Romanzo della maturità del fiorentino Aldo Giurlani, in arte Palazzeschi, abbandonati i codici
futuristi e smessi i panni da incendiario dei versi giovanili.
La crosta di Le
sorelle Materassi è umoristica - leggendo il libro si ride spesso e
spessissimo si sorride - ma la sostanza è amara, perché qui si narra la storia
della parabola rovinosamente discendente di due sorelle attempate della
borghesia campagnola del contado fiorentino nel primo scorcio di Novecento.
Rovinate economicamente da un nipote furbissimo e parassitario cui non riescono
a non perdonare ogni imbroglio, le Materassi vivono davvero soltanto nell'ombra
del nipote, il quale, dopo avere succhiato ogni loro sostanza, le abbandona
miseramente. E nonostante ciò, per le due sorelle (e anche per la loro fantesca
Niobe), il ricordo struggente del nipote resterà l'unica consolazione del
tramonto della loro vita.
Lo stile di Palazzeschi
è realistico, quasi si trattasse di una proiezione toscana del verismo di
stampo verghiano. Lo scrittore sfiora a più riprese il bozzettismo, nella
descrizione di certe figurine tipiche del paesaggio fiorentino di campagna, ma
schiva questo rischio grazie alla capacità di dare ai propri personaggi finezze
e sfumature psicologiche. Che poi forse costituiscono l'altra faccia della
bonomia dello scrittore, quasi incapace di andare a fondo quando si tratta di
creare un personaggio integralmente negativo (quale sarebbe potuto risultare il
nipote Remo, il quale resta invece soltanto un bellimbusto, cinico, ma
sentimentale).
Michel
Houellebecq, Sottomissione,
Bompiani, 2015, pp. 252, € 17,50
«L'ambizione
possente di Michel Houellebecq è di leggere il mondo attraverso l'economia e
l'umanità attraverso il sesso, ossia di decodificare l'universo tramite le
relazioni di scambio, confinando al fanatismo e all'amore le uniche possibilità
di errore, i soli scostamenti non prevedibili dal risultato atteso».
Questo non è un mio commento originale a Sottomissione (2015) di Houellebecq, ma un estratto della
recensione di un critico, Simone P. Barillari,
scritta nel 2001 a proposito di un altro libro dello scrittore francese, Piattaforma nel centro del mondo. Molte
delle parole poste dal critico a commento di questo precedente romanzo di Houellebecq possono fungere da
(parziale) chiave di lettura anche per Sottomissione.
E perfino quanto fu scritto riguardo a Piattaforma
nel centro del mondo ed oggi non si può ripetere per Sottomissione - perché i fatti e gli anni non passano invano né gli
scrittori possono sempre scrivere lo stesso libro (sebbene taluni lo facciano
per un'intera vita) - può essere utile a capire meglio il romanzo del 2015.
Scriveva infatti Barillari
all'epoca, a proposito di Piattaforma nel
centro del mondo, che «diventano
marginali e irrilevanti politica e arte, tutta la tecnologia e le fondamenta
stessa (forse dovrebbe leggersi stesse,
n.d.r.) della storia: miserabili dati non significativi all'equazione di un
mondo che ha nel suo destino "di assomigliare sempre di più a un aeroporto"».
Da questo punto di vista, Houellebecq
ha cambiato totalmente opinione o, in ogni caso, propone in Sottomissione un mondo - la Francia, ma
il contesto internazionale descritto è estendibile almeno all'intero occidente
- profondamente influenzati dalla politica (dimensione collettiva) e dall'arte
(dimensione individuale). Mi sembra altrimenti impossibile, prescindendo dalle
dinamiche politiche, anche brutalmente elettorali, capire il nuovo romanzo del romanziere
francese e il suo personaggio principale senza considerare la stella polare
rappresentata dallo scrittore Joris Karl
Huysmans, il rappresentante maggiore, nell'ambito della narrativa, del
Decadentismo letterario francese.
C'è un'altra frase, scritta dal critico Barillari a commento di Piattaforma nel centro del mondo, che
può addirittura vedersi come filo conduttore per Sottomissione: «Irruzione del
fanatismo religioso nell'ambito della prima rigorosa applicazione dell'economia
di mercato alla sessualità». Il protagonista è infatti un professore
universitario parigino di Letteratura moderna alla Sorbona, specializzato in Huysmans, che passa da una relazione
all'altra con le studentesse del suo corso di studi, vivendo nel contesto
privilegiato e un po' ovattato di una prestigiosa università della capitale di
un grande paese occidentale. Questa situazione dura finché non si verifica un
fatto - forse nei precedenti romanzi di Houellebecq
si sarebbe trattato di un puro accidente? - tutto sommato imponderabile: la
vittoria alle elezioni presidenziali del partito musulmano, grazie alle abili
manovre e prese di posizione del suo leader Mohammed Ben Abbes. Siamo nel 2022
e quella di Houellebecq è
tecnicamente una distopia letteraria. Bisogna peraltro riconoscere che
raramente uno scrittore ha pubblicato un romanzo in un momento storico più
appropriato, seppure in senso tragico. Sottomissione è infatti stato pubblicato
il 7 gennaio di quest'anno (in Italia è uscito il 15), lo stesso giorno
dell'orribile attentato di Parigi al settimanale satirico Charlie Hebdo.
Com'è ovvio, il romanzo non dà - né vuole dare -
un'ipotesi di soluzione, a meno che non s'intenda per tale la sottomissione del
titolo, sulla scia della svolta mistica dell'ultimo Huysmans, piuttosto solleva anche dal punto di vista ideologico e
letterario una questione attuale già oggi e che non potrà non avere conseguenze
sociali e politiche nell'immediato futuro di tutti noi europei. Houellebecq è uno scrittore abile,
intelligente e intellettualmente stimolante. La sua è indubitabilmente
Letteratura, merce sempre più rara nel panorama dell'attuale narrativa europea.
Sottomissione non è, secondo me, un romanzo privo di difetti, che risiedono
soprattutto in una troppo repentina accettazione da parte di tutta la società
francese delle nuove regole imposte dal regime musulmano/socialista del
Presidente Ben Abbes: molti professori universitari si adeguano subito e per
opportunismo alla conversione all'Islam e abbracciano la poligamia. Un paese
fucina di elaborazione ed espressione politica (anche in termini di
manifestazioni di piazza) come la Francia, per di più descritto qui con una
grande fetta dell'elettorato orientata a destra, non potrebbe piegare la testa
a mutamenti politici e istituzionali, nonché di costume, di tale portata. Del
resto, questo è stato testimoniato anche
dalle recenti dimostrazioni seguite alla strage del Charlie Hebdo. Ciò non toglie, tuttavia, che Sottomissione sia uno dei non moltissimi romanzi di recente uscita
da leggere assolutamente. Anche perché non deve essere abbandonata quella
specie in via d'estinzione che si chiama Letteratura, ciò che ancora può farci
riflettere se la scelta finale del protagonista di Sottomissione sia la logica conseguenza dell'adozione del percorso
seguito dal maestro Huysmans, o se,
come scrive ancora Barillari al
termine della sua recensione di Piattaforma
nel centro del mondo, non costituisca una dichiarazione «di nauseata resa al nulla».
Francesco
Guccini, Dizionario delle cose perdute,
Mondadori, 2013, pp. 142, € 9,50.
Avevo in precedenza letto il libro di Guccini successivo a questo, vale a
dire il Nuovo dizionario delle cose
perdute e devo ammettere che in questo caso la seconda opera è migliore
della prima. Evidentemente, l'esperienza ha permesso al cantautore toscoemiliano
(lo definisco così per l'infanzia trascorsa nella frazione pistoiese di Pàvana,
dove ricevette l'imprinting) di aggiustare il tiro. Ciononostante, tra le
"cose" elencate e raccontate da Guccini
ve ne sono alcune, come al solito, interessanti e divertenti. Tra queste, mi
colpisce in particolare il capitolo dedicato, tra i giochi di una volta, al crocchiaballe, che è nella sostanza la stessa
arma che usavamo da bambini anche noi e che non ero mai riuscito a trovare da
altre parti e cioè la bugìttola.
L'unica differenza con il crocchiaballe
gucciniano è che questo voleva come proiettili delle palline di stoppa, mentre
noi usavamo le ghiande.
Un'operazione «color nostalgia» come le stoviglie di
Incontro, allo scopo di non perdere
la memoria di piccole e grandi "cose" che hanno silenziosamente fatto
parte delle nostre vite e che altrettanto silenziosamente sono scomparse nei
meandri del tempo.
Claudio Gianotto, Giacomo, fratello di Gesù, Il
Mulino, 2013, pp. 144, € 13,00
Quando ho parlato a mia madre di Giacomo, fratello di Gesù, lei ha
commentato «è una specie di Il codice Da
Vinci, insomma». E invece no, tutt'altro. Claudio Gianotto non è un romanziere d'assalto, interessato
all'esoterismo, alle trame segrete dell'alta finanza e a scalare le classifiche
di vendita, bensì un serissimo professore universitario di Storia del
Cristianesimo. È infatti ormai assodato che Gesù ebbe dei fratelli, il più
influente dei quali fu appunto Giacomo, detto il Giusto. Fu quest'ultimo a
prendere le redini del movimento alla morte del fondatore, almeno fino a che,
tra i seguaci del Cristo, prevalse quella che potremmo definire l'ala petrina e
paolina. Se, infatti, il Cristianesimo nacque e si sviluppò all'interno dell'Ebraismo,
con il suo diffondersi attraverso l'Impero Romano entrò in contatto con gli
aderenti a tutti gli altri culti professati in quello Stato, e in particolare
con la parte più numerosa, cioè con i cosiddetti pagani. Era inevitabile che,
non fosse altro che per ragioni puramente numeriche, la porzione di Cristiani
di origine ebraica diventasse ben presto minoritaria. E quindi i contrasti dottrinari
e pastorali tra Giacomo da una parte e Paolo dall'altra videro un'iniziale
prevalenza del primo, ma nella storia della Chiesa è stato il secondo a
prevalere nettamente e definitivamente. Questo è tanto vero che di Giacomo il
Giusto si è perfino persa la memoria, anche tra coloro che praticano i riti
cristiani in generale. Molti lo confondono ormai con il discepolo conosciuto
come Giacomo il Maggiore e invece era uno dei figli di Maria, o forse di
Giuseppe, insomma, fratello vero di Gesù.
È sempre il solito discorso dei figli d'arte, quello
sul peso d'un cognome che, se agli inizi può aprire qualche porta, a lungo
andare crea pressioni che possono essere difficili da gestire. Cristiano De André, sebbene i suoi
genitori Fabrizio ed Enrica si siano separati abbastanza presto, non solo ha la
musica nel sangue, ma l'ha sempre respirata nell'aria fin da piccolo. E
tuttavia, va detto, non ha il talento del padre. Però talento ne ha eccome.
Forse, nel corso degli anni, si è perfino permesso il lusso di sprecarne un
po'.
L'esordio di Cristiano avviene sotto l'egida del
padre Fabrizio De André, con il gruppo
dei Tempi duri. L'album, del 1982, si
chiama per l'appunto Chiamali tempi duri
e musicalmente si muove secondo le coordinate ben chiare dei Dire Straits. Sebbene derivativo, il
disco non è niente male, come dimostra il pezzo d'inizio Via Waterloo, a metà tra la musica della band di Mark Knopfler e la poetica di Fabrizio De
André. Le canzoni migliori dell'album sono in ogni caso Regina di dolore e Tempi duri.
Sciolta nel 1985 la prima band (che comunque sembra
essersi rimessa in piedi dal 2010), Cristiano De André tenta di far partire una
carriera solista, che stenta parecchio, visto che il primo album del neo
cantautore, del 1987, salvo una discreta canzone come America, è disastroso. Musica, testi, arrangiamenti ed
interpretazione sono totalmente insignificanti e soporiferi, tanto che il
Nostro può essere scambiato per un qualsiasi Ron o per uno dei tanti cantantelli degli anni Ottanta.
Per fortuna (ma ovviamente non è soltanto quella),
dopo tre anni esce L'albero della
cuccagna, cui contribuiscono Mauro
Pagani e Massimo Bubola, due
degli storici collaboratori di Fabrizio De André. La riuscita dell'album è
buona, anche grazie al lavoro dei due musicisti, e tuttavia questo non
sminuisce i meriti di Cristiano De André (del resto, anche babbo Fabrizio aveva
usufruito delle capacità di musicisti di valore, quali i due sopra citati, ma
anche Francesco De Gregori e Ivano Fossati). Davvero buone almeno un
paio di canzoni, quali Natale occidentale
e Senza famiglia.
Nel 1992 esce Canzoni
con il naso lungo che, pur lanciato dal valido singolo che dà il nome al
disco, è un album poco omogeneo e di valore diseguale: un paio di brani appena
discreti, come Invincibili e Nel grande spazio aperto, cover di Into The Great Wide Open di Tom Petty.
Sul
confine (1995) è un album che definire interlocutorio è già
eufemistico e che poggia sulle fragili gambe della canzone che titola il disco
(scritta insieme a Massimo Bubola), anche se a parere mio sono da preferire Di bolina e Cose che dimentico, il cui testo è da imputare a Fabrizio De André
e a Carlo Facchini, vecchio compagno
nei Tempi duri. A questo punto,
qualcuno comincia apertamente a domandarsi se il patrimonio genetico del padre
non sia ravvisabile in Cristiano soltanto nell'aspetto fisico (il giovane De
André somiglia molto, e in meglio, al padre), mentre non sembra essersi
trasmesso granché del talento musicale di Fabrizio.
Passano sei anni, periodo nel quale avviene anche il
decesso di Fabrizio De André, e questa
volta esce un buon album, che si incarica di smentire gli scettici. Si tratta
di Scaramante (2001), disco coerente
e con qualche canzone che spicca nel buon livello generale, come Buona speranza, Lady Barcollando e La
diligenza.
Nel 2003 arriva l'album riassunto, nel quale vengono
risuonati live in studio diversi brani che hanno punteggiato la carriera del
cantautore. Nonostante l'opportunità di fare un punto a capo, Un giorno nuovo non è granché, forse
anche per la scelta delle canzoni che non sempre ha privilegiato composizioni
di primissimo livello. Il titolo del disco è dato dal pezzo proposto da
Cristiano quell'anno a Sanremo.
Qualche problema caratteriale frena il cantautore
negli anni successivi, anche con il coinvolgimento in un episodio di cronaca
poco simpatico e che fa dispiacere a chi vuole bene, per qualsiasi ragione, al nome De André. È proprio questo nome che
consente il rientro di Cristiano sulle scene, con alcuni concerti nei quali il
"giovane" De André canta - e bene - le grandi canzoni del babbo, cui
ormai somiglia moltissimo anche nella voce. Escono così i due volumi intitolati
De André canta De André,
rispettivamente del 2009 e del 2010.
Sembra iniziata una nuova fase nella carriera
dell'ormai cinquantaduenne Cristiano De
André (lo sperano tutti, anche perché in una recente intervista ha
pronunciato la sintomatica frase «la mia vita è stata farmi molto male»), anche
se i tempi di produzione di un nuovo disco sono ancora molto lunghi. Si deve
infatti attendere il 2014 per ascoltare l'album Come in cielo così in guerra, di discreto livello, con una canzone
che non si dimentica, come Credici,
la quale si riallaccia alla migliore vena poetica e polemica (si direbbe
satirica, in senso classico) paterna, quella, per esempio, di La domenica delle salme.
Gian Enrico Rusconi, 1914: attacco a Occidente,Il Mulino, 2014,
pp. 320, € 24,00
Prima ancora di parlare dell'attentato di Sarajevo (28
giugno 1914), qualsiasi storia della Prima Guerra Mondiale dovrebbe partire da
Schlieffen. E questo saggio di Rusconi
lo fa. Alfred von Schlieffen fu a lungo capo di stato maggiore delle forze
armate tedesche, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, e durante
il suo incarico ebbe come suo massimo impegno l'elaborazione di un piano
d'attacco alla Francia. Si trattava di un piano che prevedeva un fulmineo
attacco alla Francia, entrando nel suo territorio attraverso il neutrale
Belgio, per aggirare le difese francesi costruite lungo il confine con la
Germania. Per ironia della sorte, Schlieffen morì nel 1913 e non vide mai
l'attuazione del piano strategico da lui tanto a lungo elaborato. Eppure,
l'attuazione del piano Schlieffen - o della sua reinterpretazione fornita dal
successore alla carica di capo di stato maggiore Moltke - fu il primo atto militarmente
rilevante di quella che fu chiamata la Grande Guerra. E questa fu una delle
tante cose strane e curiose che caratterizzarono questa guerra, scoppiata a
seguito di un contrasto tra l'Impero Asburgico e la piccola Serbia,
successivamente allargatasi alla Russia zarista, paese difensore degli
interessi (oltre che propri) slavi in Europa.
Allora perché, dati questi prodromi, la guerra ebbe inizio
con l'attacco della Germania guglielmina alla Francia? È, questa, una delle
domande cui cerca di dare risposta il libro dello storico Rusconi, che si inserisce nel solco della più avveduta e moderna
storiografia sulla Prima Guerra Mondiale. Infatti, il maggiore interesse di
questo saggio consiste nella ricostruzione della fasi che precedettero la
mobilitazione generale decretata nei vari stati originariamente coinvolti.
Per una ricostruzione puntuale delle vicende militari, ci si
rivolga altrove (per esempio alla fondamentale monografia dell'inglese John Keegan, il cui unico difetto è
costituito dallo scarso rilievo dato al fronte italiano): Rusconi fornisce
risposte - laddove esse siano rintracciabili nelle carte - ad altri
interrogativi, del tipo perché questa guerra scoppiò, chi la iniziò, se si
sarebbe potuta evitare, quale fu il peso dell'intervento italiano - avvenuto,
dopo quasi un anno di grandi contrasti, nel 1915 - al fianco delle potenze
"alleate" e se la Seconda Guerra Mondiale fu una conseguenza, forse
un'appendice, della Prima.
Michael Meyer, L'anno che cambiò il mondo, il Saggiatore, 2013, pp. 286, € 10,90
Il 1989 è stato veramente un anno che ha cambiato il mondo. Meyer ce lo racconta da un'ottica (forse eccessivamente) americanocentrica. Sembra peraltro che il giornalista statunitense si trovi sempre al posto giusto al momento giusto, in modo che il suo libro mette in evidenza il suo intuito da reporter. Ma non gli si può negare il merito di avere riportato la luce su un periodo storico, su un anno che, venticinque anni fa, cambiò davvero il mondo per come molti di noi l'avevano conosciuto.
Giammario Di Risio L'immagine-Cristo. La rappresentazione cinematografica di Gesù di Nazareth in Pasolini, Jewison, Scorsese e Gibson,Le Mani Microart's, 2013, p. 200, € 16,00.
Recentemente ho letto il libro di Giammario Di RisioL'immagine-Cristo,
un saggio sul modo di presentare Gesù di Nazareth nel cinema e in particolare
in quattro film assai rilevanti, come Il
Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo
Pasolini, Jesus Christ Superstar
di Norman Jewison, L'ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese e La passione di Mel Gibson.
L'elemento comune a tutti gli autori che hanno portato al cinema Gesù Cristo è l'avere
rappresentato, talvolta anche oltre le intenzioni, qualcosa di più della
semplice vita di un uomo: non a caso già nel titolo del libro si parla di
"immagine-Cristo" e poi nella trattazione vera e propria di
"testo Cristo". Perché anche soltanto nella rappresentazione
"estetica" di Gesù si nasconde già una scelta politica e così, mentre
Pasolini punta su un Cristo
mediterraneo, figlio naturale della terra in cui è nato, lo Zeffirelli del Gesù di Nazareth propone un figlio di Dio tratto dalla tradizione
figurativa rinascimentale, ripresa poi dai santini diffusi dalla Chiesa
ufficiale. A maggior ragione, Cristo può benissimo incarnare (il termine è
appropriato al soggetto) un messaggio, a seconda che si voglia privilegiare
l'aspetto rivoluzionario ed egualitario della sua predicazione (Pasolini ammise di avere avuto come
modello Lenin nella costruzione del suo Cristo) ovvero il messaggio di
fratellanza tra gli uomini e di amore anche per i nemici. Del resto, almeno
secondo me, anche a leggere soltanto i quattro Vangeli riconosciuti dalle
principali chiese cristiane, il senso della predicazione di Gesù non è proprio
univoco: in un punto dice di non fare agli altri quello che non vogliamo sia
fatto a noi ed invita a porgere l'altra guancia a chi ne ha percossa una,
altrove afferma di non essere venuto a portare pace sulla terra («sono venuto a portare non pace, ma spada!»,
Matteo 10,34) e dopo, precisamente durante l'arresto nel Getsemani, invita a
riporre la spada nel fodero, perché - come recita la celebre frase tradizionale
- chi di spada ferisce, di spada perisce. Quindi è l'occhio dell'esegeta e, nel
nostro caso, dell'artista a scegliere quali significati dare al "testo
Cristo" di cui parla Giammario Di Risio.
Il libro è indubbiamente meritevole, perché fornisce, in
apertura, un repertorio del cinema cristologico, quello, cioè, in cui Gesù
compare come personaggio, il più delle volte fondamentale. In questo senso,
l'opera del giovane critico italiano si pone come complementare di libri,
usciti negli ultimi anni, che si occupano dei film nei quali il Cristo è
presentato (o è comunque desumibile) in maniera allegorica, nascosto dietro ad
una sorta di marchingegno cinematografico definito figura Christi. Mi riferisco, per esempio, a saggi quali Il volto
di Gesù nel cinema (2005) di padre Guido Bertagna o Lo schermo di Dio (2011) di Auro
Bernardi. Per di più, il lavoro di Giammario
Di Risio analizza i quattro film che costituiscono l'oggetto del suo
studio, evidenziandone diversi aspetti, soprattutto in riferimento al
"testo Cristo", proponendo confronti e concludendo, in maniera più
che condivisibile, come il film di Gibson
sia quello che più si allontana dal messaggio cristiano più innovativo rispetto
a quello fatto proprio dalla Chiesa dei nostri tempi.
Se qualche difetto può essere trovato, direi che risiede in
una certa fretta di mandare in stampa il libro, quando un'ulteriore revisione
editoriale sarebbe stata necessaria, per evitare qualche refuso che porta qua e
là qualche periodo a risultare farraginoso e poco chiaro. Soltanto per fare un
esempio, tempo fa ho inviato questo messaggio a Di Risio su Facebook : «Ciao
Giammario, sono un appassionato di cinema e sto leggendo il tuo libro
"L'immagine-Cristo". C'è un discorso, a proposito del film
"L'ultima tentazione..." di Scorsese, del quale comprendo il senso,
ma che mi suona un po' strano. A pagina 103 si legge "Fugate le
indiscrezioni sulle imminenti riprese, alcune associazioni cattoliche
protestanti, come le Evangelical Sisterhhood (letteralmente Sorellanza
Evangelica) iniziano a ostacolare la produzione del film...". Sono io che
non capisco o c'è un errore? Fugate potrebbe essere sostituito con
"fiutate"? E com'è possibile che la Sorellanza sia contemporaneamente
cattolica e protestante? Ti ringrazio se vorrai rispondermi.»A mio
parere, poi, manca anche una sorta di riassunto dell'autore, una sorta di punto
di vista personale, che possa fare da collante all'intera esposizione, una
sorta di "summa" che servisse da filo conduttore per l'intero lavoro.
James Leo Herlihy, Un uomo da marciapiede, BEAT, 2013, p. 211, € 12,90
Capita spesso che da romanzi belli siano tratti film mediocri e viceversa. Quello di Un uomo da marciapiede è uno di quei casi, abbastanza rari, in cui libro e film sono sullo stesso livello, che per entrambi è molto alto. Non saprei dire quale delle due opere sia migliore, pur nel rispettivo, diverso, ambito.
Nel libro ci sono "più cose", più fatti, più antefatti, più retroscena. Il film è, per sua natura, più sintetico e diretto: spesso, anzi, l'abilità del regista consiste proprio nel suggerire determinate vicende in maniera ellittica.
Herlihy (1927 - 1993), autore poco conosciuto dalle nostre parti, autore di un numero limitato di opere (tre romanzi, qualche dramma e un paio di raccolte di racconti), dimostra con questo romanzo di essere uno scrittore vero. Un uomo da marciapiede è infatti un vero romanzo di formazione, che stempera la sofferenza di una vita dura nel valore dell'amicizia, di un'amicizia vera, non fatta di convenienza, che è occasione di tirare fuori la generosità e una sorta di sentimento materno per l'amico più debole: quello stesso sentimento materno che al protagonista Joe Buck, un giovanottone buono e prestante ma non molto intelligente, era sempre mancata, fin da quando la mamma l'aveva lasciato in custodia ad una nonna buona e svampita. Dell'infanzia, Joe Buck si porta dietro soltanto il rimpianto per la nonna morta mentre lui è militare e l'immagine del cowboy, quella dell'unico "fidanzato" della nonna che gli aveva dimostrato un po' di affetto. E per questo, vestito da cowboy, attraversa l'America per proporsi come gigolò ad attempate signore cittadine. Salvo accorgersi che questo suo progetto di vita è frustrante e destinato al fallimento. Con ogni probabilità, Joe riuscirà a crescere soltanto riversando tutto l'affetto e tutta la tenerezza che, pure, si porta ancora dentro, sull'amico "Zozzo" Rizzo, più sfortunato di lui.
Un grande romanzo, che vive delle sagaci, sentite, ironiche, patetiche osservazioni dell'autore su personaggi che ama talmente da essere in grado di prenderne le distanze.