Qualche anno fa, commentando un film (si trattava di La dottoressa sotto il lenzuolo) su un blog, scrissi che Orchidea De Santis non si spogliava, mentre le altre due attrici (Karin Schubert ed Ely Galleani) lo facevano anche troppo. Un fan spagnolo della De Santis glielo disse e lei mi rispose risentita. Alla fine le chiesi se pensava che le offrissero le parti in certi film per le sue capacità recitative. Però mi venne la curiosità di leggere questo librettino, un po' interessante e un po' no... una curiosità d'epoca, insomma.
lunedì 3 febbraio 2014
Fabio Melelli, Orchidea De Santis
Fabio Melelli, Orchidea De Santis, Coniglio Editore, 2003, pp. 108
giovedì 26 dicembre 2013
Rainer Werner Fassbinder (di Vernaglione)
Paolo Vernaglione, Rainer Werner Fassbinder, Gremese, 1999, pp. 128, € 18,00.
Uscito nel 1999, il saggio del critico Paolo Vernaglione, lungi dall'analizzare i singoli film di Fassbinder (come fanno per esempio, gli esegeti che scrivono i volumetti della collana del Castoro Cinema), fornisce alcune linee interpretative della sua filmografia, lamentando che, a distanza di diciassette anni dalla sua morte, del cineasta tedesco si ricordino pochissime persone (e figuriamoci oggi, che di anni sono passati più di trenta), anche e soprattutto nello stesso mondo del cinema.
Fassbinder fu un artista a tutto tondo: scrittore, drammaturgo, musicista, attore, regista teatrale e cinematografico; fu artista prolificissimo: soltanto le opere destinate alla visione, cinematografica e/o televisiva, sono 43, realizzate in 37 anni di vita e in diciassette di intensissima, frenetica, attività, dal 1965 del primo cortometraggio (Il vagabondo) al 1982 di Querelle e della micidiale combinazione, probabilmente dagli esiti voluti, di cocaina e barbiturici.
Del regista tedesco, Vernaglione, offre alcune linee interpretative che rendano possibile una lettura complessiva dell'opera. Il cinema fassbinderiano viene messo in rapporto con la società tedesca dell'epoca (Fassbinder stesso partecipò, con un sofferto frammento, al lavoro collettivo Germania in autunno, sulla Repubblica Federale Tedesca nel periodo del terrorismo rosso e della repressione da parte del governo), con i rapporti sociali, di cui era indubbiamente un prodotto, ma sul quale allo stesso tempo pretendeva di avere una funzione interpretativa e creatrice, con il tema del desiderio, indubbiamente una delle chiavi di lettura, se compreso nei giusti termini. Il linguaggio di Vernaglione è a tratti filosofeggiante e richiede attenzione per essere capito: il volume edito da Gremese non è puro intrattenimento; ma anche chi non riuscisse a cogliere tutti i concetti espressi dal critico, ne ricava l'idea che il cinema di Fassbinder sia un corpus artistico di enorme importanza, anche per comprendere i rapporti sociali di ieri come di oggi.
domenica 3 novembre 2013
Mattia Signorini, Ora
Mattia Signorini, Ora, Marsilio,
2013, pp. 221, € 17,00
La prima riflessione che sorge
dopo avere letto Ora è che la
narrativa italiana deve essere proprio messa male, se un editore importante
come Marsilio pubblica un romanzo come questo.
Non avevo mai letto niente di Mattia Signorini e comprai Ora dopo avere visto e sentito lo stesso
autore che parlava del proprio libro in una trasmissione televisiva. Ed
evidentemente il giovane scrittore veneto è molto più bravo e convincente nel
parlare che nello scrivere.
Non che Signorini non sappia scrivere, ma questo romanzo manca degli
elementi che un buon romanzo deve avere, a cominciare dall'ispirazione, come se
Signorini, al pari del suo
protagonista, l'avesse scritto per tenere fede alle promesse fatte al proprio
agente e per riscuotere i sostanziosi anticipi dell'editore. Manca poi la
necessità, nel senso che si avverte un procedere forzato e difficoltoso, che si
divincola ad ogni passo dall'impantanamento, grazie all'inserimento di
personaggi inutili e di maniera.
Per essere un romanzo di
formazione, insomma, manca quasi tutto, ed infastidiscono particolarmente le
falle che si aprono nel contesto realistico, che in un romanzo non è elemento
essenziale, a meno che l'autore, com'è il caso di Signorini, non voglia per l'appunto scrivere un romanzo realistico.
Si potrebbe pensare, a voler
essere benevoli, che Ettore sia una figura cristologica, tali sono gli effetti
benefici che il suo arrivo provoca per i personaggi che incontra al suo paesino
d'origine, tutti buonissimi e sempre pronti ad aiutarlo. Ma sarebbe una
raffigurazione messianica che, anziché divenire protagonista di una vicenda
come quella evangelica (che, quella sì, era carne e sangue, oltre che spirito
santo), sembra calata nell'immobilismo ingessato di un presepio.
Il buonismo che - contro la
volontà dell'autore, c'è da giurarci, perché vorrebbe trattare d'altro -
costituisce il nerbo di Ora è
veramente stucchevole e fa venire alla mente un'ideologia ruralista di stampo
paratelevisivo. La storia del ritorno di Ettore al paese natale contempla una
serie di personaggi che da un lato sembrano non aspettare altro che lui arrivi
oppure, sebbene sia stato via dieci anni (la metà di Odisseo, ma questo Ettore
non è stato né in guerra né a peregrinare per il Mediterraneo), non lo
riconoscono nemmeno. Quindi c'è la vecchia solitaria, che tutti considerano una
mezza strega, la quale si affeziona quasi subito al Nostro. C'è la ex,
inspiegabilmente mollata dal protagonista, ora rimasta ragazza madre, con un
frugoletto di sei anni, ovviamente simpaticissima canaglia, che si affeziona
anche lui immediatamente a Ettore. E poi gli amici, quello che gli sistema il
Ciao, un ciclomotore dato praticamente per estinto a metà anni Novanta e che
qui, invece, sfreccia come una saetta; l'altro che gli fa riallacciare la
corrente elettrica, la signora un po' burbera che si occupa di vendergli la
casa, un altro che fa il ristoratore e gli offre il pranzo, il pazzo del
villaggio che si rivela una specie di Jimi
Hendrix e così via.
Tutto questo, unito ad un finale da romanzo
d'appendice, se non da fotoromanzo (genere cui rimandano alcuni dialoghi,
davvero che non si possono leggere senza farsi cogliere dalla nausea), che fa
cascare le braccia per mancanza di credibilità, mette in secondo piano il
rabbioso tentativo di conquista della maturità e di un rapporto con il padre,
seppure postumo, da parte del protagonista.
mercoledì 23 ottobre 2013
Pier Paolo Pasolini, Il Vantone di Plauto
Pier Paolo Pasolini, Il Vantone di Plauto, Garzanti, 2008, pp. 158, € 10,00
Pasolini traduce il Miles gloriosus di Plauto e, secondo me, fa un bel buco nell'acqua. È pur vero che le opere teatrali andrebbero innanzitutto viste rappresentate e comunque la loro lettura non può che essere in funzione della rappresentazione sul palcoscenico ed ha un bel dire il prefatore Umberto Todini che il romanesco di Pasolini è il miglior modo di rendere l'eloquio plebeo di Plauto: il fatto è che il linguaggio reso in versi e con qualche rima vorrebbe tendere al Belli, ma il risultato è che si stenta a capire qualcosa delle avventure qui narrate su Pirgopolinice e le sue fanfaronate. Anche se d'autore, è pur sempre un buco nell'acqua, tanto che lo stesso Pasolini non rimase soddisfatto della rappresentazione del suo soldato vanaglorioso, portata sulle scene da Glauco Mauri. Come spesso si dice non a torto, il difetto sta nel manico.
Andrea Del Col, L'Inquisizione in Italia
Andrea Del Col, L'Inquisizione in Italia, Mondadori, 2006 (2012), pp. 963, € 17,00
Non credo che esistesse, prima dell'uscita di quest'opera del professor Andrea Del Col, dell'Università di Trieste, un'opera altrettanto ampia e dettagliata sull'attività dell'Inquisizione (o meglio: delle Inquisizioni) in Italia, dalla sua creazione ai giorni nostri. Forse è meglio parlare di Inquisizioni, poiché in Italia operarono almeno due di queste istituzioni, l'Inquisizione romana, presieduta dal papa ed operativa nell'Italia centrosettentrionale e l'Inquisizione spagnola, che faceva capo alla corona di Madrid ed esercitava le proprie prerogative nell'Italia meridionale, dominata appunto dalla monarchia spagnola.
Quella di Del Col è un'analisi il più possibile "asettica", nel senso che si pone come obiettivo di non accettare né le due ottiche attraverso le quali l'Inquisizione è stata presentata e che hanno dato vita rispettivamente ad una "leggenda nera" e ad una corrispondente, ma altrettanto fuorviante, "leggenda bianca". L'autore analizza numeri (rapportandoli ovviamente alla popolazione italiana dell'epoca) ed atti scritti, laddove essi esistano ancora e siano consultabili. Ci parla degli scopi dell'Inquisizione nelle sue diverse fasi di vita e dei suoi modi di operare in concreto, diversi da stato a stato, da periodo a periodo, da papa a papa, da giudice a giudice e da avversario ad avversario.
Ne esce un affresco assai composito, nel quale risaltano gli obiettivi politici della Chiesa e forse vengono sminuite le crudeltà perpetrate: il numero delle condanne capitali fu inferiore a quello che si ritiene, anche se continua a fare scalpore il fatto che l'istituzione che ritiene di continuare la parola e l'opera del Cristo abbia potuto mettere a morte tanti suoi figli, allo scopo di preservare sé stessa.
Del Col non tralascia di presentare, seppure per sommi capi, i casi più clamorosi di cui si interessò l'Inquisizione in Italia, dei quali si parla ancora oggi (solo per fare qualche nome, Girolamo Savonarola, Giordano Bruno e Galileo Galilei), ma soprattutto illustra i grandi temi di contrasto che assorbirono tante energie umane e finanziarie, dal catarismo alle religioni riformate (e tutti i loro corollari, con una miriade di singoli eretici, molti dei quali oggi assurti, a torto o a ragione, a martiri del libero pensiero), dalla stregoneria al quietismo, dal giansenismo all'illuminismo, fino ad arrivare alle soglie dei tempi nostri, dove alle scomuniche non seguono più, per fortuna, i roghi. Oggi la Chiesa, attraverso la Congregazione per la dottrina della fede (erede storica del fu Santo Ufficio) esamina e condanna le idee ma non le persone, che la stessa istituzione romana ritiene inviolabili al di là di ogni pensiero religioso.
Anche grazie al professor Del Col, si ha così la certezza che in qualche campo, negli ultimi secoli l'umanità (o almeno una sua parte, che ci riguarda da vicino) sia effettivamente progredita. La fine della parabola dell'Inquisizione, bianca o nera che sia stata la sua attività (che l'autore del libro contribuisce a storicizzare), ce lo conferma.
giovedì 12 settembre 2013
La Ballata del Vecchio Marinaio
Samuel Taylor Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, Feltrinelli, 2012, pp. 61, € 5,00.
Pezzo forte delle Ballate liriche (1798), tanto da far ingelosire il coautore della raccolta, William Wordsworth, La Ballata del Vecchio Marinaio nasce dalla necessità poetica di Coleridge di indagare le origini del male. L'Autore lo fa attraverso la figura adamitica del Vecchio Marinaio e quella quasi cristologica dell'albatro. Ma, come cantava Benigni, nell'amor le parole non contano, conta la musica, ed i versi della Ballata sono talmente musicali che non devono avere avuto troppe difficoltà gli Iron Maiden a musicare il testo di Coleridge per quella che è una delle loro canzoni più belle (The Rime Of The Ancient Mariner, in Powerslave, 1984).
mercoledì 31 luglio 2013
L'ultima trovata
L'ultima trovata. Trent'anni di cinema senza Elio Petri (a cura di Diego Mondella), Pendragon, 2013, € 16,00.
Non un volume completo su Elio Petri, morto nel 1982 a 53 anni, ma un bilancio su cosa sia rimasto della sua eredità cinematografica e una riflessione su alcuni suoi film, tra quelli più celebrati e quelli da rivalutare, con particolare riferimento a La decima vittima, La proprietà non è più un furto e Buone notizie. Non vengono invece considerati per niente film come Il maestro di Vigevano e Un tranquillo posto di campagna, quest'ultimo probabilmente il punto meno elevato della carriera di Petri, mentre il film con Sordi è probabilmente da considerare un'opera su commissione e quindi poco personale.
L'ultima trovata, il titolo, era una caratteristica del regista romano, basti pensare al finale di uno dei suoi lavori più noti, La classe operaia va in paradiso, dove la trama si conclude con la riassunzione di Lulù Massa nella fabbrica da cui era stato licenziato; ma vi è l'ultima trovata di Petri (e Ugo Pirro, suo sceneggiatore), quella del racconto del sogno del Militina da parte di Lulù. Una sequenza emblematica di tutto il cinema petriano, rispetto al quale questo volume costituisce un punto di riferimento, allo scopo di ricordare un artista del nostro cinema (anche premiato con l'Oscar per il film straniero con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto), che è stato troppo dimenticato nei trent'anni trascorsi dalla sua morte.
lunedì 8 luglio 2013
L'ultima parata di Moacyr Barbosa
Darwin Pastorin, L'ultima parata di Moacyr Barbosa, Mondadori, 2005, pp. 92.
| Darwin Pastorin |
Un uomo e il silenzio che ha cominciato a circondarlo in un preciso momento della sua vita. Da quando ha subito il secondo gol in una partita di calcio, la finalissima dei Campionati Mondiali del 1950, a Rio de Janeiro, nello stadio del Maracanà. Un uomo che si trasforma da portiere della squadra a una sorta di paria, di intoccabile, di innominabile. Anzi, Moacyr Barbosa diventa nominabile soltanto nelle locuzioni negative, del tipo "farai la fine di Barbosa".
Barbosa era il portiere della nazionale di calcio brasiliana nella partita del 16 luglio 1950, che in Brasile è rimasta famosa come "il disastro del Maracanà", quando la nazionale verdeoro incontrò l'Uruguay, in un match nel quale ai padroni di casa bastava anche un pareggio per aggiudicarsi la Coppa Rimet, un trofeo che tutti brasiliani davano già per acquisito. E invece la nazionale uruguagia vinse per 2 a 1 in rimonta e il trofeo finì a Montevideo. Di quel disastro, fu incolpato soprattutto il protagonista di questo libro del giornalista italo-brasiliano Darwin Pastorin, a dimostrazione che se nel calcio c'è un errore irrimediabile, è quello del portiere.
L'autore del libro riflette, in termini anche poetici, secondo la lezione giornalistica appresa da un Maestro come Gianni Brera, sul destino di un calciatore immeritatamente assurto al ruolo di colpevole di una disfatta storica, che ha dovuto scontare per il resto della sua lunga vita.
Per la verità, se si considera la sua carriera di portiere, Barbosa è stato un vincente: sette campionati tra quelli di Rio e San Paolo e una Coppa dei Campioni Sudamericana con il Vasco da Gama, più un Campionato Sudamericano con la nazionale, ma non è mai riuscito a togliersi di dosso l'onta del "Disastro del Maracanà", che colpì tutti e undici i giocatori scesi in campo quel giorno contro l'Uruguay, ma soprattutto lui.
sabato 29 giugno 2013
Ti volevo dire (Rizzoli)
Daniele Bresciani, Ti volevo dire, Rizzoli, 2013, pp. 369, € 17,00
Nella narrativa italiana degli ultimi anni si trovano tanti autori che sanno scrivere e che hanno qualcosa da raccontare, tanto che, sia per una questione di tempo sia per ragioni puramente economiche (i libri costano!) anche il "mestiere" di lettore implica numerose, talvolta dolorose, scelte. A fronte di un alto numero di scrittori professionali o provenienti da altre attività (come nel caso di Bresciani, giornalista presso importanti testate), è latitante la letteratura, intesa come quantità di riferimenti culturali che trasudano da un testo. I grandi romanzi raccontano sempre una storia, ma nel farlo parlano anche di altro: parlano di un periodo storico, di una filosofia di vita, di un'interpretazione del senso dell'esistenza, di una visione del mondo e dei fini ultimi dell'uomo. Oppure, ci parlano di sensazioni universali, descrivendo stati d'animo comuni a ciascuno di noi, ma che non tutti sono in grado di esprimere a parole.
In questo senso, Ti volevo dire non è un grande romanzo. Ma questo breve preambolo non voleva certo fungere da denigrazione nei confronti del romanzo di Bresciani, verso il quale mi hanno attratto diversi fattori e che in definitiva mi è piaciuto. Il primo fattore (assai esteriore, lo riconosco) che mi ha colpito, invitandomi ad andare in libreria e tirare fuori i soldi dell'acquisto è stato il nome di battesimo del protagonista, che, abbastanza inusualmente, è mio omonimo. Ma le analogie tra il protagonista e il sottoscritto (e quindi i fattori di attrazione) non si limitano a questa. Giacomo (che già all'inizio del romanzo muore) è stato una persona che non ha saputo o voluto assumersi molte responsabilità, uno di quegli individui (cui, come s'è capito, guardo con affetto) che si lasciano scivolare addosso la vita. È vero che si era creato una famiglia, ma non ha saputo farsela durare e poco prima di morire, viveva da solo con la amatissima figlia adolescente Viola, l'altro polo magnetico del libro. Giacomo, figlio unico, è vissuto dapprima nel cono d'ombra di un padre iperprotettivo, uno di quegli uomini che hanno contribuito attivamente al miracolo economico italiano del dopoguerra, un padre che si sentiva in diritto di pretendere per il figlio un destino lavorativo similare e conseguente al proprio (per questo manda giù obtorto collo che si iscriva alla facoltà di Lettere dell'università). Dopo di che, Giacomo s'è consegnato ad una moglie attivissima, che deve avere apprezzato ben poco la dolce remissività di un uomo rimasto legato alla musica degli anni Sessanta e Settanta e ad un potentissimo primo amore di gioventù. E questo è un ulteriore elemento che mi rende umanamente vicino quest'altro Giacomo. Il quale, da studente, per una di quelle vacanze-studio che poi si svilupperanno nei vari programmi Erasmus (qui siamo nel 1980), durante un'estate passata a Brighton, conosce Claire, una ragazza inglese con la quale intreccia un'intensa relazione sentimentale.
Ho detto che Giacomo è un individuo dolcemente indeciso ed è, effettivamente, per come lo descrive Bresciani, una persona mite. Non si deve però pensare che questa sua indecisione - un tratto del carattere che di per sé potrebbe non avere implicazioni negative - sia anche innocua. La vita impone sempre ed inevitabilmente delle scelte e fuggire davanti ad esse può significare fare del male al prossimo, un male che può crescere dentro per anni, fino a fermarti il cuore in una notte qualsiasi. Un male che è tanto più grave e persistente per quanto è stato perpetrato nei confronti della persona amata, del grande amore di una vita, quello che non sarà mai dimenticato. Ed è un male (una di quelle entità di cui non si può misurare l'estensione, se non per via empirica, come con la Scala Mercalli per i terremoti) che produce i propri effetti a distanza di anni, su soggetti del tutto incolpevoli dei fatti accaduti tanto tempo prima. E così succede che Viola, scoperto del tutto inaspettatamente il cadavere del padre, diventi vittima di un blocco psicologico che le impedisce di parlare. E allora il romanzo racconterà, in parallelo, il percorso di questa adolescente per riappropriarsi della parola, della propria voce, grazie all'aiuto di una serie di personaggi, tra i quali una compagna di collegio e all'insperata collaborazione di una sorta di fratellastro (il figlio del nuovo compagno della madre), l'inizialmente antipatico, o peggio, indifferente, Tancredino.
I difetti, nel romanzo, ci sono: oltre a quanto scrivevo all'inizio, c'è, talvolta, un'eccessiva descrizione di particolari che confina con il lezioso e il minuzioso, oppure l'esagerata volontà dell'autore di dimostrare che lui a Londra c'è stato, che ha visto quello e fatto quell'altro, prima di noi.
Ma il racconto è sentito, la storia profuma di vissuto, la trama non è scontata, così come non è corrivo il riferimento ad una lontana gioventù, vissuta come un momento di autenticità di una vita che ti regala insieme i primi palpiti e le prime difficilissime scelte da prendere. E si sente, in Bresciani, l'amore per i suoi personaggi (quasi tutti fin troppo positivi) e per la cultura inglese, riassunta nella musica dei grandi gruppi e dei grandi musicisti rock degli anni Settanta, dai Deep Purple ai Pink Floyd (il concerto della tournée seguita alla pubblicazione dell'album The Wall è uno dei momenti indimenticabili della storia d'amore tra Claire e Giacomo), dai Led Zeppelin al poco conosciuto ma assai meritevole John Martyn.
domenica 9 giugno 2013
Sbatti Bellocchio in sesta pagina
Steve Della Casa e Paolo Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina, Donzelli, 2012, pp. 228, € 18,00
Davvero interessante questo libriccino edito l'anno scorso dalla Donzelli, che raccoglie un florilegio di commenti cinematografici usciti sulle pubblicazioni della sinistra extraparlamentare nel periodo che va dal 1968 al 1976 (e i due autori, nella postfazione, spiegano il perché dello stop proprio al 1976). Si tratta di commenti, usciti quasi sempre anonimi, su quotidiani o riviste quali Lotta continua, il manifesto, Servire il popolo, il Quotidiano dei lavoratori. Quello che salta all'occhio è che si tratta, per un buon novanta per cento, di stroncature, anche dure e fatte con linguaggio provocatorio, di film importanti e soprattutto di autori "di sinistra", ma spesso giudicati spregiativamente dei riformisti. Tra i registi più stroncati, oltre a quello citato nel titolo (ovviamente con il suo Sbatti il mostro in prima pagina), Bertolucci (per Novecento), i fratelli Taviani (con Allonsanfàn) ed Elio Petri, in particolare per il suo La classe operaia va in paradiso, quasi unanimemente valutato come troppo riformista e vicino al metodo trattativistico dei sindacati confederali. I recensori delle testate prese in esame (oltre a quelle già citate, anche Re nudo, La vecchia talpa e Vedo rosso) capiscono assai bene l'importanza, se non altro propagandistica, del cinema - visto anche come momento di svago intelligente, ed alternano intuizioni anche geniali con cantonate epocali (basti pensare alle stroncature su Arancia meccanica e Barry Lyndon di Kubrick), mettendo comunque in evidenza un modo di ragionare quasi sempre offuscato dal paraocchi dell'ideologia marxista-leninista-maoista, tanto da condannare, quasi senza eccezioni (l'eccezione è data, intelligentemente, da Bersaglio di notte di Arthur Penn), sebbene per motivazioni ideologicamente diverse, il cinema americano.
Non foss'altro perché gran parte della classe dirigente di oggi, anche su schieramenti opposti, proviene dalle fila di quelle formazioni a sinistra del vecchio PCI, è interessante vedere come pensassero e come scrivessero queste avanguardie della classe operaia. E cosa pensassero degli autori cinematografici che, almeno in Italia, erano convinti di interpretare le loro istanze in campo artistico. Anche perché, in ogni caso, è sempre meno noioso parlare di cinema che di politica.
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