lunedì 8 luglio 2013

L'ultima parata di Moacyr Barbosa

Darwin Pastorin, L'ultima parata di Moacyr Barbosa, Mondadori, 2005, pp. 92.

Darwin Pastorin
Un uomo e il silenzio che ha cominciato a circondarlo in un preciso momento della sua vita. Da quando ha subito il secondo gol in una partita di calcio, la finalissima dei Campionati Mondiali del 1950, a Rio de Janeiro, nello stadio del Maracanà. Un uomo che si trasforma da portiere della squadra a una sorta di paria, di intoccabile, di innominabile. Anzi, Moacyr Barbosa diventa nominabile soltanto nelle locuzioni negative, del tipo "farai la fine di Barbosa".
Barbosa era il portiere della nazionale di calcio brasiliana nella partita del 16 luglio 1950, che in Brasile è rimasta famosa come "il disastro del Maracanà", quando la nazionale verdeoro incontrò l'Uruguay, in un match nel quale ai padroni di casa bastava anche un pareggio per aggiudicarsi la Coppa Rimet, un trofeo che tutti brasiliani davano già per acquisito. E invece la nazionale uruguagia vinse per 2 a 1 in rimonta e il trofeo finì a Montevideo. Di quel disastro, fu incolpato soprattutto il protagonista di questo libro del giornalista italo-brasiliano Darwin Pastorin, a dimostrazione che se nel calcio c'è un errore irrimediabile, è quello del portiere.
L'autore del libro riflette, in termini anche poetici, secondo la lezione giornalistica appresa da un Maestro come Gianni Brera, sul destino di un calciatore immeritatamente assurto al ruolo di colpevole di una disfatta storica, che ha dovuto scontare per il resto della sua lunga vita.
Per la verità, se si considera la sua carriera di portiere, Barbosa è stato un vincente: sette campionati tra quelli di Rio e San Paolo e una Coppa dei Campioni Sudamericana con il Vasco da Gama, più un Campionato Sudamericano con la nazionale, ma non è mai riuscito a togliersi di dosso l'onta del "Disastro del Maracanà", che colpì tutti e undici i giocatori scesi in campo quel giorno contro l'Uruguay, ma soprattutto lui.

sabato 29 giugno 2013

Ti volevo dire (Rizzoli)

Daniele Bresciani, Ti volevo dire, Rizzoli, 2013, pp. 369, € 17,00

Nella narrativa italiana degli ultimi anni si trovano tanti autori che sanno scrivere e che hanno qualcosa da raccontare, tanto che, sia per una questione di tempo sia per ragioni puramente economiche (i libri costano!) anche il "mestiere" di lettore implica numerose, talvolta dolorose, scelte. A fronte di un alto numero di scrittori professionali o provenienti da altre attività (come nel caso di Bresciani, giornalista presso importanti testate), è latitante la letteratura, intesa come quantità di riferimenti culturali che trasudano da un testo. I grandi romanzi raccontano sempre una storia, ma nel farlo parlano anche di altro: parlano di un periodo storico, di una filosofia di vita, di un'interpretazione del senso dell'esistenza, di una visione del mondo e dei fini ultimi dell'uomo. Oppure, ci parlano di sensazioni universali, descrivendo stati d'animo comuni a ciascuno di noi, ma che non tutti sono in grado di esprimere a parole.
In questo senso, Ti volevo dire non è un grande romanzo. Ma questo breve preambolo non voleva certo fungere da denigrazione nei confronti del romanzo di Bresciani, verso il quale mi hanno attratto diversi fattori e che in definitiva mi è piaciuto. Il primo fattore (assai esteriore, lo riconosco) che mi ha colpito, invitandomi ad andare in libreria e tirare fuori i soldi dell'acquisto è stato il nome di battesimo del protagonista, che, abbastanza inusualmente, è mio omonimo. Ma le analogie tra il protagonista e il sottoscritto (e quindi i fattori di attrazione) non si limitano a questa. Giacomo (che già all'inizio del romanzo muore) è stato una persona che non ha saputo o voluto assumersi molte responsabilità, uno di quegli individui (cui, come s'è capito, guardo con affetto) che si lasciano scivolare addosso la vita. È vero che si era creato una famiglia, ma non ha saputo farsela durare e poco prima di morire, viveva da solo con la amatissima figlia adolescente Viola, l'altro polo magnetico del libro. Giacomo, figlio unico, è vissuto dapprima nel cono d'ombra di un padre iperprotettivo, uno di quegli uomini che hanno contribuito attivamente al miracolo economico italiano del dopoguerra, un padre che si sentiva in diritto di pretendere per il figlio un destino lavorativo similare e conseguente al proprio (per questo manda giù obtorto collo che si iscriva alla facoltà di Lettere dell'università). Dopo di che, Giacomo s'è consegnato ad una moglie attivissima, che deve avere apprezzato ben poco la dolce remissività di un uomo rimasto legato alla musica degli anni Sessanta e Settanta e ad un potentissimo primo amore di gioventù. E questo è un ulteriore elemento che mi rende umanamente vicino quest'altro Giacomo. Il quale, da studente, per una di quelle vacanze-studio che poi si svilupperanno nei vari programmi Erasmus (qui siamo nel 1980), durante un'estate passata a Brighton, conosce Claire, una ragazza inglese con la quale intreccia un'intensa relazione sentimentale.

Ho detto che Giacomo è un individuo dolcemente indeciso ed è, effettivamente, per come lo descrive Bresciani, una persona mite. Non si deve però pensare che questa sua indecisione - un tratto del carattere che di per sé potrebbe non avere implicazioni negative - sia anche innocua. La vita impone sempre ed inevitabilmente delle scelte e fuggire davanti ad esse può significare fare del male al prossimo, un male che può crescere dentro per anni, fino a fermarti il cuore in una notte qualsiasi. Un male che è tanto più grave e persistente per quanto è stato perpetrato nei confronti della persona amata, del grande amore di una vita, quello che non sarà mai dimenticato. Ed è un male (una di quelle entità di cui non si può misurare l'estensione, se non per via empirica, come con la Scala Mercalli per i terremoti) che produce i propri effetti a distanza di anni, su soggetti del tutto incolpevoli dei fatti accaduti tanto tempo prima. E così succede che Viola, scoperto del tutto inaspettatamente il cadavere del padre, diventi vittima di un blocco psicologico che le impedisce di parlare. E allora il romanzo racconterà, in parallelo, il percorso di questa adolescente per riappropriarsi della parola, della propria voce, grazie all'aiuto di una serie di personaggi, tra i quali una compagna di collegio e all'insperata collaborazione di una sorta di fratellastro (il figlio del nuovo compagno della madre), l'inizialmente antipatico, o peggio, indifferente, Tancredino.

I difetti, nel romanzo, ci sono: oltre a quanto scrivevo all'inizio, c'è, talvolta, un'eccessiva descrizione di particolari che confina con il lezioso e il minuzioso, oppure l'esagerata volontà dell'autore di dimostrare che lui a Londra c'è stato, che ha visto quello e fatto quell'altro, prima di noi.
Ma il racconto è sentito, la storia profuma di vissuto, la trama non è scontata, così come non è corrivo il riferimento ad una lontana gioventù, vissuta come un momento di autenticità di una vita che ti regala insieme i primi palpiti e le prime difficilissime scelte da prendere. E si sente, in Bresciani, l'amore per i suoi personaggi (quasi tutti fin troppo positivi) e per la cultura inglese, riassunta nella musica dei grandi gruppi e dei grandi musicisti rock degli anni Settanta, dai Deep Purple ai Pink Floyd (il concerto della tournée seguita alla pubblicazione dell'album The Wall è uno dei momenti indimenticabili della storia d'amore tra Claire e Giacomo), dai Led Zeppelin al poco conosciuto ma assai meritevole John Martyn.

domenica 9 giugno 2013

Sbatti Bellocchio in sesta pagina

Steve Della Casa e Paolo Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina, Donzelli, 2012, pp. 228, € 18,00

Davvero interessante questo libriccino edito l'anno scorso dalla Donzelli, che raccoglie un florilegio di commenti cinematografici usciti sulle pubblicazioni della sinistra extraparlamentare nel periodo che va dal 1968 al 1976 (e i due autori, nella postfazione, spiegano il perché dello stop proprio al 1976). Si tratta di commenti, usciti quasi sempre anonimi, su quotidiani o riviste quali Lotta continua, il manifesto, Servire il popolo, il Quotidiano dei lavoratori. Quello che salta all'occhio è che si tratta, per un buon novanta per cento, di stroncature, anche dure e fatte con linguaggio provocatorio, di film importanti e soprattutto di autori "di sinistra", ma spesso giudicati spregiativamente dei riformisti. Tra i registi più stroncati, oltre a quello citato nel titolo (ovviamente con il suo Sbatti il mostro in prima pagina), Bertolucci (per Novecento), i fratelli Taviani (con Allonsanfàn) ed Elio Petri, in particolare per il suo La classe operaia va in paradiso, quasi unanimemente valutato come troppo riformista e vicino al metodo trattativistico dei sindacati confederali. I recensori delle testate prese in esame (oltre a quelle già citate, anche Re nudo, La vecchia talpa e Vedo rosso) capiscono assai bene l'importanza, se non altro propagandistica, del cinema - visto anche come momento di svago intelligente, ed alternano intuizioni anche geniali con cantonate epocali (basti pensare alle stroncature su Arancia meccanica e Barry Lyndon di Kubrick), mettendo comunque in evidenza un modo di ragionare quasi sempre offuscato dal paraocchi dell'ideologia marxista-leninista-maoista, tanto da condannare, quasi senza eccezioni (l'eccezione è data, intelligentemente, da Bersaglio di notte di Arthur Penn), sebbene per motivazioni ideologicamente diverse, il cinema americano.
Non foss'altro perché gran parte della classe dirigente di oggi, anche su schieramenti opposti, proviene dalle fila di quelle formazioni a sinistra del vecchio PCI, è interessante vedere come pensassero e come scrivessero queste avanguardie della classe operaia. E cosa pensassero degli autori cinematografici che, almeno in Italia, erano convinti di interpretare le loro istanze in campo artistico. Anche perché, in ogni caso, è sempre meno noioso parlare di cinema che di politica.

lunedì 27 maggio 2013

Patria 1978 - 2010

Enrico Deaglio (e Andrea Gentile), Patria 1978 - 2010, 2010, Il Saggiatore Tascabili, pp. 1035, € 14,90

La storia di questo libro di Deaglio inizia nel 1978, l'anno del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro e dei Campionati Mondiali di calcio nell'Argentina di Videla (recentemente scomparso, ironicamente ed eufemisticamente ricordato da qualcuno come l'uomo che da solo vinse un mondiale di calcio), ma sarebbe potuto iniziare con il 1969 di Piazza Fontana. Dall'anno di Moro, fino al 2010 in cui scoppiano i primi scandali "sessuali" di Berlusconi (Noemi Letizia, Ruby Rubacuori ecc.), è un rosario di eventi di cui l'Italia e il suo popolo sono spesso sia attoniti spettatori che protagonisti. Deaglio non ha dovuto inventare proprio niente: tutto sommato, si è limitato a fornire un elenco, ragionato e commentato, dei fatti e misfatti italiani dei trentatré anni presi in esame dal libro. L'autore, con la valida collaborazione del giovane Andrea Gentile, ha aggiunto soltanto indicazioni bibliografiche, discografiche (per ogni anno è indicato un cantante con una canzone particolarmente significativa) e filmografiche (Deaglio è autore di validi documentari sulle res gestae berlusconiane come Quando c'era Silvio e Uccidete la democrazia!, entrambi del 2006). Questo libro, genialmente definito da Michele Serra «un breviario terrificante da tenere sul comodino», snocciola davanti agli occhi attoniti del lettore, quasi incapace di rendersi conto che simili cose siano potute accadere, nei nostri tempi, nel nostro paese, eventi di cui gli Italiani - spesso colpevoli o almeno complici delle malefatte narrate - si dovrebbero vergognare davanti al mondo.
Patria è un libro che si legge avidamente pagina dopo pagina, anche se è noto il tragicomico finale, ma soprattutto è un testo necessario a chi voglia rendersi conto che un popolo il quale, dopo quasi mezzo secolo di regime democristiano, si affida a Berlusconi non può certo dirsi innocente o vittima degli strali del Fato.

venerdì 24 maggio 2013

Bartleby lo scrivano

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, BCD, 2012, pp. 68, € 5,90

Fulminante e geniale racconto lungo (una cinquantina/sessanta pagine), uscito nel 1853, di Herman Melville, che sembra la narrazione di un caso di scuola, ma è probabilmente la metafora di una condizione personale dello scrittore stesso. Quella, cioè, di un autore, già affermato ma di difficoltoso successo, che, a chi lo spingeva a pubblicare testi che potessero trovare maggiore successo da parte dei lettori, se non a lanciarsi nel mondo più redditizio degli affari, rispondeva semplicemente, senza ulteriori spiegazioni, come Bartleby, «preferirei di no».
Questa semplicissima chiave di lettura (fornita, tra gli altri, da Lewis Mumford) rende ancora più geniale un racconto peraltro scritto benissimo.



sabato 18 maggio 2013

La via del tabacco

Erskine Caldwell, La via del tabacco, Fazi, 2011, pp. 217, € 18,50.

L'America profonda della Grande Depressione, dove una miseria atavica, aggravata dalle conseguenze del crac del '29, sembra essersi insinuata nel patrimonio genetico di alcune persone, come i disgraziati membri superstiti della famiglia Lester (o almeno di quelli che continuano a stazionare nei pressi della catapecchia che fu di loro proprietà).
L'estremo realismo di Caldwell sfocia spesso nel grottesco (con un atteggiamento di compassione critica che ricorda quello che sarà adottato dal Pasolini dei suoi romanzi migliori, come Ragazzi di vita e Una vita violenta), come se l'autore stesso volesse soprattutto parodiare la letteratura di derivazione ottocentesca, laddove essa tendeva a idealizzare gli stati del Sud - come la Georgia di La via del tabacco - con la loro presunta tradizione di cavalleria e di eleganza, contrapposte al rozzo pragmatismo degli stati del Nord e del West.
In questo modo, Caldwell raggiunge spesso, oltre allo scandalo per l'audacia delle descrizioni e per la ferocia della critica sociale (con uno Stato del tutto assente, che lascia i propri cittadini nella miseria e nell'ignoranza più totale), vette che non molti altri scrittori americani di quel periodo hanno saputo toccare e che fanno di La via del tabacco un capolavoro.

venerdì 10 maggio 2013

Ancora sul caso di Emanuela Orlandi

Ieri, giovedì 9 maggio 2013, La Repubblica ha dedicato tre paginone centrali al caso, mai risolto, della scomparsa di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana quindicenne, avvenuta ormai trent'anni fa. Si legge il primo articolo dedicato all'argomento, firmato Paolo Rodari, e cascano letteralmente le braccia. Il pezzo, che indica come luogo di provenienza la Città del Vaticano, riporta inopinatamente in auge la pista del terrorismo internazionale. Il giornalista riporta dichiarazioni provenienti da una fonte anonima (e sai che autorevolezza, che novità, in questo caso!), proveniente proprio dall'interno del Vaticano. Scrive Rodari: «A sorpresa è proprio un monsignore del Vaticano che intende restare anonimo a entrare con lucidità entro il mistero. Lo fa trent'anni dopo». Di fronte ad affermazioni e/o informazioni di questo genere, verrebbe da esclamare: quale sorpresa! Quale coraggio! Quanto tempismo! Ma non basta, perché il pezzo pubblicato da Repubblica continuando a citare l'anonimo vaticano del sublime: «Lo fa senza avere scoop da rivelare. Ma mostrando semplicemente una capacità unica di tirare le fila. Dice: "Giovanni Paolo II qualche mese dopo la scomparsa di Emanuela disse agli Orlandi che si trattava di un caso di terrorismo internazionale. Che sia così, ne siamo tutti convinti, ma la domanda resta una: cosa intendeva il papa per terrorismo internazionale? Sono in molti oltre il Tevere a ritenere che la scomparsa sia legata alla Banda della Magliana e insieme ad ambienti malavitosi italiani». Tutto si fa, pur di allontanare i sospetti dall'interno del Vaticano. La pista del terrorismo internazionale fu creata per ingarbugliare le carte, da persone legate alla scomparsa di Emanuela ed anche da altri soggetti esterni (leggasi Stasi), interessati a creare caos nel campo occidentale. L'impressione è che l'anonimo del sublime sia l'ennesima voce poco intenzionata a far emergere la verità.
Presterei maggiore attenzione a quanto emerso, invece, dopo che un signore, attraverso la trasmissione televisiva di Raitre Chi l'ha visto? ha fatto ritrovare un flauto, che potrebbe essere quello appartenuto ad Emanuela Orlandi e che la ragazza aveva con sé proprio al momento della scomparsa. Anche di questi sviluppi parla Rodari, riportando il fatto che questo signore, di nome Marco Accetti, «recentemente si è autoaccusato di essere stato uno dei telefonisti del caso Orlandi». Per di più, questo Accetti era stato protagonista, sempre nel 1983, di un altro oscuro episodio culminato con la morte di un ragazzino di dodici anni, a Roma, episodio di cui si è occupata la puntata di Chi l'ha visto? dell'8 maggio 2013.
Per fortuna, direi, sullo stesso numero di Repubblica, tira le fila del caso il romanziere e magistrato Giancarlo De Cataldo, riducendo le ipotesi possibili per la scomparsa di Emanuela a due sole, scartando definitivamente quella del "terrorismo internazionale": la cosiddetta "pista Nicotri" (dal nome del giornalista Pino Nicotri, che ipotizza una Emanuela rimasta vittima di un gioco erotico all'interno del Vaticano) o quella della banda della Magliana (Emanuela rapita come arma di pressione nei confronti dello spregiudicato finanziere vaticano Paul Marcinkus, per somme mai restituite). A questa seconda ipotesi, che avrebbe avuto come corollario la sepoltura di "Renatino" De Pedis nella Basilica romana di Sant'Apollinare (quale risarcimento postumo per somme di denaro mai restituite dal Vaticano ai malavitosi), personalmente, non credo.
Restano due fatti inoppugnabili: Ali Agca non c'entra niente con la scomparsa di Emanuela Orlandi e gli dovrebbe essere impedito di parlare ancora della vicenda, anche perché finora non ha fatto che inquinare e depistare; secondo, la verità è sepolta e dev'essere ricercata in Vaticano: e la speranza, che è sempre l'ultima a morire, ma è forse anche l'ultima possibile, si chiama oggi Jorge Mario Bergoglio, alias Francesco I.

giovedì 25 aprile 2013

Roland H. Bainton, La Riforma protestante, Einaudi, 2000, pp. 280, € 22,00
Interessante ricostruzione delle origini e degli sviluppi della Riforma protestante, a partire dalla predicazione di Lutero, fino alla sua diffusione in tutta l'Europa settentrionale, compresi i suoi effetti sui modi di vivere e sull'economia (Bainton avversa la famosa teoria di Max Weber sull'etica protestante come motore del capitalismo). Vengono analizzati dall'autore i principali filoni che seguì la Riforma a partire dal 1517: il luteranesimo, il calvinismo, lo zwinglianesimo, l'anabattismo e l'anglicanesimo. Il maggior pregio del testo del Bainton (autore del quale avevo già apprezzato Vita e morte di Michele Serveto, editato nel 2012 da Fazi) è la semplicità con la quale spiega, oltre agli aspetti storici della vicenda - particolarmente importanti nella biografia di Lutero - anche quelli teologici, di cui si riesce a capire ogni sottigliezza ed ogni distinzione dottrinaria.

domenica 31 marzo 2013

Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia, Laterza, 2012, p.369, € 18,00

Ci sono dei libri che danno una soddisfazione maggiore di quella che deriva dal semplice piacere della lettura in sé. I prigionieri dei Savoia è uno di questi, perché conferma un'opinione che mi ero fatto alcuni anni fa, leggendo un altro libro, sullo stesso argomento, anche se di segno opposto, intitolato Indietro Savoia! (2003), di Lorenzo Del Boca. Di questo autore, nel testo del prof. Barbero, viene citato un altro saggio, di orientamento analogo ma precedente a quello che avevo letto io, cioè Maledetti Savoia (1998).
La situazione va un po' inquadrata. Alessandro Barbero afferma espressamente che il suo libro nasce nell'ambito e come risposta al fenomeno che viene normalmente definito "pubblicistica neoborbonica", il quale ha preso piede negli ultimi anni in Italia, in contrapposizione alla storiografia ufficiale sul Risorgimento. Per quanto mi riguarda, penso che nei circa centocinquant'anni che ci separano dalla spedizione dei Mille di Garibaldi e poi dall'Unità d'Italia (data ufficiale, come ormai sappiamo, il 17 marzo 1861) sia stata fatta fin troppa retorica riguardo al Risorgimento, sebbene si debba rispetto ai tanti che dettero la vita per questa causa. E lungi da me sia l'intenzione di prendere le parti di una dinastia regnante francamente indifendibile come quella dei Savoia, i cui membri hanno presentato magagne davvero imperdonabili. Però qualsiasi critica deve basarsi sui fatti e quindi spetta allo storico verificare se la revisione storica su un fenomeno fondamentale per la nostra storia si basi su fatti veridici, perché non si trasformi in deleterio revisionismo. Di quest'ultimo fenomeno fa parte, secondo me, l'opera di Del Boca (quanto meno il libro che mi è capitato di leggere), dove ci si lasciava andare ad affermazioni gratuite, del tipo che «Cavour era un secchione, con la testa sempre immersa tra i libri», oppure che «le SS dell'Ottocento indossavano la divisa dell'esercito del Piemonte», ma anche ad improvvidi paragoni con la politica dei nostri tempi, in particolare per paragonare la politica militare savoiarda con la "Missione Arcobaleno" voluta dal Governo D'Alema (???).
Ecco, insomma, in questo contesto nasce il libro di Alessandro Barbero, che intende controbattere ad affermazioni, fatte da diversi autori, sul tipo di quella che ho riportato sopra, relativa al paragone tra i soldati sabaudi e le SS naziste. In particolare, Barbero ricostruisce la congiura che fu scoperta nel forte di Fenestrelle, sulle Alpi piemontesi: il sottotitolo del libro, infatti, è La vera storia della congiura di Fenestrelle. Per ricostruire la vicenda della congiura, però, Barbero è costretto a partire da un po' più lontano, in particolare dalla spedizione dei soldati sabaudi nel Regno delle Due Sicilie e dal destino dei prigionieri di guerra presi durante quella "guerra non dichiarata". Lo scopo dell'autore (peraltro piemontese come Del Boca), infatti, non è quello di difendere i Savoia, ma di verificare sul campo quanto scritto dagli autori che per comodità chiamerei neoborbonici, in particolare in merito al fatto che, secondo costoro, Fenestrelle sarebbe stato una sorta di campo di sterminio (qualcuno arriva ad affermare che sarebbe servito da modello per Auschwitz!), dove persero la vita migliaia di prigionieri borbonici, poiché si erano rifiutati di giurare fedeltà nell'esercito di Vittorio Emanuele II. Senza entrare nel merito dei dati e delle ricerche fatte da Barbero (che rendono alquanto pesante la prima parte del libro, ma di certo è più suggestivo buttare là delle ipotesi che non mettersi a spulciare documenti d'archivio e renderne conto), si possono riassumere le conclusioni cui l'autore giunge, nel senso che Fenestrelle era una fortezza militare, sede anche di un corpo speciale e punitivo dell'esercito (i Cacciatori Franchi), ma che niente aveva del lager; Barbero dimostra altresì che i soldati meridionali che morirono a Fenestrelle furono pochissimi (peraltro non tutti ex militi borbonici), in numero del tutto fisiologico per una caserma (la maggiore causa di decesso fu il tifo) di quel 1861 e che la congiura smascherata nell'agosto di quell'anno portò a dieci arresti e a condanne tutt'altro che pesanti, contrariamente a quanto viene ultimamente raccontato dai revisionisti neoborbonici.
Alla fine, vorrei soltanto riportare qualche riga dedicata da Barbero a Del Boca (cui contrappone un rigoroso metodo storico - scientifico), già presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e per una decina d'anni dell'Ordine dei giornalisti: «Il suo libro (Maledetti Savoia, n.d.r.) s'inserisce nella moda del rancoroso revisionismo nei confronti del periodo risorgimentale, e riscuote un notevole successo. Eppure, per quanto riguarda le pagine dedicate al nostro argomento il libro di Del Boca è un ammasso di falsità e di errori. [...] Uno storico potrebbe essere interessato, a questo punto, alla ricchissima documentazione prodotta dall'amministrazione piemontese, dove ogni singolo individuo è stato registrato con burocratica precisione, ma il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana preferisce tagliar corto: "Certo le vittime dovettero essere migliaia anche se non vennero registrate da nessuna parte". Sarebbe interessante sapere se questo bel modo di dare le notizie, o meglio di inventarle, sia abituale presso i giornalisti italiani, che si sono riconosciuti unanimemente e così a lungo in Del Boca; è un fatto che il suo libro ha contribuito non poco a far degenerare il linguaggio usato da chi si occupa di questa questione, e a mettere in circolo mistificazioni prive di qualunque fondamento».
In conclusione, direi che I prigionieri dei Savoia è un libro interessantissimo, dal punto di vista storico ed anche in funzione di un'interpretazione più consapevole dell'Italia di oggi, anche se non raggiunge le vette di capolavori di Alessandro Barbero, quali La battaglia (2003, su Waterloo) e Lepanto. La battaglia dei tre imperi (2010).

sabato 9 marzo 2013

Anna Funder, C'era una volta la DDR, Feltrinelli, 2010, pp. 256, € 8,00

Dice la Funder che per comprendere cosa sia stata la DDR è necessario raccontare le storie delle persone comuni, non solo degli attivisti o degli scrittori famosi. E forse è anche più facile, perché consente di non doversi leggere e studiare libri e documenti sull'argomento: basta intervistare qualche sopravvissuto. Operazione anche questa non difficile, poiché stiamo parlando di una storia che è finita meno di un quarto di secolo fa e che anche chi, come il sottoscritto, non è particolarmente vecchio, si ricorda più che bene. Questo è uno dei difetti di C'era una volta la DDR, un libro che fin dal titolo rimanda alle favole per ragazzi, ma che, non so quanto appropriatamente, si trova nel reparto di Storia delle librerie. Gli altri difetti risiedono principalmente nella scrittura della scrittrice australiana, che affronta il libro con un approccio prettamente femminile, sia nello stile che nell'oggetto del racconto: non a caso, dalla parte delle vittime, si trovano quasi tutte donne, mentre dal lato dei "carnefici", gli agenti della Stasi, si trovano tutti rappresentanti del sesso maschile. Eppure, la premessa era che nella DDR un cittadino su sei era un agente del famigerato servizio segreto: che fossero tutti maschi? Poi c'è lo stile della Funder, che indulge fastidiosamente a raccontare particolari inutili ed autoreferenziali, quasi che avesse bisogno di riempire le pagine con notazioni personali, le quali, nell'economia del libro (non lo definirei, come fa la Feltrinelli, "saggio") rivestono un'importanza pressoché nulla. Faccio un solo esempio, ma il libro è pieno zeppo di periodi come questo: «Mi reggo alla maniglia della portiera con una mano e tengo stretto lo zainetto in grembo con l'altra. Mi chiedo se lo zainetto possa avere un qualche effetto come airbag». A merito della scrittrice va la passione con la quale racconta le storie di gente comune, la cui vita è stata condizionata, quando non rovinata, dalla presenza pervasiva di un regime che si manifestava spesso attraverso la sua polizia segreta e che si era fatto conoscere dal resto del mondo grazie alla costruzione di un Muro, vigilato dal filo spinato e da guardie pronte a sparare.
Chi voglia sapere di più sulla Repubblica Democratica Tedesca (1949-1990) deve rivolgersi ad altri testi; ma anche opere cinematografiche, come Le vite degli altri (2006) di Florian Henckel von Donnersmarck, o letterarie, come Tentativi di avvicinamento (1980) di Hans Joachim Schädlich.