deputato (eletto nelle liste radicali), di partecipare ai lavori della Commissione Parlamentare d'indagine sul Caso Moro ed infatti le edizioni successive del libriccino sono integrate con la relazione di minoranza della Commissione stessa, firmata dallo stesso scrittore siciliano.


Nel 1978 e negli anni successivi, L'affaire Moro ebbe l'effetto dirompente di un pamphlet, di una sorta di J'accuse a una intera classe politica, il cui molliccio e paludoso attaccamento al potere comportava come corollario l'inefficienza  degli apparati burocratici, polizieschi e militari (i cui vertici, si scoprirà qualche anno dopo, erano in larga misura iscritti alla loggia massonica P2), i quali, durante la prigionia di Aldo Moro, non vollero o non riuscirono a cavare un ragno dal buco. Ed ecco che nel corso degli anni, durante i quali si è scoperto molto del Caso Moro, ma soprattutto si è scoperto che non si è saputo tutto (e tanto si deve ancora immaginare), il libro di Sciascia, mantenendo inalterata la propria carica polemica, è diventato opera letteraria che smaschera, attraverso la scrittura e l'osservazione attenta della realtà, l'anima opaca non solo di una classe politica ma di un intero paese.

domenica 9 agosto 2015

Federico Maria Sardelli, "L'affare Vivaldi"

Federico Maria Sardelli, L'affare Vivaldi, Sellerio, 2015, pp. 304, € 14,00

Se oggi diamo per scontato un grande musicista come Antonio Vivaldi, l'autore delle Quattro stagioni, il merito è di due pubblici funzionari, Alberto Gentili, docente di Storia della musica all'Università di Torino, e Luigi Torri, direttore della Biblioteca Nazionale del capoluogo piemontese, che, nel periodo del fascismo, riportarono alla luce le opere manoscritte del Prete Rosso. Per lungo tempo, infatti, Vivaldi è stato un autore non dico sconosciuto, ma sicuramente dimenticato, considerato minore, rispetto ai contemporanei. All'epoca della morte, avvenuta nel 1741 a Vienna (dove sperava di rientrare nelle grazie della corte imperiale), Vivaldi era un musicista dimenticato da tutti, nonché ricoperto di debiti.
I suoi manoscritti, rimasti a Venezia, seguirono un itinerario tortuoso, prima di tornare alla luce e di potere essere acquisiti al patrimonio dello Stato italiano e quindi divenire fruibili da parte di tutti.

Federico Maria Sardelli, livornese, musicista (questa è la sua vera professione), oltre che scrittore, pittore ed umorista - e qualcos'altro che sicuramente mi sfugge - racconta questa storia con piglio da giallista e con la verve che gli conoscono coloro che hanno letto i suoi pezzi e le sue rubriche sul Vernacoliere e i suoi libri, tra i quali resta imprescindibile Il Libro Cuore (forse). Del resto, la vicenda dei manoscritti vivaldiani è di per sé un giallo ed anche piuttosto interessante. Sardelli controlla il proprio stile, attenendosi ai documenti d'epoca, ma non perde il sarcasmo che ne contraddistingue la scrittura. Ma qui l'autore satirico si fa di lato e cede il passo ai veri protagonisti del romanzo - che è anche un valido romanzo storico - cioè gli uomini che hanno riscoperto Vivaldi e la sua musica. E tra le righe ci viene ricordato di andare ad ascoltarla.

venerdì 24 luglio 2015

Giovanni Testori, Il ponte della Ghisolfa

Giovanni Testori, Il ponte della Ghisolfa, (ed. varie)

Qualche anno fa, rivendicando in televisione la propria felice omosessualità, Aldo Busi si contrappose a Giovanni Testori, il quale da cattolico credente e praticante, viveva la propria condizione macerandosi interiormente per i sensi di colpa. Devo dire che questa condizione descritta da Busi si ritrova, almeno in parte, nei racconti che compongono Il ponte della Ghisolfa.
Ogni tanto mi capita, leggendo un libro, di cercar di sintetizzare il genere in poche parole: riguardo a questo di Testori, la definizione che mi si è formata in mente è quella di "romanzo d'azione interiore". In questo senso, Il ponte della Ghisolfa ricorda, fatte le opportune differenze, qualcuno degli scritti di James Joyce. E in questo senso si può anche affermare che andrebbe incontro a una delusione chi pensasse di trovare in questi racconti di Testori i personaggi di Rocco e i suoi fratelli. La derivazione del film di Visconti dai racconti dello scrittore milanese riguarda soprattutto l'ambientazione e le suggestioni. Sulla pagina come sullo schermo si muovono, sullo sfondo delle periferie di Milano, anime sofferenti e coscienze in tumulto, più che persone.

L'ultimo racconto (Lo scopo della vita), uno dei più belli, fa addirittura venire in mente il primo Moravia, quello degli Indifferenti (anche qui con tutta una serie di distinguo, soprattutto dovuti all'espressionismo linguistico testoriano), a testimonianza che l'inettitudine morale, in Testori, non è più patrimonio esclusivo della borghesia, ma oramai ne sono affette anche le classi popolari che affollano le periferie dell'Italia del boom economico.

martedì 14 luglio 2015

Giuseppe Ghigi, Le ceneri del passato

Giuseppe Ghigi, Le ceneri del passato, Rubbettino, 2014, p. 261, € 13,60

La Grande Guerra e il cinema: un mezzo espressivo giovane e dinamico come il cinematografo non poteva non intervenire su quello che fu, all'epoca, l'evento più portentoso della storia umana. Dapprima con i mezzi tecnici tipici del cinema (macchina da presa, attrezzi vari), ma in funzione di cinegiornali, solo successivamente in quanto cinema di finzione vera e propria.
In principio fu la propaganda, pro o contro l'intervento bellico, poi quella per l'arruolamento, poi la propaganda contro il nemico, infine la celebrazione dei vincitori.
Solo dopo diversi anni, si riesce ad avere una riflessione pacata sulla Prima Guerra Mondiale. Solo all'inizio degli anni Trenta si riesce a riflettere sull''immane tragedia, generalmente in senso pacifista (del 1930 sono All'ovest niente di nuovo di Milestone e Westfront 1918 di Pabst). Ma durerà poco, perché alla fine degli anni Trenta si ricomincia il ciclo con riguardo alla Seconda Guerra Mondiale.
Ghigi ci parla delle intenzioni di realismo e delle falsificazioni, spesso non volontarie, che il cinema ha praticato intorno al tema della Grande Guerra, portando ad esempio film dai tempi del muto fino ad opere degli ultimi anni (per esempio Passchendaele di Paul Gross e Capitan Conan di Bertrand Tavernier). Vengono così fuori tutte le tematiche di cui si parla quando l'argomento è la guerra e in particolare quella guerra: i milioni di morti, le trincee, gli assalti inutili, gli atti di eroismo e di vigliaccheria, la demonizzazione del nemico (tra gli alleati, per esempio, era regola identificare i Tedeschi con l'appellativo di Unni), il dramma dei reduci, dei feriti e, in particolare, dei mutilati, quello dei loro parenti e dei familiari dei caduti, il ruolo delle donne nell'economia bellica, i gesti di pietà e il pentimento per le atrocità commesse in combattimento.

Quello di Giuseppe Ghigi è uno studio che fornisce una linea interpretativa e di lettura su quasi cento anni di cinema incentrato sulla Grande Guerra, ma anche, ad altro livello, un possibile repertorio di proposte cinematografiche per avere uno sguardo complessivo su un evento tanto importante e spaventoso.

domenica 14 giugno 2015

Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo

Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo

Trattandosi di un romanzo italiano del 1927, a chi lo legga oggi, a quasi novant'anni di distanza, Il diavolo a Pontelungo non può non far venire in mente la canzone La locomotiva di Guccini. Il tema è l'anarchia ed i gesti estremi compiuti in nome di questo ideale. Ovviamente, l'ottica dalla quale si guarda al tema è, nelle due opere, praticamente opposta. Guccini, che compone la propria canzone all'inizio degli anni Settanta, ripercorre lo svolgersi - anche psicologico -  del gesto di un anarchico, dettato dalla disperazione e dalla rabbia, inevitabilmente destinato al fallimento. Il cantautore guarda al suo protagonista con un misto di nostalgia e malcelato compiacimento, ripensando alla sua azione potenzialmente catastrofica, con una punta di affettuosa ammirazione, per la coerenza verso un'idea in nome della quale si era disposti a sacrificare la vita. Bacchelli considera l'ideologia anarchica da tutt'altro punto di vista (pur considerando altrettanto impossibile ogni realizzazione dell'utopia anarchica) e non ci si dimentichi che scrive il proprio romanzo durante i primi anni del periodo fascista. Gli anarchici del Diavolo al Pontelungo sono descritti come un'accozzaglia di pericolosi cialtroni e non somigliano per niente ai fascinosi avventurieri cantati da Leo Ferré in un celebre pezzo da lui firmato.
Nella prima parte del romanzo, gli anarchici che si radunano presso la fattoria denominata La Baronata, nel Canton Ticino, sono presentati come ottusi idealisti (in particolare Michail Bakunin e Carlo Cafiero), assolutamente incapaci di confrontarsi con le esigenze pratiche poste dalla vita, quando non come profittatori per niente propensi a qualsivoglia attività lavorativa. In particolare, il capo politico e spirituale dell'anarchismo europeo in questo scorcio di XIX secolo - cioè Bakunin - è descritto come un mestatore infantile, infatuato dei piani rivoluzionari messi a punto a suon di parole d'ordine e codici segreti, un uomo, insomma, con in bocca sempre l'idea della bella morte, magari in cima ad una barricata, , ma sostanzialmente votato al fallimento di ogni e qualsiasi attività posta in essere.
E un fallimento, peraltro tragicomico, è anche l'impresa finale di una sollevazione anarchica a Bologna, città dotta e tranquilla, già secondo centro, fino a pochi anni prima, dello Stato Pontificio.

Suddivisa tra la prima parte ambientata nella campagna della Svizzera italiana e la seconda che si svolge nel capoluogo emiliano, la struttura del romanzo tende alla simmetria, con le due imprese - quella della Baronata e quella della sollevazione bolognese - alla cui testa viene posto Bakunin dai due alfieri dell'anarchismo italiano (Carlo Cafiero e Andrea Costa), destinate ad altrettanti sonori fallimenti, al centro delle rispettive due sezioni. Cafiero e Costa sono i simboli di un modo di essere italiani, pronti a tirarsi indietro per paura od opportunismo, un minuto prima dell'esplosione, dopo avere dato fuoco alla miccia. Ma Bakunin, vittima di un senile infantilismo e dei propri sogni di gioventù, ingenuo e vanitoso al tempo stesso, ci fa probabilmente la figura peggiore. Tanto che, all'epoca dell'uscita del romanzo, Bacchelli si dovette difendere dagli attacchi di un nipote dell'anarchico russo.